Familiarità Sconosciute

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Di Enrico Sanna

Nathaniel Hawthorne. Scrittore americano nato a Salem, nel Massachusetts. Vissuto nel diciannovesimo secolo.

A ventun’anni scrisse il suo primo libro, un romanzo dal titolo di Fanshawe. Lo pubblicò da sé. Lo fece stampare a spese sue. Cento dollari. Cento dollari era lo stipendio mensile di un impiegato.

Del libro vendette pochissime copie. Non la prese bene. Bruciò le copie invendute nel caminetto del soggiorno. Molti altri racconti, scritti nel corso degli anni seguenti, andarono a far compagnia alle ceneri sfigate di Fanshawe. Oggi Fanshawe si trova gratis. Forse perché qualche sfigato compratore fu abbastanza sbadato da dimenticarsi di buttar via la copia acquistata.

Una volta, in un raro attacco di ironia, scrisse così ad un amico:

“Credo di non essere mai stato così circondato dai libri come lo sono adesso. Il mio studio è pieno di libri. Centinaia di libri. Metà dei quali li ho scritti io.”

Hawthorne, che discendeva da una famiglia di puritani ed era lui stesso un puritano inconsapevole, soffriva del male di tutti i puritani: un certo umorismo dal muso lungo.

Fanshawe non è un capolavoro. Non è un capolavoro in assoluto e non è il capolavoro di Hawthorne. Parere mio, visto che l’ho letto una decina d’anni fa. Però ci trovi tutto Hawthorne. Un po’ immaturo, un po’ rigido, un po’ poco, ma lui.

Tanti altri, delusi dal primo libro, avrebbero chiuso lì. Avrebbero trascorso qualche tempo spensierato. A sbronzarsi qua e là, ad esempio. Per poi tentare di trovare la vena creativa con i pennelli. Salvo incenerire anche le prime croste invendute. Per poi farsi ammaliare da un violino. Et cetera.

Ma lui no. Continuò a scrivere. Era uno scrittore suo malgrado. O forse era, come si usava dire qualche anno fa, un uomo in cerca di se stesso. Scrisse molti racconti. Quando leggi i racconti e fai il confronto con il suo primo libro ti rendi conto che aveva la stoffa. Se non si arrendeva c’era una ragione. O si è imbecilli o si ha una ragione. Lui aveva una ragione.

Hawthorne era conosciuto negli ambienti culturali del Massachusetts. Boston non era Parigi, certo, ma spiccava come un obelisco in quell’immensa prateria polverosa che era la cultura americana della prima metà dell’Ottocento. Fu così che Nathaniel fece la conoscenza di una giovane scrittrice, Sophia Peabody, che poi diventò sua moglie. E non dubito che fossero felici.

Ma quanto a successo di vendite, nisba.

Intanto, visto che di qualcosa bisognava vivere, Hawthorne fu assunto all’ufficio doganale di Boston. Furono due suoi amici a raccomandarlo al presidente Polk per il posto di ispettore doganale. Stipendio: milleduecento dollari l’anno. Durò tre anni. Poi fu eletto un altro presidente e Hawthorne perse il lavoro.

La moglie Sophia demolì lo spoils system con un sorriso filosofico. Disse: “Oh, così adesso hai tutto il tempo per scrivere un libro.”

Intanto il secolo era giunto a metà strada. Lui si presentò dall’editore con un manoscritto. L’editore ruotò gli occhi verso il cielo. Gli disse che l’avrebbe stampato in cinquemila copie. Era il massimo che si aspettava di vendere. Fece preparare le matrici a caratteri mobili. Questo significava: lo stampo, ma solo una volta!

Tutte le copie furono vendute entro la prima settimana. L’editore allora decise di ristamparlo, e poi di ristamparlo ancora. Il libro era La Lettera Scarlatta. Hawthorne era arrivato al successo a quarantasei anni. Erano passati venticinque anni dall’olocausto del suo primo libro.

A questo punto l’editore decise di rimettere in pubblicazione tutto quello che per tanti anni il povero Nathaniel aveva scritto. Quanti anatroccoli che, un tempo brutti, riportati alla luce ecco che sono cigni della specie migliore. Perché nessuno si era accorto prima che capolavoro fosse Mosses from an Old Manse, i cui muschi superano in freschezza la lettera sul petto di Hester?

È come se in quei venticinque anni Hawthorne avesse accumulato acqua dietro una diga, per poi inondare tutto all’improvviso. Ma no. Ogni suo scritto era venuto giù con regolarità stagionale, aveva attraversato la valle secca ignorato dai suoi abitanti. È solo che i lettori scoprirono improvvisamente quello che gli passava davanti al naso da un quarto di secolo.

Nathaniel Hawthorne diventa un nome. Le persone prendono in mano un libro suo e non dicono “Chi è?” oppure “Di cosa parla?” o ancora “Sì, ma com’è?” Nessuno fiata. Nessuno arriccia più il naso. Il nome puote. Prima non c’era un nome. C’era solo una scritta.

Arrivo così alla morale finale. Viviamo in un mondo in cui occorrono cartelli che ci indichino le cose. Immaginate di morire, andare in paradiso e soffrire come dannati perché vi siete persi il cartello all’ingresso.

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