Interrati

Di Enrico Sanna

In un angolo vuoto di un grande spazio vuoto c’era un grumo di una quindicina di uomini. Erano così vicini che sembravano sovrapposti. Parlavano a voce bassa. Avevano l’aria di chi scambia opinioni su qualunque argomento superfluo che osi attraversare la propria mente. All’arrivo di Fallyhee, qualcuno sollevò la testa, guardò senza interesse, riprese a discutere di nulla. Fino ad un attimo prima, uno di loro aveva tenuto una conferenza dalle qualità scientifiche sulle doti terapeutiche di un certo sidro irlandese per il beneficio di una udienza molto concentrata.

Due di loro, sentendosi rappresentativi della comunità, si alzarono e andarono incontro al caposervizio. Erano minatori.

“È da quella parte,” disse uno dei due minatori.

Fallyhee disse qualcosa, i due minatori rifletterono, risposero un’altra cosa, sollevarono un braccio per indicare un’altra cosa ancora. Uno di loro cominciò a parlare con grande passione. Il caposervizio si diresse nella direzione indicata dal braccio, allontanandosi dal grumo filosofico a passo veloce. Dopo un po’ il minatore raggiunse Fallyhee, lo affiancò, riprese a parlare con la passione di prima. L’uomo stava cercando di cavare un argomento da una serie di banalità. La presenza di un problema gli offriva innumerevoli spunti per una discussione.

I due minatori e Fallyhee entrarono in un punto molto più scuro del precedente. Non c’erano pilastri. Pietre che sembravano patate formavano una vasta costellazione sul pavimento. Scricchiolii insistenti erano il proemio di un disastro.

“Eh, Ethe,” disse uno dei due, non importa quale. “Eh, dì un po’.”

“Eh cosa?” disse Ethe.

L’altro appoggiò una mano alla volta di roccia. Fece un cenno con la testa.

“Se la sta lavorando.”

Ethe si fermò ad ascoltare.

“È vero. Se la sta lavorando,” disse.

“Non te ne frega?”

“Cosa?” chiese Fallyhee.

“È Neb,” disse Ethe. “Dice che la roccia sta lavorando.”

“È una rogna questa storia,” disse Fallyhee.

“Che la roccia sta lavorando?”

“Sai quanto me ne frega della roccia che sta lavorando!”

“Prima finiamo e meglio è,” disse Neb, filosoficamente.

“Una rogna quest’acqua,” disse Fallyhee.

“Eh?” disse Neb.

Una volta ogni tanto una goccia raggiungeva dimensioni che sfidavano la fisica e si lasciava cadere giù dalla volta. Si formava in un punto molto distante e percorreva una lunga distanza prima di cadere. Tutta questa roba dell’acqua che cadeva era magica e irritante.

“Oh bè, oh bè,” disse Ethe.

“Tu scherza. Scherza tu,” disse Neb arrabbiandosi.

Ethe rise in silenzio. A volte Neb non lo sopportava. A volte Ethe gli parlava così per il semplice fatto che entrambi erano minatori.

Le gocce d’acqua crescevano fino a diventare otri in miniatura prima di decidere che era il caso di cadere.

In un punto l’acqua veniva giù con un getto discontinuo. Attorno c’era buio, e l’acqua irrompeva con tutta l’ironia di un oceano che attraversa un oblò. Neb guardò e cominciò a cercare un punto dietro l’orecchio in cui grattarsi.

“Quando eravamo di là c’era un tipo che stava dicendo una cosa, Fally. Allora mi era venuto in mente una cosa. Sai cosa avevo pensato? Adesso te lo dico. Avevo pensato che di sicuro ci dev’essere un… un coso di acqua, dalla parte di fuori. Così mi sembra a me, almeno,” disse Neb. “Se ti fai il calcolo bene vedi che siamo sotto la città. Ci sarà un pozzo, o una cosa. Io, Fally, io stavo pensando che la parte di fuori non è mica così lontana, se ti fai il calcolo. Ci sarà un… bè, adesso non lo so, ma secondo me non siamo molto sotto. Un sacco di gente c’ha il coso, la riserva dell’acqua dietro la casa.”

“Non ci sono riserve qui sopra,” decise Fallyhee. “C’è solo una sacca d’acqua che è venuta a portare rogne.”

“Oh bè,” disse Neb.

