Fuori Tiro

Di T. W. Adorno

Autunno 1944

Nelle comunicazioni relative ad attacchi aerei mancano di rado i nomi delle ditte che hanno fabbricato gli apparecchi: Focke-Wulf, Heinkel, Lancaster appaiono al posto dei corazzieri, ulani ed ussari di una volta. Il meccanismo della riproduzione della vita, del suo assoggettamento e della sua distruzione, è immediatamente lo stesso, e quindi industria, stato e réclame vengono fusi insieme. Il vecchio paradosso di liberali scettici, “la guerra è un affare”, si è realizzato: il potere statale ha rinunciato persino all’apparenza dell’indipendenza dall’interesse particolare e si pone ormai anche ideologicamente – poiché di fatto lo fu sempre – al suo servizio. Ogni menzione elogiativa della grande ditta in occasione della distruzione di una città contribuisce a farle il buon nome grazie al quale otterrà poi i migliori incarichi al momento della ricostruzione.

Come la guerra dei Trent’anni, così anche questa, del cui inizio nessuno sarà in grado di ricordarsi quando sarà finita, si decompone in più campagne discontinue, separate da pause vuote: la campagna polacca, norvegese, francese, russa, tunisina, e infine l’invasione. Il suo ritmo, l’alternanza di azioni brusche e di calma totale per mancanza di nemici geograficamente accessibili, ha già in sé qualcosa dell’aspetto meccanico che caratterizza i singoli mezzi bellici, e che ha risuscitato la forma preliberale delle campagne militari. Ma questo ritmo meccanico determina tutto l’atteggiamento umano verso la guerra, non solo nella sproporzione tra la forza fisica individuale e l’energia dei motori, ma fin nelle cellule più segrete dei modi di esperienza. Già la volta scorsa l’inadeguatezza del corpo alla battaglia dei materiali rendeva impossibile una vera esperienza. Nessuno avrebbe potuto raccontare di quella guerra al modo in cui si era raccontato delle battaglie del generale d’artiglieria Bonaparte. Il lungo intervallo tra le memorie di guerra e la conclusione della pace non è casuale: testimonia della faticosa ricostruzione del ricordo, a cui, in tutti quei libri, resta associato qualcosa di impotente e perfino d’inautentico, indipendentemente dagli orrori attraverso i quali i testimoni sono passati. Ma la seconda guerra mondiale è sottratta altrettanto radicalmente all’esperienza quanto il funzionamento di una macchina ai movimenti del corpo, che si assimila a quello solo in stato di malattia. Come questa guerra non possiede continuità, storia, l’elemento “epico”, così non lascia dietro di sé un ricordo resistente e inconsciamente conservato. Dovunque, ad ogni esplosione, essa ha infranto la pellicola protettiva sotto cui si forma l’esperienza che è la durata tra l’oblio salutare e il salutare ricordo. La vita si è trasformata in una successione atemporale di choc, separati da intervalli vuoti, paralizzati. Ma forse nulla è più fatale per l’avvenire del fatto che, letteralmente, presto nessuno sarà più in grado di ripensarci, perché ogni trauma, ogni choc non superato di coloro che torneranno è un fermento di prossima distruzione. Karl Kraus fece bene a intitolare il suo dramma Gli ultimi giorni dell’umanità. Ciò che accade oggi dovrebbe intitolarsi “Dopo la fine del mondo”.

Il totale travestimento della guerra ad opera dell’informazione, della propaganda, dei commenti, gli operatori cinematografici nelle prime tank e la morte eroica dei reporter di guerra, la combinazione di opinione pubblica tenuta artificialmente al corrente e azione inconsapevole, tutto ciò non è che un’altra espressione dell’esperienza disseccata, del vuoto tra gli uomini e il loro destino, in cui il destino propriamente consiste. Il calco reificato e irrigidito degli avvenimenti, sostituisce, per così dire, gli avvenimenti. Gli uomini vengono ridotti al ruolo di attori di un documentario-monstre, che non conosce più spettatori, perché anche l’ultimo spettatore deve recitare la sua parte sulla tela. Proprio questo aspetto è alla base dello slogan, spesso criticato, della phony war (guerra finta). Esso deriva, senza dubbio, dalla tendenza fascista a respingere come “pura propaganda” la realtà dell’orrore, perché l’orrore si attui senza incontrare obiezioni. Ma, come tutte le tendenze del fascismo, anche questa ha la sua origine in elementi della realtà, che, del resto, s’impongono solo per quell’atteggiamento fascista, che allude malignamente ad essi. La guerra è effettivamente phony, ma la sua phonyness è più orribile di tutti gli orrori, e quelli che ci ridono sopra contribuiscono in primo luogo alla calamità.

