Libertà Sessuale: Perché è Temuta

ansia

Di Robert Anton Wilson

A credere, avallare e praticare la libertà sessuale è, ed è sempre stata, una minoranza. Se esiste una generalizzazione che davvero si applica alla maggioranza delle persone di ogni civiltà, in ogni luogo, è che la libertà sessuale è la cosa più temuta, anche più della morte. È questo il mistero cruciale della natura umana e, non a caso, è stata l’area più studiata dagli psicologi del profondo, da Freud e Reich fino a Marcuse e Brown.

Ad A. S. Neill, fondatore della Summerhill School, una volta chiesero se c’era un luogo nel mondo civilizzato in cui l’uomo potesse praticare l’omosessualità senza temere persecuzioni legali. Neill disse di non conoscere alcun luogo del genere, e aggiunse che non conosceva neanche un luogo in cui un uomo potesse praticare l’eterosessualità senza subire persecuzioni. Gli omosessuali, scrive Albert Ellis, pensano di soffrire perché vivono in una cultura a loro contraria, ma la verità è, aggiunge, che tutti noi soffriamo perché viviamo in una cultura contraria al sesso.

Lasciando da parte per un momento la psicologia del profondo e guardando la cosa in modo deliberatamente più superficiale, perché l’“uomo della strada” teme la libertà sessuale? Ovvero, per quale ragione si arrende davanti ad un tabù irrazionale, imponendolo a se stesso e agli altri? La risposta è ovvia. “La libertà sessuale,” direbbe l’uomo della strada, “porta all’anarchia e al collasso dell’Ordine.”

Invece di negare la realtà (come fanno molti sostenitori della libertà sessuale), pensiamoci su un attimo. L’architetto del moderno anarchismo, Michail Bakunin, scrive in Dio e lo Stato che senza “Dio” lo stato è impossibile. Cita a riprova la repubblica francese e gli Stati Uniti, entrambi fondati da liberi pensatori atei, che però hanno immediatamente abbracciato l’idea di “Dio” quando si sono trovati di fronte la pratica di governo. Sexual Revolution e Mass Psychology of Fascism, di Wilhelm Reich, mostrano come atteggiamenti autoritari favorevoli allo stato siano solitamente associati al dogmatismo religioso e alla paura del sesso, laddove il contrario è solitamente associato alla libertà di pensiero e un atteggiamento favorevole al sesso. Il classico di Adorno Personalità Autoritaria fornisce un enorme mole di dati statistici alle tesi di Reich. Si può dire in tutta sicurezza che chi governa ha meno problemi ad imporre l’obbedienza se i suoi soggetti hanno una mentalità mistica, religiosa e se temono il sesso.

È facile capire perché. La castità è pressoché impossibile e, come gli attenti gesuiti hanno appreso molto prima di Freud, anche quando il sedicente ascetico pensa di aver “trionfato” sulla carne, ecco che questa si insinua in lui in altro modo e lo prende di sorpresa. Ecco che la conseguenza inevitabile della castità è il senso di colpa: quel senso di colpa che viene dall’impossibilità continuata a compiere ciò che si ritiene il “bene”. Questa impossibilità è la “notte oscura dell’anima” lamentata dai monaci medievali. Ora, una persona rosa dal senso di colpa è una persona facile da manipolare e dirigere a piacimento, perché il rispetto di sé è il prerequisito dell’indipendenza e della ribellione, e una persona con sensi di colpa non può avere rispetto di sé. La moderna pubblicità avvolge questo concetto centrale come una grossa cassaforte che racchiude un solo gioiello: Dal sapone che ti dà “un senso di pulito” a “subito in forma”, la pubblicità ha inculcato dubbi e sensi di colpa per convincere le persone che la panacea offerta dallo sponsor curerà tutti i dubbi che lo stesso sponsor e l’agenzia pubblicitaria hanno creato con la pubblicità!

