Camminando

camminare

Di Catherine Calvet

Camminare è un campo di ricerca storica piuttosto recente. Probabilmente perché si tratta di un’attività modesta, praticata soprattutto da persone qualsiasi: pedoni, passanti ed altri camminatori… Lo storico e grande camminatore (nonché critico cinematografico, soprattutto su “Libération”) Antoine de Baecque restituisce a questa specificità umana la sua dimensione storica. In Une histoire de la marche (Perrin, 2016), ne declina tutte le varianti: dal pellegrinaggio alla manifestazione, passando per il passeggiare.

Calvet: Com’è nata l’idea di questo libro?

de Baecque: Il camminare è rimasto senza storia, per così dire, contrariamente all’alpinismo, ad esempio. Quest’ultimo ha i suoi eroi, le sue grandi date. Il camminare rimane senza grandi uomini e senza grandi imprese. È modesta, umile, anonima. Quelli che mi interessavano sono innanzitutto i camminatori al plurale, i pellegrini, i soldati, i gruppi di escursionisti o quei camminatori per mestiere che sono i venditori ambulanti, i contrabbandieri, gli artigiani ambulanti, i pastori, i popoli camminatori di identità nomade, i primi bipedi che da raccoglitori diventano cacciatori, oppure i Sioux, i Lapponi, i Nenets della Siberia, i Goldi della Taiga. Non avevano storia e bisognava dargliene una: quando, come, perché si mettono in marcia? Questa marcia come forma i loro corpi, i loro costumi, le loro abitudini? In che modo la marcia diventa la loro storia?

Calvet: Qual è lo sguardo storico in proposito?

de Baecque: Oltre ad un campo di ricerca in gran parte inedita, il camminare propone un metodo al ricercatore: davanti al camminatore si stende un paesaggio, con le sue sedimentazioni geologiche, un cammino si apre davanti a lui, con i suoi antichi strati. Si trova nel presente, ma per mezzo del camminare può fare esperienza del passato, sfregandoci sopra i piedi si potrebbe dire. Questo produce una modalità di conoscenza del mondo che somiglia a quello dello storico che si immerge negli archivi del passato per scriverne un racconto al presente.

Calvet: Tu stesso sei un camminatore. Cosa ci trovi di indispensabile?

de Baecque: La cosa risale all’adolescenza, quando ho scoperto le prealpi del Vercors camminando. Ho sempre associato il camminare alla scoperta delle mie possibilità fisiche all’interno di un paesaggio, sia naturale che urbano. Ciò che mi sorprende è la resistenza, la forza che si può dispiegare nel vagare per ore, per giorni, per mesi su un terreno difficile. Cammino solo in montagna o in città, come attualmente faccio a New York, essenzialmente al fine di poter arrivare, per mezzo del corpo, a qualcosa che altrimenti mi viene negato, la selvatichezza. Penso che il nucleo più nascosto della propria selvatichezza, che si trova al livello più profondo del sé, si possa raggiungere solo con il camminare.

Calvet: Il camminare, è in primo luogo la montagna?

de Baecque: Per comprendere il modello del camminatore di montagna, bisogna risalire al periodo d’oro della scoperta delle Alpi, dal 1780 al 1880, che secondo Leslie Stephen – il padre di Virginia Woolf che camminava molto insieme alla figlia – erano diventate «il campo da gioco dell’Europa». Quindi, le Alpi e le colonie sono i due spazi dell’avventura, dove tutto era possibile, per gli studiosi, per gli esploratori, per gli avventurieri. Camminare rappresentava un modello ideale per i primi turisti. La montagna appariva come lo spazio di una rigenerazione possibile, una purezza preservata dove l’energia umana si dispiegava a partire dalla sua volontà imperiosa. Là, l’uomo sarà in grado di manifestarsi nella sua pienezza, potrà eccellere.

Calvet: E la città?

de Baecque: La storia del camminare nella città è immensa. Il suo culmine, è il flâneur della metà del 19º secolo, che abita la città come se fosse uno sguardo in movimento che capta, osserva, denomina, e riesce a descrivere nel miglior modo possibile le sue metamorfosi e la sua modernità. Parigi, ad esempio, è stata definita per mezzo dei sui camminatori, per mezzo di coloro che percorrevano le sue strade, i suoi passages, i suoi viali, e davano loro senso osservando i dettagli urbani, i corpi, i passanti, i monumenti, le persone, le curiosità. Baudelaire, a proposito di questi marciatori, parla di un «caleidoscopio dotato di coscienza», ed il suo amico Fournel parla di un «dagherrotipo mobile». In tal modo, il camminatore nella città ha inventato il cinema: è il primo itinerante della storia.

