Goticherie

Di Enrico Sanna

Un luogo comune dell’immaginario anglosassone è l’identificazione del gotico con il medioevo. O, che non è la stessa cosa, del medioevo con il gotico. Non intendo il gotico come forma dell’anima. Intendo il gotico gotico. Quello ogivale. Quello delle cattedrali, dei dipinti, della scrittura. E, perché no, anche dell’anima. Mi ha sempre dato l’impressione di un collo che si strozza.

Gli anglosassoni non hanno mai conosciuto il romanico. Non in forma conscia, almeno. Né hanno mai conosciuto l’arte greca o romana. A meno che non si prendano sul serio le americanate pacchiane degli edifici pubblici con il colonnato davanti, riproduzione modellistica infantile di qualche edificio pagano.

L’arte romanica rimane circoscritta all’Europa meridionale. Soprattutto l’Italia. L’arte romanica è secondo me l’arte che meglio parla del medioevo. Viene dopo l’estremismo dei bizantini e prima della crisi gotica. È equilibrio. Victor Hugo è uno dei pochi che intendono l’architettura per quello che è: comunicazione. Il romanico è la forma comunicativa del medioevo.

Guardate la beneventana, con le sue lettere accucciate in fila. Sembrano, a guardarle con disincanto, una processione di monaci, ognuno dei quali ha la testa poggiata sulla gobba di chi lo precede. O guardate, già che parliamo di monasteri, il monaco pregotico chino sulla zappa. Il monaco che passa la sua anima alla terra affinché emigri nel cielo. Controintuitivo. Un discendere che è un’ascesa. Come quello di Dante, costretto a scendere, a percorrere le budella della terra, per poi risalire spedito.

Il medioevo era l’equilibrio. La pazzia viene dopo. Inizia laddove finisce il romanico. È la fine di qualcosa senza un adeguato inizio di qualcos’altro. È la fine della Commedia, del viaggio spaziale di Dante. Quando, giunto all’ultimo cielo del Paradiso, ecco che guarda spaventato lo slancio prossimo venturo e squilibrato del gotico che, come la torre di Babele, aspira all’inarrivabile:

“il sole e l’altre stelle”

E poi niente arte bizantina. Come si può parlare del medio evo senza citare l’arte di Bisanzio? Va da sé che, in un mondo in cui il commercio era litora nota tenens, l’arte di Bisanzio arrivava fin dove arrivava Bisanzio. Ovvero a nord fino a quello che un tempo era il confine settentrionale dell’Esarcato. E a sud nell’Africa premusulmana L’arte bizantina non fu mai transalpina se non per un’eco. Una sua corrente, tardiva, arrivò in Russia per vie spericolate.

Sull’architettura come comunicazione, Victor Hugo dice:

“In effetti, dall’origine delle cose fino al quindicesimo secolo dell’era cristiana compreso, l’architettura è il grande libro dell’umanità, l’espressione principale dell’uomo ai suoi diversi stadi di sviluppo, sia come forza che come intelligenza.”

E aggiunge:

“In quel tempo, questa era l’unica forma di libertà del pensiero, per cui esso si scriveva interamente solo su quei libri che si chiamavano edifici. Senza questa natura di edificio, il pensiero si sarebbe visto bruciare sulla pubblica piazza per mano del boia, sotto la natura di manoscritto, se fosse stato così imprudente da arrischiarvisi.”

Non so come sia nata l’architettura gotica. So come è nata la scrittura gotica: tagliando lo stilo in diagonale.

Victor sulla cattedrale di Notre Dame a Parigi:

“È un edificio della transizione. L’architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l’ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all’inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali.”

Pensate che nelle prime edizioni questa parte fu tagliata. Metà di tutto il libro è qui. Tutti ricordano il campanaro Quasimodo, e lo ricordano perché è brutto. E tutti ricordano Esmeralda perché è bella. Amen. Fine del libro. Quasi nessuno nota questa parte. Eppure questo spiega il resto.

Ciò detto, sul romanico e il medio evo Victor ha scritto corbellerie. Bontà sua. Dopotutto anche io scrivo quel che mi pare.

Ma dicevo del gotico e del fatto che la fantasia collettiva anglosassone lo identifichi con il medio evo. Prima Stonehenge, poi nulla, poi il gotico. E poi ancora gotico. Il gotico sembra diventato un’ossessione. Una volta entrati nel gotico pare che non riescano ad uscirne. Niente rinascimento. Nessun barocco. Solo gotico. Nunc et semper.

I grattacieli sono la sua ultima espressione. Un’espressione marcia sotto l’apparenza linda. Puramente puritana. Non solo. Il grattacielo ribalta anche tutti i soliti luoghi comuni dell’architettura gotica, che con quelle guglie, quei pinnacoli, quegli archi rampanti, sembra aspirare al cielo. Il grattacielo, fuorviante anche nel nome, non aspira al cielo. Incombe. È stato costruito pensando a chi passa di sotto. Serve ad opprimere. Non esalta. Schiaccia, non punta. Da un momento all’altro potrebbe cascare sui passanti, facendone purè.

Ricordate il finale del Pianeta delle Scimmie? Quando il tipo alla fine scopre che di Manhattan non è rimasto nulla. Giusto la torcia che spunta dal bagnasciuga. Sono sicuro che andando altrove avremmo visto gli edifici romanici intatti.

I grattacieli ricordano le torri, che non a caso ospitavano spesso le prigioni. È un’immagine che si ripete. Ossessivamente. Pensate alle miniere della rivoluzione industriale, con quelle torri che dominano sull’abisso sottostante. Come a volerlo tappare. Come la lapide sulla tomba. Il grattacielo è la torre che sta sopra l’abisso. La torre che seppellisce l’uomo ancora vivo. L’uomo che si vuole annientare a cominciare dal suo pensiero. Un annientamento che parte dall’interno. Come un cancro.

È di questo cadavere ambulante che dobbiamo liberarci.

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