Opinionisti

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Di Fred Reed

A Washington, dove le risaie dell’ipocrisia crescono sul terreno della menzogna, gli opinionisti sono visti con la stessa serietà riservata al cancro al polmone. Questo è ridicolo. Gli opinionisti, i roditori del giornalismo, hanno la dignità di un cane antiimbroglioni e meritano la posizione sociale di un guardone. C’è da guadagnare. Ma non per gran parte di noi.

Il compito di un opinionista consiste nel dire ai lettori cose in cui loro già credono. Serve solo a confermare. Può confermare sciocchezze, e spesso è così, ma questo è irrilevante. Dopotutto, il mercato delle sciocchezze è ricco.

I liberal leggono tendenzialmente opinionisti liberal che scrivono cose liberal, i conservatori leggono conservatori, le femministe leggono femministe. Tutti vogliono la rassicurazione che le loro pericolose illusioni sono l’asse portante della verità cosmica. I lettori di opinioni non vogliono sapere nulla. La maggior parte cerca protezione dal sapere.

La coerenza è una caratteristica indispensabile dell’opinionista. Non deve mai dire ai suoi lettori niente che non sia già considerato sacro. È bene che un aspirante opinionista scelga una posizione ideologica, non importa quale, senza cambiare mai. Che la ritenga importante o meno.

Una volta ho letto di un opinionista degli anni Trenta, un selvaggio conservatore che finì per attirare le ire di un opinionista sinistrorso su un altro giornale, il quale cominciò ad agitarsi per far licenziare il conservatore. La disputa prese fuoco, con scambio di accuse pesanti tra le parti. Minacciarono querele. L’interesse del pubblico si fece acuto. Poi si venne a sapere che i due erano la stessa persona. Accusato di scarsa etica giornalistica, lui rispose che i lettori volevano vedere i loro pregiudizi sventolati con prosa vivace. Lo faceva per entrambe le parti, disse. I negozi vendono prodotti diversi. Perché non anche lui?

In fatto di opinionisti, i direttori dei giornali valutano la prevedibilità, non il pensiero. Vogliono che chi scrive dica quelle cose che loro si aspettano. Non vogliono uno che agita le acque. Non vogliono avere sorprese. Non vogliono cose come “Smith ha detto cosa? A proposito di chi? Oh Gesù. Oh Gesù…” per poi correre a spegnere l’incendio e spiegare che Smith voleva dire tutt’altra cosa e non quello che ha detto. Vogliono opinionisti fidati che stiano nel loro gabbiotto. Come George Will, ad esempio, la lattaia dei conservatori, che dice cose miti e vagamente di destra per dare al giornale l’impressione che ci sia una par condicio, che non c’è. Pat Buchanan, paleoconservatore  cocciuto che non capisce regole e limiti. Ellen Goodman, la femmina liberal. Walter Williams, il conservatore nero che può dire cose che i direttori pensano ma non osano dire.

La coerenza è vitale perché i lettori si confondono facilmente. Ad esempio, da un opinionista conservatore ci si aspetta che dica che dobbiamo spendere cifre oscene in armi nucleari per respingere inesistenti paesi malvagi che vogliono distruggere la nostra libertà e i nostri figli e vogliono inquinare i nostri preziosi fluidi vitali. Così i lettori dicono: “Ecco! Proprio così. Smith sì che capisce la realtà, non come quelle checche dei liberal.” Se poi Smith dice che dobbiamo salvare la foresta amazzonica, i lettori ne hanno uno choc da opinionismo, restano ingabbiati in un’incertezza angosciante, con la sensazione che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel mondo. “Che? Amazzon… No, non è così. Semmai dovrebbe dire che…”

Al che il lettore smette di leggere Smith. Ecco quindi un’altra regola del racket delle opinioni: Un attimo di debolezza può distruggere anni di conformismo scialbo. Una arciliberal dalla banalità più impeccabile può scrivere per anni opinioni inattaccabili, ma lasciate che ceda una sola volta all’antiaborto ed è finita. Errare è umano, perdonare no.

Gli opinionisti sono spesso considerati influenti, ma in quei segreti momenti di onestà sappiamo che non lo sono. No. Siamo spudoratamente compiacenti. Come quelli che fanno cibo per cani, noi facciamo quello che tutti si aspettano, ma di una qualità appena sufficiente a non far morire il cane. Quasi mai cambiamo l’opinione di qualcuno.

Riceviamo lettere che attestano la nostra irraggiungibile genialità, l’appropriatezza del linguaggio, la logica sottile, la comprensione netta della questione, ma tutto quello che vogliono dire e che noi siamo d’accordo con loro. Riceviamo lettere che dicono che non capiamo, che non cogliamo l’essenza, che dovremmo smetterla di diffondere i nostri errori infantili e maligni, e con questo vogliono dire che non sono d’accordo con noi. È rara la volta che riceviamo una lettera che dice: “Non ci avevo pensato. Hai ragione. Grazie per…”

L’articolo di opinione è roba da ciarlatano che usa tattiche adescanti e destrezza di mano, e offre chincaglieria con i fiocchi. L’opinionista lavora con poche idee perché il genere umano ha poche idee. Risveglia sempre le stesse emozioni per la stessa ragione: avidità, ostilità, gioia per le disgrazie altrui, ipocrisia, derisione. Deve impacchettare questa cianfrusaglia, spesso nel deserto della ragione, sotto un titolo vorace, e farla sembrare abbastanza nuova e convincente, così il direttore non nota l’anticaglia stanca.

Se non abbiamo effetto sul pubblico, il pubblico non ha effetto su di noi. Scrivere un articolo di opinione significa diventare un cinico calcinato che dispera del genere umano, anzi lo disprezza. L’opinionista può darsi al bere, e meditare sulle virtù correttive di una guerra nucleare. Si chiede: “Dopo una guerra nucleare ci sarà un termine entro cui presentare il pezzo?” All’origine della sua malinconia c’è la posta o, oggigiorno, i commenti su internet. Un semplice sguardo può portare al suicidio. Sempre che l’inferno non sia pieno di commentatori su internet. Allora opta per la vita.

I commentatori sono i bigattini dell’intelletto. Molti non capiscono quello che lui ha scritto. Alcuni danno l’impressione di non averlo neanche letto. Lui pensa che forse non si è espresso bene, e controlla. No, è stato chiaro come il gin. Gli fanno il cazziatone, magari da vili, per qualcosa che non ha detto, o forse per il contrario di quello che ha detto. “Oh dio, oh dio,” pensa lui. “Analfabeti che sanno leggere, pare. Mi occorre un drink.”

Poi ci sono i cafoni da autostrada che, a giudicare dai commentatori, formano gran parte dell’umanità. Sono ostili, arrabbiati, grezzi, non gli piace nulla, e solitamente hanno l’intelligenza tipica di un lemure microcefalico. Niente che non possa essere curato con una mazza da baseball, ma scarseggiano le opportunità.

C’è una ragione se un tempo (prima che arrivassero i mutandati di Princeton preoccupati perché i bagni avevano targhe fuorvianti) i giornalisti degni di questo nome erano cinici calcinati ubriaconi fumatori a catena con l’ottimismo di un uomo nel braccio della morte. Era l’esposizione al genere umano a renderli così. Ed è ancora così. Ora come prima.

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