Calvet: C’è un’ideologia del camminatore?

de Baecque: È profondamente democratica ed egualitaria: tutti insieme e tutti uguali sulla strada. Oso dire che è di sinistra. Mentre l’alpinismo è stato a lungo un modello aristocratico che ha prodotto un pensiero molto gerarchico della società.

Calvet: In cosa consiste la virtù del camminare?

de Baecque: Questo modo di arrivare al proprio io fisico e morale per mezzo della meccanica del camminare, che acuisce la sensibilità, è simile ad un fenomeno di ipnosi: la sensazione di abituarsi alla resistenza di un passo dopo l’altro che ricomincia all’infinito, abituarsi alla fatica e alla sofferenza, genera una sorta di droga euforizzante, e procure la sensazione di lasciare il proprio guscio corporeo. Questo dimenticarsi di sé porta ad una comunicazione immediata ed ipersensoriale con l’ambiente. Il camminatore si apre a tutto quel che incontra: una pietra, un animale, un suono, un paesaggio, un incontro… E questo innesca un’introspezione per mezzo dei ricordi e delle libere associazioni, come un flusso di coscienza intriso di pensieri intellettuali, di immagini erotiche, di annotazioni concrete, di flash biografici, antichi e recenti. È l’inventiva mentale del camminare che permette di scavare in profondità in sé mentre lo si dispiega nello spazio.

Calvet: Il camminare e la scrittura appaiono legati: si scrive anche con i propri piedi? Non nel senso di “scrivere male”!

de Baecque: Ho sempre associato il camminare alla scrittura. Camminare può essere catturato e raccontato. Personalmente, ho sviluppato gradualmente delle tecniche di memorizzazione, di organizzazione e di restituzione di quei pensieri liberi che mi vengono mentre cammino, una sorta di organizzazione mentale di quel flusso. Un po’ alla maniera dei surrealisti che hanno cercato di registrare i loro sogni per mezzo della scrittura automatica. Per me funziona molto attraverso la classificazione: posso archiviare mentalmente fino a 17 o 18 pensieri che mi sovvengono durante tre o quattro ore di camminata. In seguito, quando faccio una sosta, nel tardo pomeriggio o alla sera, posso riprendere questi pensieri e trascriverli.

Calvet: Camminare è una politica?

de Baecque: Più per la sua filosofia, che in senso partigiano – anche se ci sono dei politici che camminano per «andare incontro al popolo», come il deputato dei Pirenei Jean Lassalle, per cui coltivo una certa tenerezza. Il camminare appare come ciò che resiste attraverso e nell’indigenza. Il camminatore è pacifico, spogliato, fragile, esposto, e allo stesso tempo è nondimeno colui che resiste al mondo ed ai potenti. Ecco, contro la potenza dei forti, la potenza della nuda vita. Di fatto, camminare è un mezzo di protesta e di rivendicazione nella storia, temuto dal potere in quanto pone la questione della repressione dei deboli, quindi pone la questione della brutalità ingiusta. Molte minoranze vessate ne hanno fatto la loro arma pacifica (e assai efficace): Ghandi contro il colonialismo, il movimento dei diritti civili dei neri americani, la marcia per l’uguaglianza degli immigrati nel 1983, o più recentemente i Sioux del Nord Dakota che hanno ottenuto la deviazione di un oleodotto grazie alle loro marce di protesta.

Calvet: Per concludere, camminare può essere estremo o radicale?

de Baecque: Se ne può morire, poiché dal momento che l’amiamo troppo si vuole arrivare fino alla fine, all’estremo delle forze. Victor Segalen è «morto di camminare» il 21 maggio 1919 nella foresta di Huelgoat, sui monti d’Arrée; Robert Walser, ne è morto il giorno di natale del 1956, nella neve, alla fine della sua ultima passeggiata. Hanno scritto essi stessi la loro fine facendo sì che i loro corpi, alla fine della strada, si mescolassero alla natura.

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