Alcol e Droghe

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Di Aldous Huxley

Oggi in Francia c’è un rivenditore di prodotti alcolici ogni cento abitanti, più o meno. Negli Stati Uniti c’è probabilmente almeno un milioni di alcolisti senza speranze, oltre ad un numero più grosso di bevitori forti il cui male non è ancora diventato mortale. Riguardo il consumo di sostanze intossicanti nel passato non abbiamo statistiche o dati precisi. Nell’Europa occidentale, tra i celti e i teutonici, durante il medioevo e fino agli inizi dell’evo moderno, l’assunzione di sostanze alcoliche era probabilmente superiore ad oggi.

In tutti quei casi in cui noi beviamo tè, caffè o bevande gasate, i nostri antenati si rinfrescavano con il vino, la birra, l’idromele e, in secoli più recenti, con il gin, il brandy e l’usquebaugh (whiskey). Bere regolarmente l’acqua era una punizione inflitta ai malfattori, oppure era accettata dai religiosi, associata talvolta al mangiare vegetariano, come mortificazione severissima. Non bere alcolici era una stranezza abbastanza rilevante da attirare commenti e soprannomi più o meno degradanti. Da qui patronimici come l’italiano Bevilacqua, il francese Boileau e l’inglese Drinkwater.

L’alcol non è che una delle tante droghe impiegate dagli esseri umani come via facile per sfuggire all’isolamento dell’io. Tra tutti i narcotici, gli stimolanti e gli allucinogeni naturali non ce n’è uno, credo, le cui proprietà non siano note da tempi remotissimi. La ricerca moderna ci ha dato inoltre una messe di prodotti sintetici; ma per quanto riguarda i veleni naturali non ha fatto altro che sviluppare metodi migliori per estrarre, concentrare e ricombinare quelli già noti.

Dal papavero al curaro, dalla coca andina alla canapa indiana fino a certi funghi siberiani, ogni erba, pianta o muffa in grado, una volta ingerita, di sbalordire, eccitare o evocare visioni, è stata da tanto tempo scoperta e impiegata sistematicamente. Il fatto è stranamente rilevante perché sembra dimostrare che, sempre e ovunque, gli esseri umani abbiano sentito l’estrema inadeguatezza della loro esistenza personale, la sofferenza insita nel fatto di essere un io isolato e non qualcos’altro, qualcosa di più grande, qualcosa, per dirla con Wordsworth, “di molto più profondamente connesso”.

Esplorando il mondo che lo circondava, l’uomo primitivo evidentemente “sperimentava ogni cosa e teneva per sé ciò che era buono.” Per preservare il proprio benessere il buono era rappresentato da tutti i frutti e le foglie commestibili, tutti i semi, le radici e le noci che fossero nutrienti. Ma in un contesto diverso, il contesto dell’insoddisfazione di sé e il bisogno di trascendere, il buono diventa tutto ciò che permette di cambiare la coscienza individuale.

Le droghe possono causare cambiamenti decisamente in peggio, il costo potrebbe essere un senso di malessere nel presente e una dipendenza nel futuro, e poi degrado e morte prematura. Ma tutto ciò non ha importanza. Ciò che conta è la coscienza, anche solo per un’ora o due, anche solo per pochi minuti, di essere qualcuno o, più spesso, di essere qualcosa di diverso dall’io isolato. “Io vivo, ma non sono io, è il vino o l’oppio, il peyote o l’hascisc che vive in me.” Andare oltre i limiti dell’io isolato rappresenta una liberazione tale che, anche quando la trascendenza si manifesta con nausea e tremore, crampi, allucinazioni e coma, l’esperienza procurata dalla droga è per gli uomini primitivi, e anche per le persone altamente civilizzate, qualcosa di intrinsecamente divino.

L’estasi procurata dall’intossicazione ancora oggi è parte essenziale di molte religioni in Africa, Sud America e Polinesia. Un tempo, come dimostrano certi documenti che sono giunti fino a noi, era parte non meno essenziale della religione dei celti, i teutonici, i greci, le popolazioni del Medio Oriente e gli ariani conquistatori dell’India. Non è solo il fatto che “la birra più di Milton può portare Dio all’uomo.” La birra è dio. Tra i celti, Sabazios era il nome divino del senso di alienazione che si prova quando si è completamente ubriachi di birra.

Più a sud, Dionisio era, tra le altre cose, la reificazione sovrannaturale degli effetti psicologici dell’eccesso di vino. Nella mitologia vedica, Indra era il dio di quella droga oggi non identificata chiamata soma. L’eroe che uccide il drago è la proiezione ingrandita sul cielo di quella strana e gloriosa alterità sperimentata dall’intossicato. Diventato tutt’uno con la droga l’uomo diviene, come Soma-Indra, sorgente d’immortalità, il mediatore tra gli umani e la divinità.

In tempi moderni, la birra e le altre scorciatoie tossiche alla trascendenza non sono più ufficialmente adorate come divinità. La teoria è mutata, ma non la pratica; perché in pratica milioni e milioni di donne e uomini civilizzati continuano ad offrire la propria devozione, non allo spirito liberatore che trasfigura, ma all’alcol, all’hascisc, all’oppio e i suoi derivati, ai barbiturici e alle altre sostanze sintetiche assuefacenti aggiunte al vecchio catalogo di veleni in grado di provocare la trascendenza dell’io.

In tutti i casi, ovviamente, quello che sembra un dio è in realtà un demonio, e quella che sembra una liberazione è in effetti una schiavitù. La trascendenza dell’io è invariabilmente verso il basso, verso ciò che è meno umano, ciò che sta sotto la persona.

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