Un Roi, une Loi, un Pois

louis_xvi

Di Enrico Sanna

Luigi XVI di Borbone, re di Francia. Detto Louis le dernier, Luigi l’ultimo. Per quanto ne so, questo è l’unico re della storia ad essere stato ucciso con la sua approvazione. Avete presenti tutti quei re, despoti,  dittatori, capi di qualcosa che muoiono a bizzeffe nei film? Quelli che, mentre il boia si prepara, si guardano attorno con disprezzo e incredulità. Che ho fatto?” biascicano, con una faccia presa in prestito da Alberto Sordi. A volte sputano. Serrano i denti e dicono: “Tutti bastardi!” E hanno una faccia di quelle che si vendono a Hollywood e sono fatte da una famiglia di Benevento.

Bè, lui no.

Mentre saliva sul patibolo per essere ghigliottinato, sapeva bene chi e che cosa aveva deciso che doveva morire, e per quale ragione. Che lui condivideva. Un prete, che invece non sapeva nulla di nulla, neanche della croce che gli ciondolava dal collo, cianciò qualche parola irriconoscibile. Perché lui e Luigi parlavano due lingue diverse. Il prete avrebbe dovuto chiedere una lingua in prestito per poter parlare con l’ultimo re, ma era troppo orgoglioso. Per questo Luigi lo guardò come si guarda un reperto, arricciò le sopracciglia, e continuò per la sua strada. Che, se ci fate caso, va verso l’alto.

“Distanza da percorrere trascinando i tronchi dal luogo di taglio al fiume, in strade quasi impercorribili, sei leghe,” dice un sottodelegato dei taglialegna. E conclude così: “Tempo impiegato, due giorni.”

Il re faceva tutti i giorni un monticello di questi cahiers sul tavolo del tinello e chiedeva alla sua cuoca di leggerglieli. Lui leggeva di rado. Tanto che le malelingue sostengono che non sapesse leggere.

In una lettera scritta da un sindaco, per dire, leggiamo queste parole:

“Ieri, su richiesta dell’assistente ai lavori M. C. ho ordinato l’arresto di tre uomini per non aver adempiuto alle loro corvée. La decisione ha causato molto subbuglio tra le donne del villaggio, che hanno urlato ‘A nessuno importa dei poveri se non quando c’è da obbligarli alle corvée. A nessuno importa come vivono. Guardate qui!’”

E quest’altro dice: “I giudici esistono per il popolo, non il popolo per i magistrati.”

E poi questo, di un contadino di non so dove:

“Anche se in questa parte del paese abbiamo pochi nobili, non bisogna pensare che i terreni siano esenti da rendite; al contrario, quasi tutti i feudi appartengono alla cattedrale, o all’arcivescovado, o alla chiesa collegiale di Saint Martin, o ai benedettini di Noirmontiers, di Saint Julien o di qualche altro ordine, contro i quali non c’è legge che valga, e tutti non fanno che riportare alla luce vecchie pergamene di Dio solo sa quale secolo!”

E se pensate che questi lamenti si alzino solo dagli strati più umili, ecco che vi sbagliate. Era tutta la Francia, dal basso verso l’alto, a chiedere l’eliminazione di questo o quel pezzo del regno.

Un giovane studioso, qualche anno più tardi, andò a rileggere quei pezzi di carta. Esattamente come il re aveva fatto nel tinello di Versailles. E fu così che arrivò alla conclusione che ciò che si chiedeva, da tutte le parti, non era altro che l’abolizione della legge. Non di una legge. Di tutte.

“Scopro con terrore,” scrive il giovane Alexis con la coperta sulle ginocchia, “che non chiedono altro che l’abolizione simultanea e sistematica di tutte le leggi, l’abolizione di tutte le norme consuetudinarie allora diffuse nel paese. Sento ora che una delle più grandi rivoluzioni del mondo era imminente.”

E rigirando inutilmente questo pensiero nella testa, l’ultimo re unse gli stivali, aggiustò la parrucca e si sedette compostamente dietro il portone d’ingresso. Anche lui, mentre ascoltava la voce della sua vecchia cuoca, aveva capito che tutti volevano l’abolizione di tutte le leggi. E questo significava l’abolizione del re. E anche lui, in fondo, voleva l’abolizione del re. Voleva l’abolizione di se stesso. E niente poteva fare un vecchio prete rincitrullito dal latinorum che si iniettava a palla. Non capiva quello che capiva l’ultimo re.

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