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Di Enrico Sanna

Ecco che pubblico ancora una poesia di Stephen Crane. Sempre lui. Come ancora? Come sempre lui? Ah già. Adesso mi spiego. Forse la maggior parte di voi non lo sa, ma è da un bel po’ che pubblico una poesia di Stephen Crane ogni settimana su Facebook. Perché l’Enrico di qua ha una sua controparte di là. Insomma, una pagina su Facebook non la faccio mancare neanche a me stesso. Cliccate qui e vi ritroverete catapultati nel suo mondo magico.

Trovo che pubblicare una poesia a settimana sia una cosa carina. E poi hai visto mai che qualche ricercatore dell’università di Struckpond on Mulligan scopre che migliora la vista, o previene l’alluce valgo in un campione di 1035 persone scelte a caso al mercato struckpondese.

Ma una poesia di Stephen Crane è anche un’occasione da non perdere. Perché? Perché l’ho tradotta io, ad esempio. E poi perché il vecchio Steve, che se ci fosse ancora avrebbe centoquarantasei anni molto ben portati, mi sta simpatico.

Ma c’è un problema. Non ho qualcosa da mettere a presentazione della poesia. Una poesia non è una cosa che metti lì e poi vai via. Neanche fosse un attentato dinamitardo. A ben pensarci, anche gli attentatori lasciano due righe a mo’ di introduzione esegetica al gesto. E a me non viene in mente nulla. Di solito mi viene qualcosa. Oggi no. Sarà perché mi spremo le meningi cercando di farmi venire in mente qualcosa. Neanche un cappello da metterci sopra. Neanche una forcina.

Certo, potrei mettere una poesia. C’è una caterva di scrittori là fuori a piede libero che mette una poesia sulla prima pagina dei loro libri. Ma poi dovrei mettere un’altra poesia a cappello di questa poesia. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Va’ là che non ci metto nulla e faccio una bella figura. Giusto l’essenziale. E se qualcuno vuole ci può mettere sopra qualcosa. Una poesia, per esempio. Che ci vuole? Basta far andare l’immaginazione e il resto è pane e mortadella.

Vidi una volta montagne furiose,
Schierate per la battaglia.
Davanti a loro stava un omicino;
Sì, non era più grande del mio dito.
Io risi, e dissi a qualcuno vicino a me:
“Riuscirà a vincerla?”
“Sicuro,” replicò l’altro;
“Tante volte i suoi nonni hanno sconfitto le montagne.”
Allora vidi la grande virtù dei nonni;
Nel caso dell’omicino, almeno,
Che si erse contro le montagne.

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