Dopotutto, cos’è lo “stato”? Il controllo del signor A sul signor B, o, in altre parole, la subordinazione della volontà di qualcuno alla volontà di qualcun altro. Ci hanno insegnato che una società non può esistere senza lo stato e che questa subordinazione della volontà è necessaria all’esistenza e immutabile; perciò la accettiamo. Ma il quadro antropologico è diverso. Dice l’antropologa Kathleen Gough: “Lo stato come forma sociale è esistito per lo 0,5% della storia umana… probabilmente una delle forme più brevi della società umana.” Ciò che chiamiamo anarchia, ovvero l’associazione volontaria, è stata la forma sociale dominante nel restante 99,5% della storia umana. Nessuna sorpresa se, come dimostra Rattray Taylor in Sex in History, queste società prestatali non erano sessualmente represse e non avevano terrore della libertà sessuale.

L’imposizione della conformità tra gli umani, il soggiogamento della società al volere dello stato, porta ad uno stress generalizzato dell’organismo. La moderna medicina psicosomatica spiega chiaramente come tutta la vita (protoplasma) consiste in un equilibrio elettro-colloidale tra gel (dispersione totale) e sol (contrazione totale). Ogni stress produce contrazione, come è evidente in forma esagerata nella tipica contrazione delle lumache e delle tartarughe, nel bambino che quando piange sembra contrarsi dalla paura, eccetera. È questa (solitamente microscopica) contrazione corporea che associamo all’“ansia”. Quando diventa cronica, questa contrazione colpisce i muscoli principali e crea quell’aspetto “gobbo, chinato” impiegato dagli attori quando impersonano un personaggio timido o abbattuto. La tendenza verso questo “atteggiamento di sconfitta” si ritrova in tutte le società dominate dallo stato, mentre era vistosamente assente in civiltà senza stato come quella polinesiana o dei nativi americani al momento della scoperta.

Ma l’ansietà cronica, che è la dimensione soggettiva di questa “biopatia contrattiva”, porta ad un atteggiamento difensivo e una filosofia di controllo. Il governo di per sé consiste in questa compulsione al controllo nella sua forma più evoluta, e la guerra rappresenta la forma di controllo più coercitiva e ultimativa. Non passa più di una generazione prima che un governo faccia precipitare i suoi soggetti nella guerra; anche il governo fondato dal pacifista Gandhi ha fatto precipitare i suoi soggetti nella guerra otto volte nella generazione seguente la sua morte. La media di un governo di lunga durata è di quattro guerre per secolo.

I castrati, come sa qualunque allevatore, sono più facilmente controllabili degli stalloni. I primi governi, nient’altro che stati schiavisti, inculcarono la repressione del sesso proprio per questa ragione. Oltre a creare dubbi e grandi sensi di colpa negli schiavi, rendendogli più docili per le ragioni spiegate, la repressione si manifesta con una contrazione dei muscoli principali. Non si può eliminare il desiderio dalla coscienza, come dimostra Groddeck in The Book of the It, senza contrarre i muscoli addominali. La repressione sessuale in particolare è ciò che Neill chiama “il male dello stomaco teso”, perché l’unico modo per reprimere l’attività dei genitali è tramite la tensione addominale. È grazie a Wilhelm Reich che conosciamo le implicazioni ultime di ciò. Reich nota come l’allentamento di questa contrazione, che caratterizza l’uomo “civilizzato” sottomesso dev’essere un processo costituito da dolore fisico e ansia psichica. Oggi possiamo capire questi grandi misteri del comportamento sociale, ovvero perché repressione sessuale e stato sono accettati, anche se la prima soffoca la gioia e il secondo porta chiaramente alla distruzione della specie. La sottomissione è legata al corpo. L’educazione sessuofobica dell’infanzia e dell’adolescenza crea tensioni muscolari che causano dolore quando si tenta la ribellione. È perciò che omosessuali e persone sessualmente libere sono chiaramente “nevrotiche”: oltre alla condanna da parte della società, subiscono anche la “condanna” dei loro muscoli, cosa che li spinge al conformismo e alla sottomissione.