L’esistenza di una macchia sulla volta fulminò la fantasia del caposervizio. Arrivando non l’aveva vista. La sua esistenza gli apparve subito offensiva.

“Va bene, però…” disse Ethe.

“Dove sta andando?” chiese Neb.

“Avrà visto una cosa.”

I due minatori avevano la testa bassa. Le loro voci si sentivano appena.

“Come fa a dire che c’è una sacca d’acqua?” mormorò Neb, terribilmente stupito. Il caposervizio aveva dato una gomitata alla sua cattedrale intellettuale. “Vuoi che te lo dico, Ethe? Non esiste nel mondo che c’è una sacca d’acqua a questo livello. Siamo troppo su.”

“Può essere, Neb,” disse Ethe.

“Io non credo che c’è una sacca,” disse Ethe, stupefatto.

“Però stavo pensando una cosa…”

“Vuoi che te lo dico, Ethe? Non c’è nessuna sacca d’acqua. L’acqua viene da fuori. Vuoi che non lo so? Qua sopra c’è la città. Siamo sotto Elm Street.”

Vabbè, però…” pigolò Ethe.

“Adesso ascoltami bene. Quando ero a Sandy Run stavamo lavorando cinquanta piedi sotto e all’improvviso, puff, ti viene tutto sulla testa e sai perché?”

“No. Però volevo dire che…”

“Perché sopra il terreno andava giù, ecco perché,” sibilò Neb, trionfale. “La galleria andava dritta così e il terreno andava in giù da quest’altra parte.”

Neb fece la galleria con un braccio e il terreno con l’altro. Ethe guardò le braccia di Neb. Rimase incantato.

“Curioso.”

“Adesso ti dico una cosa,” disse Neb, lentamente, la lingua un semplice strumento per annunciare disgrazie. “Un giorno la galleria è crollata e siamo finiti in una stalla.”

Per un attimo i due uomini rimasero in silenzio. Ci fu una pacata contemplazione della disgrazia distante ma vicina.

“Vabbè, però non siamo sotto la città,” disse Ethe in un soffio.

“Cosa vuol dire che non siamo sotto la città, Ethe?”

“No, non siamo sotto la città. La città è due miglia dall’altra parte. A ovest della miniera. Questa è la parte est del livello, Neb, non la parte ovest.”

“Lo so anch’io che la città è a ovest della miniera. Vai a capirci qualcosa com’è fatto qua sotto. Entri da una parte e vai a est e poi esci che sei a ovest. A Sandy Run era uguale, Ethe. Mai capito un tubo di quel posto. Oilà, Fally!”

Fallyhee stava tornando con una mano in tasca.

“Cos’hai trovato?” chiese Ethe.

“Quando ero a Sandy Run è successa una cosa del genere,” disse Neb. “Stavo dicendolo prima a Ethe, Fally.”

“Eri a Sandy Run?” chiese Fallyhee, a cui non importava niente di Sandy Run.

Ad un certo punto, l’acqua aveva cominciato a venire giù dalla volta, raccontò Ethe. Scorreva placidamente per gran parte del tempo. Semplice birra dalla spina. Era regolare in quel modo. Un’entità mite. Cadendo faceva un suono che era ipnotico e amichevole. Fallyhee aveva presente la birra che scende da una spina?

“Mmh,” disse il caposervizio.

Bè, ad un certo punto era cambiata. Aveva cominciato a contorcersi come un arco elettrico. Il caposervizio aveva presente un arco elettrico?

“Un arco elettrico?” disse Fallyhee.

Bè, comunque la roba era strana. Non era strana?

“Dici che c’è un fiume di là sopra?” chiese Neb.

“No,” disse il caposervizio.

La roba era molto strana. Non c’erano fori da cui l’acqua potesse uscire. Non fori pubblicamente evidenti, almeno. L’acqua si formava sulla superficie della roccia e questo era tutto quello che si poteva sapere.

“Quando ero a Sandy Run una volta è successa una cosa del genere,” disse Neb.

“Dice ch’erano finiti dentro una stalla,” disse Ethe.

“Non ci sono stalle,” disse Fallyhee.

“Non eravamo finiti dentro una stalla,” protestò Neb.

“Da dove verrà quest’acqua?” disse Ethe.

Neb caricò il petto e disse:

“Fally, quand’ero a Sandy Run…”

“Non m’importa un tubo di Sandy Run!” disse Fallyhee.

