Notturno

Di Enrico Sanna

Inedito scritto l’altra sera. Scena: un villaggio, notte, nebbia. Un calesse con due vivi e un morto. Varie.

A mezzanotte arrivò la nebbia. Attraversarono la piccola radura di Monticello da nord a sud. Non c’era nessuno da quelle parti. La casa dormiva e la segheria era morta in attesa della sua risurrezione quotidiana. Per il resto, nessuno. Giusto qualche ubriaco che ululava una serenata ad una sua luna personale.

Mentre stavano partendo dalla Crepa del Diavolo, Jesh aveva sviluppato un vistoso singhiozzo. Questo singhiozzo era stato l’unica marcia funebre dell’ultimo viaggio. A volte scompariva. Allora Jesh sorrideva segretamente alla tregua. Gli sembrava di aver vinto. Ma si sentiva come se l’avesse temporaneamente inghiottito. Infatti tornava. Regolare come il canto di un gufo. Mentre entravano nel villaggio, la signora si voltò di scatto e gli mollò una manata sullo sterno.

“Siamo al villaggio,” disse.

Qualcuno si era dimenticato di spegnere il villaggio. Perciò era ancora acceso. Brillava di quella luce sacra che illumina il profano proprio delle feste.

Due tipi, che in presenza del sole alto avrebbero chinato la testa e zappato la terra con tutta la serietà di un Adamo che pensa al pane, cercavano di camminare e stare abbracciati allo stesso tempo. Intanto cantavano la storia dole e amara di una ragazza del Madagascar dagli occhioni blu. Per qualche strana ragione, la canzone era ciò che impediva loro di precipitare. Di quando in quando tacevano. Allora uno dei due buttava giù qualcosa da un fiasco, che poi passava all’altro,  che buttava giù anche lui. Poi ringraziavano il creato, poi ruttavano come eremiti in estasi. Poi cercavano di riprendere la tipa del Madagascar dove l’avevano lasciata. Ma quasi mai gli riusciva. La tipa era passata in India facendo facendo purè del ritmo. Oppure aveva gli occhi di un altro colore.

Una casa sottomarina fluttuava nel purgatorio grigio. Si capiva che era lì perché a specificare la sua esistenza avevano messo due rettangoli di luce suadente, una rossa e l’altra gialla. Periodicamente, qualcuno scambiava i rettangoli. Due persone. Una donna e un ragazzo. Il ragazzo stava dicendo così:

“Ma, io non li trovo mica.”

“Come non li trovi? Se erano…”

“Non li trovo e non li trovo.”

“Fammi vedere.”

La luce rossa scomparve dal suo rettangolo. Poi ricomparve magicamente nell’altro rettangolo, ad un passo dalla luce gialla.

“Eh, vedi tu!” disse la luce gialla.

La luce rossa non disse nulla per qualche tempo. Poi:

“Vabbè, fammi ricordare.”

“Ma!”

“Eh?”

“Ma, è mezzanotte.”

La luce rossa si irritò improvvisamente. Diventò più rossa, più vaporosa, una marea improvvisa perfino. Infine disse così:

“E quel tuo babbo ancora in giro!”

“Dice che c’aveva delle cose da preparare con…”

“Dice che s’è preso una ciuccata in giro, s’è preso, altro che c’aveva delle cose!”

Le due anime di prima ripresero il loro canto nella nebbia. Uno era un fabbro e l’altro un avvocato. L’uno al sesto cerchio e l’altro a meno tre. Queste due anime, che le convenienze di paese tenevano ferocemente divise sotto il sole, nelle notti di nebbia erano affratellate da una bottiglia di cognac. Poteva sembrare incredibile, ma tutto sommato era un’idea antica e banale. Nient’altro poteva operare un simile miracolo sociale.

Comparve l’ombra dello spettro di una volpe. Era bianca, con la coda sul lato sinistro, proprio al centro della strada. Era arrivata dal lato sinistro. Si era fermata a metà dell’attraversamento. Guardava il calesse che arrivava.

“Una volpe,” disse la signora Maria.

Il calesse andava molto piano. I finimenti non trillavano. In quel paesaggio sottomarino il fanale brillava come un globo rosso di luce infernale.

“A quest’ora?” disse Jesh.

La signora Maria tirò le redini. Il cavallo diventò una scultura di legno.

“A quest’ora,” confermò la signora scendendo dal calesse. Andò ad incontrare la volpe.

Poi tornò. Lo spettro era cambiato. Non era più una volpe.

“È una coccarda,” disse lui.

Elegante, certo, come tutte le coccarde, ma niente colori. Niente viola, niente rosso, niente verde. Neanche ad appiccicarla al fanale. Era una coccarda liberata dai colori. Sicuramente utile per qualcosa. I topi avevano già fatto fuori il centro.

“Guarda un po’ che ha perso i colori,” disse la signora Maria. “È pure più bella, sai? Questa roba viene meglio senza i colori, a quanto pare. Non ci avevo mica pensato mai.”

“Non è neanche sporca,” disse Jesh.

“No, però c’ha questa bella smangiata che sembra che ha beccato una cannonata al volo,” disse la signora. Poi fece partire una riflessione. “Che poi chi se ne frega.”

Posò la coccarda sul margine della strada.

Svoltarono da qualche parte. Forse. Da questa parte c’era un grande albero, o un gatto che sbadigliava. Poi comparve uno strano muro. Il muro più esteso, il più venerando di tutto il villaggio. Era un muro impreciso. In un punto era curvo all’infuori. Un prode fico gli impediva di cadere. A tratti era molto vecchio e a tratti molto nuovo. Era generalmente basso. Tanto basso che quasi non era un muro. Passare dall’altra parte, per dire, era molto facile.

Dentro dormivano i paesani del passato. Erano distesi a poca profondità. Per ricordare dove erano, ci avevano messo sopra croci di legno, grandi pietre squadrate, cumuli di terra e gigli di luce.

All’ingresso trovarono Maude e una coppia di vecchi. Maude era bella. Anche con la nebbia. Anche con i capelli legati. Anche con trentaquattro anni.

“Ah ecco,” mormorò Jesh, e le parole colarono lungo la curva delle labbra e caddero a terra.

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