Il Libro che non Doveva Nascere

barroccino

Di Enrico Sanna

Dunque. Il romanzo aveva 210.000 parole. Fanno 750-800 pagine. Troppe. Impubblicabile. Anche perché l’avevo scritto con uno stile troppo prolisso. Essendo il mio primo romanzo, temevo di non arrivare al minimo di 35.000-40.000 parole, ovvero 150-180 pagine.

Sapete come funziona con il primo libro, no? Cominci e, com’è e come non è, arrivi alla fine della prima pagina che ancora stai regolando lo schienale. Dovrebbe essere incoraggiante. E invece no. Ti accorgi che, non solo hai terminato con successo la prima pagina, ma hai terminato anche l’argomento. E ti rimangono ancora decine e decine di pagine. Magari duecento. E ti guardano dall’alto. E aspettano infreddolite. Questa è l’impressione. Questo spaventa l’aspirante scrittore, che allora decide di andare per la lunga via. E così, allunga oggi allunga domani, il libro è venuto una tagliatella lunga un chilometro.

E adesso? All’inizio avevo anche voglia di pubblicarlo. Ma poi ci ho ripensato. Avendo scritto altri libri di taglia più modesta nel frattempo, potevo permettermi di lasciarlo da parte. Magari un giorno, quando le mie ossa si sarebbero calcinate, qualcuno l’avrebbe trovato e (vedi un po’ se la gente si fa gli affaracci suoi) l’avrebbe sparso in giro come “Inedito Originale Pubblicato per la Prima Volta solo per Voi”.

E poi mi son detto: Ma allora, che l’ho scritto a fare?

Ora sono sei mesi che l’ho ripreso in mano. Ho tagliato circa 30.000 parole tanto per iniziare. Poi ho cominciato ad affettare il resto. Tagliavo e scrivevo, tagliavo e scrivevo. A volte era più quello che scrivevo di quello che tagliavo. Finora ho raggiunto un saldo negativo di 66.000 parole. Questo significa che, tra parole tagliate e parole aggiunte o modificate, il risultato è che ci sono 66.000 parole in meno. Dovrei essere attorno alle 460 pagine. Penso di tagliarne un altro centinaio. Dovrei arrivare ad un libro, leggibile, di circa 350 pagine.

Solo ora, facendo i conti, capisco che ho scritto un altro romanzo.

Al momento, sono arrivato alla scena di un incidente. Un barroccino, o calessino che dir vogliate, si ribalta. Questo quello che segue:


Il barroccino aveva l’aspetto di un crollo. La cassetta era smembrata, accuratamente divisa in tavolette, ogni singola parte ricomposta a formare una pila di cialde. Una ruota era finita all’inferno. L’altra era rotolata via per le cose sue. Il mantice nero copriva gli avanzi come una bandiera su una bara. Jesh e l’uomo del calesse si diedero da fare per liberare il conducente. I mocciosi diventarono dodici. L’affollamento generò discussioni.

“Eh, che cavolo spingi?”

“Mica spingo.”

“Sì che spingi.”

“E allora perché non ti tiri, che non mi fai vedere?”

“Perché c’ero prima io, c’ero.”

“Embè?”

Uno di loro, uno che non ricopriva mai parti significative nella compagnia, fece questo annuncio:

“Il signor Bolièr!”

Allora ci fu silenzio.

Jesh e l’uomo del calesse presero Beaulieux per le spalle e i piedi e lo posarono sul ciglio della strada nonostante le sue proteste. L’uomo del calesse strofinò le mani sul panciotto. Si voltò di scatto.

“Vai dai Bolièr, dicci di venire!” abbaiò in direzione del moccioso più vicino.

Beaulieux starnutì.

“E cos’è? C’ha qualcosa di rotto, signor Bolièr?” gridò l’uomo del calesse.

“Sto bene,” disse Beaulieux tastandosi qua e là a caso. “Non è niente.”

“Ah! Però è meglio che stesse seduto, signor Bolièr,” gridò ancora l’uomo del calesse. “Meglio che stesse seduto, meglio, signor Bolièr.”

“Ha detto che non ha niente,” disse Jesh.

“Non ho niente,” confermò Beaulieux, e si tastò ancora per dimostrare quanto era integro. “Solo un po’ di confusione.”

“Delle volte uno non si sa mai,” gridò l’uomo del calesse. “Anche mio cugino diceva così. Caduto. Non è niente. Non è niente. Non è niente. La sera piglia, borobòm, e morto. Neanche detto bah! Bevuto un caffè. A terra. Morto.”

Jesh guardò il primo tronco d’albero che gli capitò. Beaulieux fece un sorriso da ebete. Ci fu un lungo silenzio, durante il quale Beaulieux continuò a sorridere e Jesh a fissare il tronco.

“Non è questo il caso,” disse Jesh, finalmente. “Se aveva qualcosa si vedeva. Non ha neanche preso un colpo. Sembra chissà cosa perché si è sfasciato il barroccino, ma per il resto… L’importante è non essersi fatto nulla.”

“Eh, ma si vede che non ha nulla,” disse l’uomo del calesse abbassando drasticamente la voce. “Io lo dicevo così. Poi mio cugino era anche mezzo scemo. Non diceva mai le cose. È giusto il carroccino che magari è un po’ rotto. Ma quello, morto uno se ne fa un altro, come dic… Va’ che arrivano. Arrivano quei della famiglia, signor Bolièr. Arrivati a prenderlo. Cinque minuti e a casa.”

Un attimo dopo, restavano soltanto i resti del barroccino. Gli uccelli cinguettavano come avevano fatto per tutto il tempo. Soffiò un po’ di vento, ma molto poco.

Mentre tornavano al villaggio, uno dei mocciosi si innalzò sulla turba come una sorta di autorità. Annunciò così:

“Il mio babbo è molto amico del sinior Bolièr.”

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