L’opposto della Pigrizia è l’Apprendimento Basato sull’Interesse

giulia

Di Wendy Priesnitz

Poche cose preoccupano i genitori più della possibilità che i figli siano pigri. Credo che sia un’eredità della vecchia etica puritana del lavoro; e non occorre aderire ad alcuna religione particolare per soffrirne! L’attuale sistema scolastico pubblico, come l’idea che il lavoro duro nobiliti l’uomo, da cui deriva, risalgono alla Rivoluzione Industriale. Un atteggiamento che forse era uno strumento utile al padrone della fabbrica che cercava di aumentare la produttività dei dipendenti, ma che può essere controproducente oggi, quando il lavoro intelligente e creativo rappresentano la via al successo e alla felicità.

Però è curioso che il nostro sistema scolastico incarni ancora oggi l’etica puritana del lavoro. A scuola, l’apprendimento è considerato un lavoro, e tutto il resto è visto come pigrizia. La vita degli studenti è irregimentata in periodi di studio e programmata in funzione dei “risultati dell’apprendimento”, e anche il tempo extrascolastico è dedicato ai compiti, al ripasso, al doposcuola o ad attività organizzate. Genitori e educatori rifuggono tutto ciò che somiglia all’inattività o alla pigrizia, spronano i ragazzi a “trovare qualcosa da fare”.

Purtroppo per questi ragazzi, il lavoro fine a se stesso, o il lavoro fatto perché qualcuno dice che fa bene a chi lavora, non ha alcun senso. Le lunghe ore che gli studenti sono costretti a passare memorizzando, facendo i compiti e studiando in vista degli esami raramente producono qualcosa in termini di apprendimento reale. Ma c’è chi è più fortunato, e magari anche meglio istruito, perché fa parte di un movimento crescente dedicato alla comprensione del fatto che l’apprendimento non deve essere un lavoro e che i giovani non devono essere costretti ad apprendere. Parlo del movimento della descolarizzazione, in cui è la cui curiosità a produrre il resto.

Liberi di Apprendere

La mia famiglia contribuì alla nascita del moderno movimento della descolarizzazione quattro decenni fa. Heidi e Melanie da piccoli non hanno frequentato la scuola. E non consideravano l’apprendimento come un lavoro. Non hanno mai visto né curriculum né pagelle, né hanno passato esami o fatto test. Hanno imparato a leggere e scrivere, matematica, scienza e geografia come si impara a camminare e parlare. Il loro apprendimento si basava sull’esperienza e l’indagine, era guidato dall’interesse, il bisogno e la curiosità. Esploravano, indagavano, facevano domande, sperimentavano, si avventuravano, provavano nuove idee, facevano deduzioni, facevano errori, provavano ancora. Era un modo di vivere ricco e divertente, in cui la conoscenza e la pratica erano cercate, oppure scoperte per caso; erano guidati dal loro bisogno innato di partecipare, esplorare, ricavare un senso dal mondo attorno a loro.

Molto di quello che facevano quotidianamente sembrava un gioco o un sogno ad occhi aperti… o pigrizia. Nella nostra società, il gioco è considerato l’opposto del lavoro. Noi siamo il prodotto dell’etica del lavoro indotta dall’era industriale, pensiamo al lavoro come a qualcosa di spiacevole, qualcosa da fare nei giorni feriali per potersi permettere di giocare durante il fine settimana o le vacanze. Abbiamo trasformato l’istruzione in un processo industriale, dove le persone sono riempite di nozioni come se fossero salsicce. E così è il lavoro, ovviamente. Abbiamo trasformato un’esperienza potenzialmente piacevole in qualcosa di odioso fatto di orari fissi e regole. Abbiamo confuso i nostri figli, che sono abbastanza intelligenti da capire la differenza tra la sfida rappresentata dal fare qualcosa di produttivo e la spossatezza che deriva dal lavoro stressante che non porta da nessuna parte.

Alla base della descolarizzazione, invece, c’è il fatto che i bambini nascono curiosi, indipendenti, attivi, apprendono da soli e restano così se la scuola non soffoca la loro curiosità naturale verso il mondo trasformando l’apprendimento in qualcosa di spiacevole, ovvero in lavoro. I bambini di per sé non considerano la matematica o la lettura “difficili”; siamo noi a renderle così quando li obblighiamo ad apprendere queste cose prima che loro siano emotivamente maturi, o quando ancora non hanno sviluppato l’interesse. Quando si memorizza qualcosa senza capirla non si può parlare di vero apprendimento. Il vero apprendimento è guidato dall’interesse e dalla voglia di provare. Potrebbe sembrare un modo “pigro” di apprendere, ma è vero apprendimento.

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