Gli uomini avevano esaurito l’esauribile in fatto di eloquenza. Neb sospirò drammaticamente. “Oh bè, oh bè, oh bè.”

“È molto strano,” mormorò Ethe. “Perché… Perché non è… È strano.”

“Ethe?”

Neb calciò una pietra e studiò la parabola. Aveva disprezzo profondo nei piedi, ironia nella lingua e indifferenza negli occhi.

Un aspetto curioso di questa storia è che nessuno di loro aveva un’idea di dove stesse accadendo che cosa. Entrando, la prima cosa che questi uomini sperimentavano era un generico oblio delle relazioni con il mondo del sopraterra. Non c’era una linea dell’orizzonte, per dirne una.

Il caposervizio fu colpito da una reminiscenza improvvisa. Disse:

“Non c’è niente di là fuori. Giusto una baracca di tronchi con due aceri, e di là c’è uno steccato. E poi siamo molto sotto. Qua sopra ci sono centinaia di piedi di roccia. Non può passare l’acqua.”

“Sì, è vero, siamo molto sotto,” ammise Neb.

“Quello che stavo pensando anch’io prima,” disse Ethe.

Fallyhee pronunciò questo editto:

“Domani chiude il livello.”

Ethe non afferrò subito il significato, e disse soltanto, molto flebilmente: “Chiudere il livello?” Se lo rigirò in bocca diverse volte. “Chiudere? Il livello?” Ethe era una di quelle persone che devono masticare un concetto per capire cosa contiene.

“Cosa vuol dire chiudere il livello?” disse Neb.

“Vuol dire chiudere il livello,” disse Fallyhee, ovvio come una collina.

“Io non ho detto di chiudere il livello, Fally,” si lamentò Neb, come se gli avessero attribuito l’idea.

“No, non l’hai detto,” ammise Fallyhee. “L’ho detto io, Neb.”

“Ehi, è come se… È come se io… o Ethe…”

“Ma ti rendi conto?” disse Ethe.

“…adesso ci mettiamo a… a…”

Ethe diventò minaccioso. “Chi l’ha detto che tocca chiudere il livello?”

Neb si dimenticò il finale del pensiero. “Come se ci mettiamo a…”

Fallyhee si voltò di scatto e marciò verso l’oscurità. Neb e Ethe andarono dietro a lui.

“Ehi, aspetta un po’.”

“Sai cosa vuol dire se chiudi il livello, Fallyhee?” disse Ethe, finalmente.

“Allora?” disse il caposervizio, senza voltarsi.

“Sai una cosa?” disse Neb.

“Lascia perdere. Ci parlo io.”

“Oh, allora parla tu, genio.”

“Fallyhee,” disse Ethe, esitante.

Neb si soffiò il naso.

Fallyhee si fermò di colpo. “Allora?”

“E adesso?” disse Neb.

Ethe andò a mettersi esattamente di fronte a Fallyhee. Voleva che il capo lo vedesse chiaramente mentre parlava. Voleva essere percepibile. Temeva che il concetto non sarebbe passato se avesse parlato mentre il caposervizio guardava altrove.

“Ascolta bene questo ragionamento, Fallyhee,” disse. “Guarda che lo vedi così ma è giusto uno sputo di roba. Diglielo tu, Neb, che è giusto un po’ di acqua.”

“È giusto uno sputo di roba,”disse Neb.

“Non è uno sputo di roba,” disse Fallyhee. “C’è una sacca e io non so quanta acqua c’è. Non posso lasciare il livello aperto.”

Fallyhee riprese ad andare verso il fondo del livello.

“Ehi, perché non parliamo un attimo?” Ethe aveva agganciato il caposervizio per un passante del cinto. Gli andava appresso come al traino.

A Neb veniva da ridere.

“Aspetta un minuto,” disse Ethe andando dietro il caposervizio.

“Cosa?” disse Fallyhee.

“Bè, come fai a dire che c’è una sacca d’acqua?” disse Ethe.

Il caposervizio si voltò di scatto. “Vuoi che non so cos’è una sacca d’acqua?”

“Vabbè, però non sai se c’è molta acqua.”

“Se esce in quel modo vuol dire che ce n’è molta, Ethe.”