Il famoso pessimismo di Freud si basa sulla conoscenza dell’aspetto psichico di questo processo che io ho descritto fisicamente. “L’uomo è prigioniero di se stesso,” è la sua triste conclusione finale. Ma gli studiosi recenti non sono così sicuri di ciò. Sexual Revolution di Reich, Life Against Death di Brown e Eros and Civilization di Marcuse vedono nel futuro una “civiltà senza repressioni”; tutti e tre tendono a riconoscere che ciò porterebbe ad una civiltà senza stato.

Prima dell’assassinio di Mangus Colorado e del tradimento di Cochise, la società degli Apache era un’approssimazione di tale cultura libera. Prima del matrimonio, tutti erano sessualmente liberi di godersi la vita come volevano (la stessa libertà tornava allo scioglimento di un matrimonio) e se il volere del capo non era accettato, questo era libero di entrare a far parte di un’altra tribù Apache o di crearne una sua se aveva abbastanza seguaci. Geronimo fece così quando Cochise firmò il trattato con il governo americano. Dunque la tribù era tenuta assieme da quella che gli anarchisti chiamano associazione volontaria, e non conteneva apparati autoritari di tipo statale.

In una società tecnologicamente più avanzata vale lo stesso principio. La famosa descrizione dell’anarchia fatta da Proudhon, “la dissoluzione dello stato in un organismo economico”, significa in sostanza la sostituzione dell’autorità involontaria e coercitiva dello stato con un’organizzazione volontaria e contrattuale. In un sistema del genere, qualunque associazione volontaria a cui aderisca una persona sarà sempre la vera espressione del suo volere, altrimenti non agirebbe così. Una tale civiltà astatuale godrebbe della stessa libertà sessuale di una banda, una tribù o un capitanato astatuale della preistoria; la repressione non avrebbe alcuna funzione sociale, dato che sarebbe inutile creare sensi di colpa o di sottomissione nella popolazione.

Questo quadro non è così “utopico” come sembra; e una filosofia “utopica” non dev’essere disprezzata in un mondo in cui la sopravvivenza del genere umano, come nota Norman Brown, è “un sogno utopico”. La cibernetica ha creato (secondo le predizioni di Norbert Weiner, e come cominciano a notare tra gioia e apprensione scrittori come Kathleen Gough e Henry Marcuse) le condizioni per una società dell’abbondanza in cui c’è pochissimo spazio per il lavoro. L’umanità tradizionale è allo stremo, viste le due ultime grandi conquiste della scienza moderna: l’energia nucleare e la cibernetica. Se come individui riusciremo a sopravvivere alla prima, la nostra cultura sicuramente soccomberà alla seconda. Quando le masse non avranno più bisogno di guadagnarsi il pane “con il sudore della fronte”, allora uno dei pilastri principali della repressione sociale crollerà. Già in passato, è vero, la disoccupazione di massa ha portato a massicce carestie, e la classe di potere è riuscita a mantenersi in sella; ma questa enorme disoccupazione verso cui ci dirigiamo ci farà apparire minuscola ogni altra “depressione” precedente, e non ci sarà speranza, non ci sarà alcun modo di creare altro lavoro. Non c’è dubbio che le classi di potere lasceranno che la fame raggiunga dimensioni epiche; e non c’è dubbio che le masse, represse con la forza e condizionate alla sottomissione e all’abnegazione, chineranno la testa. Tranne pochi ribelli, come sempre. Ma alla fine, forse quando si arriverà al cannibalismo, tutto l’edificio culturale basato sulla repressione crollerà a terra e, come Humpty Dumpty, nessuno riuscirà a rimetterlo in piedi. Forse le genti di oggi arriveranno a vedere quel giorno.

L’uomo libero del futuro, se c’è un futuro, guarderà indietro alla nostra età e si chiederà come abbiamo fatto a non finire in un manicomio. Il fatto che molti di noi finiscano in un manicomio verrà interpretato come la conseguenza naturale di una civiltà repressa.

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