E non ci Furono né Vinti né Persi

folla

Di Enrico Sanna

Quello che mi sorprende di Hemingway è l’uso dei dialoghi. Da uno scrittore come lui mi aspettavo l’uso di un linguaggio molto più realistico. I primi libri li ho letti in italiano quando ero un ragazzino. Pensavo che quell’italiano corretto, così letterario e molto poco reale, fosse una scelta infelice della traduttrice italiana. Poi ho letto gli originali. E i dialoghi sono in un inglese letterario. Stranamente, ho trovato molto più realismo in espressioni spagnole usate ad esempio in Per chi Suona la Campana. Espressioni come “qué va” o “al carajo”.

Steinbeck, uno scrittore che per qualche ragione associo sempre a Hemingway, scriveva i dialoghi in un inglese a tratti dialettale. O, meglio, scriveva i dialoghi rispettando il grado culturale fittizio dei suoi personaggi. Il che lo portava ad usare espressioni dialettali quando voleva accentuare il carattere plebeo del personaggio. Non sempre, però. In Tortilla Flat, ad esempio, non è così.

A proposito di lingue, l’inglese, soprattutto quello americano, ha una serie di varianti dialettali che differiscono pochissimo dall’inglese letterario. Per questo un autore britannico o americano trovano facile deviare dall’inglese standard e introdurre elementi dialettali. L’Italia, al contrario, ha una miriade di dialetti e lingue completamente diversi dall’italiano standard. Tranne l’italiano di alcune regioni, come Toscana, Lazio e Umbria, è quasi impossibile ricorrere al dialetto. O si scrive in dialetto oppure si scrive in italiano. Le vie di mezzo sono molto limitate.

Allora come scrivere un dialogo in italiano? Escludo il dialetto, o lingua popolare che dir si voglia. Ci sono varietà parlate locali che sono comprensibili. Ad esempio, a Genova dicono “ci ho detto” per dire “gli ho detto”, oppure dicono “camallare” per dire “faticare duro”. Quest’ultimo termine non è immediatamente comprensibile, visto che deriva dal genovese camallu, che era lo scaricatore di porto. Per il resto, i dialetti sono completamente diversi dall’italiano standard.

Allora è importante, anche quando si vogliono introdurre elementi incomprensibili ai più, far sì che diventino comprensibili grazie al contesto. Non tutti possono capire cosa significa camallare detto singolarmente, ma se io dico “camallare come un mulo” allora il significato, anche se sconosciuto, diventa facilmente intuibile.

Un dialogo che voglia essere realistico, poi, dovrebbe contenere sgrammaticature o figure retoriche che hanno origine dall’impulso psicologico del parlante più che dalle norme grammaticali, come l’anacoluto. Non si tratta di errori. Pensare che la lingua sia qualcosa di immutabile e che ogni deviazione sia un errore è proprio dell’insegnamento scolastico, ed è diseducativo. Si inventano nuove espressioni in continuazione. Potete sentirle al mercato, tra i banchi di scuola, per strada. Annotatele mentalmente. Sono preziose. Molte non sopravvivono. Altre sì. E se nessuno le ha mai inventate, fatelo voi con un po’ di faccia tosta.

Qualche esempio:

“Eh, stava venendo giù che correva un gran bel po’,” spiegò l’uomo del calesse. “Visto come veniva mi son detto: che cavolo ha che vien giù in quella maniera? Il tipo dei Bolièr, sicuro. Cavolo gli piglia a andare così? Va’ là che adesso li danno da pagare il carroccio rotto che ci resta una vita a pagarlo. Che poi è mica roba da poco. Guarda tu. Roba dei ricchi. Bè però poverini. Magari prendono un due soldi di paga. Cosa ne sappiamo noi? Mica per niente che poi fanno le cose che si buttano di corsa e tutta quella roba.”
(Inedito)

Arrivato di fronte all’uomo con la mano in tasca, tirò fuori un taccuino molto piccolo e sfilò una matita dall’orecchio. Scrisse:
“Bisonia metere la ciaio alposto dei feri.”
(Central Station)

“Vero che sei lo scarabattolino, sbrodolone di casa?”
“Paciomoto,” disse il piccolo, orgogliosamente.
“Pociamoto. Vero che sei pociamoto, eh?”
“Paciomoto.”
“Sì, paciomoto. Paciomoto.” Lungi da Lauben l’idea di contrariare il piccolo di casa. “Ha detto paciomoto, ha detto. Sentito che ha detto…”
“Ti venga un colpo,” commentò la signora Lauben. Prese il piccolo, lo portò di là nell’altra stanza, lontano dai centrotavola, dai gatti, dai tappeti. Voleva candeggiarlo, immergerlo nell’acqua santa. “A te e a questo pisciamoto qua.”
(Desiderio)

“Te e Lew Jones siete dello stesso posto?”
“Case a fianco. Lew era qua da un paio d’anni. Sai, un giorno Lew viene giù al villaggio e mi fa perché non vengo con lui. Dice così e cosà. Lew era qua da una cosa come cinque anni. Era diventato qualcosa. Nessuno capiva che cosa. Neanche la sua famiglia. Sai quando uno va fuori a cercare un lavoro e diventa qualcosa? Bè, c’aveva un’aria del genere. Tu vai fuori, poi un giorno torni a casa e dici che sei diventato questo o quello. Così la gente immagina. Non capisce. Al villaggio nessuno capiva niente delle miniere. Però, com’è come non è, immaginavano. A volte la gente pensa ch’è tutto grande perché sei lontano e sei qualcosa. Comunque Lew mi fa perché non venivo qua. Dico che ci penso. Lui mi fa che parla con questo Cox. Bè, insomma passa un tre giorni e c’ho detto che mi andava bene e così ho preso la roba e son venuto. Non era perché mi aveva detto che parlava con Cox. Era solo l’idea di andarmene. Sai quando ti viene l’idea e prendi e vai? Magari passava un altro giorno e cambiavo idea.”
(La Gran Avenida)

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