Robinson

robinson_venerdi

Di Enrico Sanna

Robinson, ovvero Robinson Crusoe, il Robinson per eccellenza. Uno di quei libri che si conoscono anche senza averli mai letti. Anzi, uno di quei libri che si conoscono senza sapere che è un libro, soltanto per aver visto un film, o per averne sentito parlare. Robinson, dunque. Il naufrago.

Robinson naufraga con la sua nave e finisce in un’isola sconosciuta. Fin da subito, è chiaro che c’è una buona stella ad assisterlo. Mentre il resto dell’equipaggio muore, lui sopravvive. È solo ma vivo, e questa è l’unica cosa importante. Si può dire che la morte degli altri è necessaria alla sua vita. La nave, ormai un relitto inservibile, rimane incagliata a poca distanza dall’isola. Così Robinson può arrivare facilmente nell’isola a nuoto. La nave rimane lì, con tutto il suo carico, finché Robinson non ha portato a terra tutto quello che può portare. Robinson è fortunato. Può tornare a bordo e prendere tutto quello che può servirgli in un’isola deserta. Va e viene. Trasferisce tutta la civiltà che gli riesce di prendere nell’inciviltà. Porta la civiltà, anche se ampiamente incompleta e un pezzetto alla volta, in un luogo in cui la civiltà non esiste.

Provate ad immaginare il contrario. Robinson approda su un’isola, non ha nulla con sé, non trova nulla di che vivere nell’isola e non sa neanche accendere un fuoco. Quanto potrebbe durare? Una settimana o due. Si vuota la pancia e muore. Un bacillo invisibile e muore. Fine del romanzo. William Defoe, che è l’autore del libro, poteva farlo morire, ma decide che Robinson deve vivere. Gli è utile da vivo. Potrebbe farlo morire, ma allora dovrebbe rivedere tutti i paradigmi del libro. Dovrebbe inventare una morte degna di essere scritta e celebrarla dandole un significato che il lettore può vivere e capire. Per questo Robinson resta in vita.

Robinson è un credente. Crede in Dio. Sicuramente ci credeva anche Defoe. Da credente, Robinson ringrazia il Signore per la sorte che gli è capitata. La buona sorte nella malasorte. Immagino che continui a ringraziare il Signore per tutto il libro. Ed è falso.

Perché non ha un dio. Ha uno scrittore, che gioca a fare dio. Robinson dovrebbe ringraziare Defoe per averlo spiaggiato invece di farlo annegare. Per averlo mandato su un’isola deserta ma con la nave ancora carica alla distanza di quattro bracciate. Robinson sa che il suo dio si chiama William Defoe, ma finge di non saperlo. Per altro canto, si può dire che Defoe è cosciente di essere un dio. Lo ha deciso lui, dopotutto. Ma deve fingere, anche lui, che tutto avvenga per caso. Finge che ad orchestrare tutto sia il Fato, un dio superiore che lui, assieme al suo Robinson, decide di chiamare Dio, con la maiuscola.

Defoe e Robinson, dunque. Defoe decide della sorte di Robinson. Ma anche Robinson decide della sorte di Defoe. Della sua sorte di scrittore. Defoe può far vivere Robinson e Robinson, in cambio, è l’apologeta di Defoe e lo dimostra con la sua vita di carta e inchiostro. Lo ringrazia pubblicamente. Quel ringraziamento esala ogni volta che qualcuno apre il libro. È come l’odore di muffa che ti viene in faccia quando apri la porta di una cantina.

Defoe e Robinson formano una catena. Gli anelli estremi di questa catena devono essere fissati da qualche parte, sennò la narrazione va alla deriva, come la nave, senza neanche un’isola deserta in cui spiaggiare. Defoe, da parte sua, si fissa al mondo degli umani. Diventa uno scrittore famoso. E Robinson? Lui no. Non può. Non è un essere umano, sebbene ne abbia le fattezze perché è ad immagine e somiglianza del suo creatore. Lui è soltanto carta e inchiostro. Ecco quindi che per fissare l’ultimo anello di questa catena, rappresentato da Robinson, compare Venerdì.

Con Venerdì finisce il romanzo. Defoe lo mette lì e aspetta che Robinson lo scopra e lo battezzi. Perché Venerdì è un selvaggio e come tale non ha un nome, e se ce l’ha è incomprensibile per quelli come Defoe e Robinson. Dunque gli dev’essere dato un nome. Venerdì è devoto a Robinson, che per lui è un’entità misteriosa come la polvere da sparo, l’acciarino e le statue dei santi.

Venerdì è anche quello che spiega tutto. È il motore primo. Da lui dipende tutta la storia, l’esistenza di Robinson e quella di Defoe. Ma lui, Venerdì, non lo sa. O piuttosto finge di non saperlo.

Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1719 in Inghilterra, terra natale di Defoe, che era anche un ricco mercante. A quei tempi l’impero spagnolo era già in declino e quello britannico stava prendendo il suo posto. Le colonie determinarono l’ascesa dell’impero. Le colonie erano in terre sconosciute, almeno per gli occidentali. Come l’isola di Robinson. I coloni sarebbero morti immediatamente se non avessero avuto la forza brutale degli eserciti della madrepatria a sostenerli. E milioni di Venerdì. Come vedete, anche loro facevano parte di una catena.

Come nel caso di Robinson, i Venerdì della realtà dovevano essere preventivamente disumanizzati, necessitavano dell’uomo bianco che li battezzasse, rendendo tollerabile agli occhi il colore scuro della loro pelle. In questo modo, si poteva stabilire la loro esistenza. Ma come nel caso del libro di Defoe, i Venerdì della storia non diventano esseri umani. Servono ad ancorare la catena al punto più basso. Sono loro i motori primi. Sono loro che costruiscono, scavano, tagliano, sudano. Ma la loro condizione è di essere semplicemente un punto. Pensate al punto di attracco di una nave.

Per questo il libro è importante. L’avventura non c’entra. Questo non è un libro di avventura. Non è l’Odissea. È un libro scritto con il succo del razzismo occidentale. Tanto più impressionante in quanto vissuto come un fatto naturale. Per i tanti Defoe di allora, e i tanti che sarebbero venuti più tardi, e che ancora pestano la terra, che i neri dovessero essere battezzati, così da poterne ricevere gratitudine eterna, era nell’ordine delle cose volute da dio. Un dio inventato da loro, ovviamente. Perché non ne avevano altri.

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