Canto, Scrivo, Dipingo

Di Enrico Sanna

astrattista

Al contrario di quello che credono molti, scrivere è un’azione diretta a chi scrive. Non si scrive per qualcun altro ma per se stessi.

Dopo aver scritto una pagina, un paragrafo, una frase, o anche solo una parola, lo scrittore rilegge quello che ha scritto. Osserva la sua anima in quello specchio che è il foglio. Tra l’atto di scrivere e l’atto di guardarsi possono passare secondi o decenni. È come esaminare una ferita ben rimarginata, o un ricordo ben dimenticato. Se tutto è andato bene, si prova soddisfazione. Altrimenti, si precipita in uno stato di momentaneo stupore.

Anche il pittore fa la stessa cosa. Pennella, indietreggia, osserva. Poi pennella ancora, indietreggia ancora, osserva ancora. E al termine di ogni ciclo fa una smorfia. Ogni smorfia determina la prossima pennellata, e così via.

Molti musicisti, almeno quelli che eseguono quello che compongono, compongono un’opera infinita. Ad ogni esecuzione, che è la riesecuzione della riesecuzione, cercano di fare qualcosa che soddisfi la loro sete eterna. Ogni volta dicono Vabbè, è andata così. La prossima sarà meglio.

Anche lo scrittore, al termine del libro, dice Vabbè, è andata così. Anche il pittore, quando i colori sono ancora umidi, dice La prossima sarà meglio.

In fondo, questo è quello che fanno tutti: scrittori, musicisti e pittori. Ogni roba scritta termina con la promessa, fatta ovviamente a se stessi, di fare meglio la prossima volta. Ogni pennellata, specie quando è accompagnata da una smorfia, è l’avvio di un processo che dovrebbe portare ad una pennellata grandiosa. Dovrebbe.

Omero, che era cieco, non scriveva. Cantava. I suoi poemi, o almeno l’Iliade, erano cantati. Con un accompagnamento musicale. Tutta la poesia classica era cantata. Il ritmo era scandito da due movimenti: arsi e tesi.

Dal medioevo in poi si è persa questa tradizione. È così che è nata la poesia letta a voce alta. O mentalmente. Oggi a cantare poesie rimangono alcuni cantastorie. O i cantanti della musica pop.

Forse, cantando Omero rivedeva quello che aveva composto. Probabilmente, ogni volta cambiava qualcosa. Per la felicità dei filologi, che si imbottiscono di valium nel tentativo di capire cos’ha detto esattamente.

Chissà com’era la sua fantasia? Cosa vedeva? Perché che vedesse non ci sono dubbi. Sicuramente vedeva immagini. O sentiva suoni nelle ossa. Sinestesie.

E allora tutto si fonde assieme. Tutto diventa una sola cosa, diversa solo nell’apparenza dei punti di vista. Che sono infiniti. E che cambiano senza sosta. Scrittura, musica, pittura diventano una sola cosa. Si scrive musicalmente, si dipinge un poema, si canta un colore.

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