Ethe non sapeva perché gli fosse venuto in mente di parlare dell’acqua. In fondo, non gli importava molto. Ethe non sapeva nulla dell’acqua nelle miniere se non che gli era sempre apparsa una generica seccatura quando doveva sedersi.

“Ti dico solo che se succede qualcosa io non ne so niente,” disse.

“Eh?”

“Niente.”

All’improvviso, gli venne in mente che svelare il cuore della questione sarebbe stato un atto di persuasione molto potente.

“Bè, allora se chiudi il livello noi rimaniamo senza lavorare.”

Accanto ai tre uomini c’era un cumulo di pietre con due puntelli incrociati e inchiodati assieme. Dietro le loro spalle c’era il grande muro dell’oscurità, da dove proveniva continuamente lo scroscio oltraggioso dell’acqua.

“C’è cento uomini in questo livello,” disse Neb.

Fallyhee fece un gesto rapido con la mano. “Scemenze! Tornate al Quarto Livello. Io devo fare quello che devo fare e basta.”

Neb barcollò. Fallyhee gli aveva spudoratamente prosciugato il fiume dell’eloquenza.

“Però al quarto non fai molto,” disse, dopo qualche tempo. “Qui ti puoi fare le quote facili, Fally. Capisci cosa voglio dire?”

“Sì,” disse Fallyhee.

“E allora?”

“Allora no.”

Per qualche tempo camminarono in silenzio. Il caposervizio davanti, i minatori dietro. Una volta Neb guardò Ethe che guardò Neb.

Ethe raggiunse Fallyhee e gli mise una mano sulla spalla. “Qualcosa che non va, Ethe?” chiese il caposervizio.

“No, niente,” disse Ethe.

Ethe prese la lampada in una mano, si sfilò il cappello e cominciò ad esaminarne le cuciture.

“Bè?” disse Fallyhee.

“Non ho detto niente,” disse Ethe.

Più tardi, due minatori infelici stavano spalando carbone in un carro. Le loro Davy aperte pendevano dall’estremità di un puntello magro come un chiodo. Le loro facce erano scarlatte. La loro pelle era di una peculiare qualità di bianco simile allo strutto. Le loro ombre sataniche si allungavano in direzioni divergenti dentro l’oscurità più oscura dell’oscuro Primo Livello Est.

Immersi in un giallore triste, i loro badili di piombo andavano su e giù, su e giù, prima uno e poi l’altro, come bielle di uno strano macchinario umano. A volte avevano l’impressione di un mulattiere esattamente dietro le spalle. Pensavano che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato ad annunciare un tragico diversivo. L’occhio scivolava oltre la spalla, verso il punto da cui avrebbe dovuto arrivare il mulattiere. Temevano di essere presi in giro. Era frustrante che non ci fossero mulattieri da quelle parti.

“Secondo me hai fatto male a parlare così a Fallyhee,” disse Neb.

Ethe infilò la lama del badile sotto un pezzo di carbone delle dimensioni di un teschio. Aveva intenzione di far volare il teschio dentro il carro senza toccarlo con le mani. Qualche volta gli era riuscito.

Neb osservò il manico del badile.

“Bè, lo so. E allora?” disse Ethe.

Continuarono a riempire il carro. Prima Ethe lanciò una badilata di carbone, poi Neb lanciò un’altra badilata. Poi lanciò Ethe e poi lanciò Neb. Poi Ethe e poi Neb.

“Bret diceva che tornava subito,” commentò Neb, amaramente.

Ethe diede un’occhiata dietro la spalla.

“Arriverà,” disse.

Rimasero in silenzio per un minuto. Guardarono le rotaie che scomparivano nella nebbia di catrame.

Il carro era pieno fino alla sponda. Neb andò a prendere qualche grosso blocco di carbone per decorare la cima.

“Il fatto è che stanno caricando tutti,” disse mentre tornava con il carbone sotto le braccia.

Mise due blocchi di carbone tra il carico e la sponda. Un blocco sporgeva. Andò a cercare qualche pezzo più piccolo per incastrarlo sotto il blocco più grande e impedirgli di cadere mentre stavano tirando il carro su per il pozzo.

“Arriva Bret,” disse Ethe. Camminò fino al limite della galleria di carreggio, da dove poteva vedere una luce gialla che si muoveva.

“Sta portando carri?” chiese Neb.

Aspettarono in silenzio per un minuto o due. Si sentirono passi.