Se la filosofia della storia di Hegel avesse compreso il nostro tempo, le V2 hitleriane avrebbero trovato il loro posto, accanto alla morte precoce di Alessandro e ad altre immagini del genere, tra i fatti empirici scelti in cui si esprime immediatamente e simbolicamente lo stato dello spirito del mondo. Come il fascismo, le V2 sono lanciate e senza soggetto nello stesso tempo. Come il fascismo, uniscono la massima perfezione tecnica alla cecità assoluta. Come il fascismo, suscitano il massimo terrore e sono perfettamente vane. “Ho visto lo spirito del mondo”, non a cavallo, ma alato e senza testa: e questo confuta, nello stesso tempo, la filosofia della storia di Hegel.

L’idea che, dopo questa guerra, la vita potrà riprendere “normalmente” o la cultura essere “ricostruita” –  come se la ricostruzione della cultura non fosse già la sua negazione – è semplicemente idiota. Milioni di ebrei sono stati assassinati, e questo dovrebbe essere un semplice intermezzo, non la catastrofe stessa. Che cosa aspetta ancora questa cultura? E anche se a innumerevoli persone resta il tempo di attendere, come pensare che quanto è accaduto in Europa possa restare senza conseguenze, e che la quantità delle vittime non si capovolga in una nuova qualità della società intera, nella barbarie? Finché tutto procede per azioni e reazioni, la catastrofe si perpetua. Si pensi solo alla vendetta di coloro che sono stati assassinati. Se altrettanti ne vengono uccisi dagli altri, l’orrore si trasforma in istituzione, e lo schema precapitalistico della vendetta di sangue, che da tempi immemorabili è confinato in distretti isolati, ai margini della civiltà, viene reintrodotto in forma allargata, con intere nazioni come soggetto impersonale. Che se, invece, i morti non sono vendicati e si usa clemenza, il fascismo impunito risulta, nonostante tutto, vincitore, e dopo aver mostrato una volta come tutto va liscio, si perpetuerà altrove. La logica della storia è distruttiva come gli uomini che produce: e dovunque tende la sua forza di gravità, riproduce l’equivalente del male passato. Normale è la morte.

Alla domanda, che cosa si deve fare della Germania vinta, non saprei rispondere che due cose. In primo luogo: non vorrei a nessun costo e pre nessuna ragione fare il carnefice o fornire titoli di legittimità ai cernefici. In secondo luogo: non impedirei a nessuno, neppure con l’apparato legale, di vendicarsi di ciò che è accaduto. Questa è una risposta del tutto insoddisfacente, contraddittoria, e tale da irridere ad ogni generalizzazione o applicazione. Ma forse l’errore, prima di essere mio, è già nella domanda.

Documentario settimanale al cinema: l’invasione delle Marianne, tra cui Guam. Non si ha l’impressione di assistere a combattimenti, ma a lavori di costruzione stradale e scoppi di mine, intrapresi con centuplicata violenza; o ad azioni di affumicamento, allo sterminio di insetti nocivi su scala tellurica. Le operazioni vengono eseguite finché non cresce più un filo d’erba. Il nemico funge da paziente e da cadavere: come gli ebrei sotto il fascismo, non costituisce che l’oggetto di misure tecnico-amministrative; e se si difende, la sua reazione ha lo stesso carattere. Il diabolico, in tutto ciò, è che, in certo qual modo, si richiede più iniziativa che nella guerra vecchio stile, e che, per così dire, occorre tutta l’energia del soggetto per realizzare l’assoluta impersonalità. La perfetta inumanità è la realizzazione del sogno umano di Edward Grey: la guerra senza odio.

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