Il Nobel Perso per due Inchieste

matilde-serao

Di Roberto Coaloa

Nel 1926 la giornalista Matilde Serao era la candidata più accreditata. Ma i suoi romanzi-verità contro guerra e politica glielo impedirono.

Un mio pezzo sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutarne la figura di scrittrice e di giornalista.

Matilde Serao, scrive l’Enciclopedia Treccani, è nata il 7 marzo 1856 (però, alcuni decenni dopo Anna Banti scrisse con sicurezza 1857) a Patrasso (Grecia) da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Il giudizio sulla scrittrice nella Treccani è di Emilio Cecchi, che scrive: «Come notò Benedetto Croce in un saggio rimasto fondamentale, la Serao che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul Carnevale, nel Paese della cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della Serao, il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano».

Oggi, nel 2016, è forse venuto il tempo di rileggere Donna Matilde, che a mio modesto avviso avrebbe fatto la felicità del pacifista Tolstoj.

Il Nobel Perso per due Inchieste

Nella leggenda c’è una donna tozza, brutta e ridanciana, una “cicciottella” che gesticolava e motteggiava instancabilmente nella Roma umbertina.

È la scrittrice Matilde Serao, la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il giorno di Napoli»; antesignana del giornalista moderno. «Donna Matilde», nata a metà Ottocento a Patrasso e morta a Napoli, il 25 luglio 1927, fu diffamata dalle élites.

Soprattutto spunta la notizia, rilevata nelle presentazioni della riproposta – ad opera dello Studio Garamond – del suo libro Mors tua che Serao a un passo dal Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (poi lo vinse Grazia Deledda) non se lo vide assegnare perché bloccata dal mondo borghese dei salotti, da quello delle industrie belliche e soprattutto da quello del governo italiano. C’erano dei motivi. Attualissimi. Mors tua (Studio Garamond, collana Supernova, Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, pagg. 288, 14,50 euro) è un romanzo contro la guerra, antimilitarista, che sarebbe piaciuto a Lev Tolstoj. Radicale nel suo pacifismo, Mors tua è anche un affresco di un Paese, il Regno d’Italia, e di una generazione perduta, quella sacrificata nelle trincee della Grande Guerra, forse migliore di quelle successive. Uno dei protagonisti del romanzo afferma: «Ho coraggio… non temo di morire. Temo di uccidere». Figuriamoci come la prese il re (c’era Re Vittorio Emanuele III, “il Re Soldato”)! Serao era una donna dalla spiccata creatività, un’anima solitaria che ebbe la sventura di sposare un uomo vanesio e inutile (che amava Nietzsche, così com’era conosciuto malamente allora nel Regno d’Italia, e la Germania d’operetta e bellicosissima del Kaiser Guglielmo II). Fuori dalla leggenda non benigna (la sua figura, infatti, è conosciuta dal largo pubblico per una serie di episodi banali, un vero e proprio florilegio fin de siècle di pessimo gusto) Matilde Serao e il suo mondo di idee appare ancora vitale e originale, e chi scrive trova questa donna “Chiattulella” o “Pagnuttella”, per dirla alla napoletana, molto affascinante.

A Mors tua s’aggiunge un altro testo di Matilde Serao che le tagliò le gambe, definitivamente, col Nobel. L’altro testo appena riproposto è il romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, oggi pubblicato da Stampa Alternativa (pagg. 326, 15 euro), dopo quasi novanta anni. La passione che vi domina è una sola, quella del giornalismo, del giornale da conquistare e possedere, costi quel che costi, e il prezzo da pagare è l’eterno compromesso, l’espediente facinoroso o meschino da inventare ogni ventiquattr’ore. La passione, insomma, del «quarto potere». Il romanzo narra la vita di Riccardo, prima giovanotto e impiegato statale, uno dei tanti travet della nuova Roma: un rassegnato al grigiore di una vita mediocre. Con il giornalismo, Riccardo diventa improvvisamente celebre. Ma resta un piccolo Gabriele d’Annunzio, che gira con molte donne, ma che alla fine non “chiava” mai: Riccardo con nessuna va a letto. La sua passione predominante è il giornale; il suo cruccio è il denaro che gli manca sempre. Solamente con una piccola prostituta si confessa, piangendo sulla sua spalla, a notte alta, davanti al Colosseo.

Questo romanzo di Donna Matilde, che avrebbe potuto chiamarsi balzachianamente «Grandezze e miserie del giornalismo», è attualissimo. Chi pensasse, infatti, che i vizi del giornalismo italiano vadano ricercati nell’asservimento di una dittatura prima e poi al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo le avventure di Riccardo Joanna, alter ego della scrittrice. Tra giornalismo e politica, il romanzo è una grandissima denuncia di Matilde Serao. Certo, la scrittura non è di quelle raffinate dei contemporanei francesi, tuttavia c’è l’ispirazione e qualcosa che lascia un segno indelebile. Ad esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», giornalisti che però in redazione non si vedono mai. Favolose poi le ricette giornalistiche di Joanna: «Nessun articolo, nessuna opinione politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di letteratura, di scienza: nulla». Il giornalista pensa: «È abbastanza brutto per tirare centomila copie, ma si può farlo più brutto ancora». Poi c’è la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche la nostra: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri». Ebbe, naturalmente, tutta la stampa contro. E con la stampa, la politica. E, ovviamente, il Premio Nobel si allontanò da lei.

Il non-Nobel Matilde Serao diceva: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». Non siamo nel 2016, ma nel 1887…

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