“No,” disse Ethe.

“Oilà, Cadalso,” disse Neb.

Neb interrogò Cadalso sulla scomparsa di Bret e dei carri. I carri erano il mistero del livello.

“Non so,” disse Cadalso.

“Non lo sa,” disse Ethe.

“L’ho sentito,” disse Neb.

Ethe caricò altro carbone. C’era ancora così tanto spazio. Era diventato indifferente alle condizioni dell’universo.

“Allora dice che Fallyhee chiude il livello,” disse Cadalso.

Ethe punzecchiò il cumulo di carbone con il manico di una piccozza.

“Chiude il livello?” esclamò Neb. “Cavoli, no, neanche per idea. Se vuoi che te lo diciamo, io e Ethe stiamo facendo un lago. Un laghetto con i pesci. Appena finiamo di togliere questa roba nera portano le anatre d’acqua. Ti piacciono le anatre d’acqua, Caddy? Diossanto, viene un paradiso questo affare.”

Ethe illuminò Cadalso sulle miserabili condizioni del livello.

“Così siamo,” disse Neb.

“Qué carajo,” commentò Cadalso.

“Se ti capita di vedere Bret, o un altro…” disse Neb.

Cadalso agitò una mano. “Sta arrivando qualcuno.”

“A parte gli scherzi,” disse Neb.

“Sta arrivando qualcuno,” disse Cadalso. “C’è una luce nella galleria di carreggio.”

Bret arrivò in un’aura gialla di gloria. Ethe e Neb spinsero il carro verso il binario del carreggio. Cadalso si unì fraternamente alla fatica comunitaria.

Bret era arrivato con altri due mulattieri, quattro carri e un mulo.

“Ti piacciono le anatre d’acqua, Bret?” chiese Neb.

Bret dedicò a Neb la sua esecuzione migliore in fatto di stupida esaltazione. “Un mucchio.”

Bret e gli altri due staccarono un carro vuoto dai quattro che avevano portato e attaccarono il carro pieno.

“Adesso andate,” disse Ethe.

Bret, mulo, carri e mulattieri si incamminarono lungo la galleria di carreggio. Neb a guardarli mentre si allontanavano. Da quando Fallyhee aveva detto che avrebbe chiuso il livello, le porte di ventilazione restavano aperte. I portinai erano scomparsi.

“Che accidenti ti è venuto in testa di dirgli a Fallyhee?” chiese Ethe caricando il nuovo carro con nuovo entusiasmo.

“Accidenti… di… venuto… testa… Fallyhee?” mormorò Neb, sognante. “Dirgli? Detto io a Fallyhee? Cosa?”

Ethe prese il badile e cominciò a caricare euforicamente il carbone. Neb cominciò a fare lo stesso, per simpatia. Ethe smise di caricare e si soffiò il naso.

“Questa roba,” disse tirando fuori una delle sue dita e indicando quello che rimaneva del mucchio di carbone. “Questa roba ci sta tutta dentro il carro. Finiamo e ce ne andiamo. Mettiamo il carro di là in fondo vicino al carreggio.”

Neb fluttuava in excelsis, praticamente era una nube. “Quella roba?”

Ethe sbuffò.

“Carichiamo questo carbone nel carro, lo spingiamo fino alla galleria di carreggio e abbiamo fatto,” spiegò, poi sbuffò ancora.

Neb guardò il carbone, poi il carro, poi la galleria di carreggio. Ethe mise il fazzoletto in tasca. Neb osservò Ethe che infilava il fazzoletto in una tasca.

“Cosa gli ho detto a Fallyhee?”

Ethe rifletté amaramente su una crosta di carbone che era comparsa sotto le unghie. Improvvisamente si alzò e marciò pomposamente in direzione della galleria di carreggio. Gli sembrò di avere acquisito un petto monumentale.

“Davvero eravate finiti dentro una stalla quando eri a Sandy Run?” chiese.

Neb infilò il badile nel mucchio di carbone e guardò verso la galleria di carreggio. Ethe stava fischiando una canzone popolare. Neb fu colto da un’ispirazione improvvisa. Disse:

“Vuoi che te lo dico, Ethe? Sei un insensibile. Ecco cosa sei. Una persona grandissimamente insensibile.”

~ Da: Enrico Sanna, Molly Flint, venduto da Amazon.

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