Il Passaggio di Gesù

miniera_1908

Preso da Molly Flint, di Enrico Sanna

Prendo questo brano dal mio romanzo Molly Flint e decido di pubblicarlo qua. All’inizio penso di copiare tutto un capitolo. Ma poi mi dico che probabilmente la gente non ha voglia di leggere tutto quanto. Così copio soltanto metà. La metà finale. Anche perché verso la fine compare un personaggio che ho inventato soltanto nell’ultima versione del libro. O forse era lì fin dall’inizio e io non me n’ero accorto. A volte succede.

Per gli amanti della trama, questi simpatici personaggi stanno aggiustando un pulpito per la messa che dovrà fare il reverendo Ebenezer. Il pulpito è dentro la miniera di Molly Flint. Non chiedetemi cosa ci fa un pulpito dentro una miniera. È una delle prime cose che ha chiesto un personaggio la prima volta che è entrato nella miniera. Gli hanno semplicemente detto che il pulpito era lì. Punto.

Indice dei personaggi, per gli amanti degli indici: Ormond è il padrone della miniera. Speke è il soprintendente. Cowp e Jeffares sono due brillanti armatori. Bret è un mulattiere che in un altro capitolo ha una parte eroica con due minatori ciechi. Eckley è il fuochista della ventilazione. Il personaggio che compare alla fine non ha un nome. Non che io sappia, almeno. Chiamatelo come volete.


Erano tutti lì a preparare il pulpito per il reverendo Ebenezer.

Dopo aver parlato con Ormond, Speke aveva subito un’evoluzione dall’indifferenza all’entusiasmo con un processo privo di sfumature. Non che il potere di persuasione di Ormond sul soprintendente Speke arrivasse fino a questo punto. A Molly Flint non esistevano gerarchie vere e proprie. Nessuno ne aveva mai richiesto una. C’era solo un’idea che si trasformava in un rito ogni volta che Molly Flint aveva a che fare con il mondo esterno. Era una convenienza del caso, o magari una finzione. Ad ogni modo, non durava mai più di qualche giorno.

Dunque erano lì e stavano preparando il pulpito.

“Bah!” stava dicendo Jeffares in quel momento. “E tu come fai a dire che hanno detto così? Voglio dire… Voglio dire che…”

“Lascia perdere cosa vuoi dire.”

Jeffares agitò le mani come se avesse improvvisamente scoperto qualcosa. “E poi… Oh, andiamo, cosa te ne frega, Cowp? Non ha nessuna importanza. Nessuna. Bret, ti avevo detto di prendere la trave più lunga.”

Bret guardò la trave da estremità a estremità.

“Vai che va bene,” disse Cowp.

“Sono dodici piedi e quattro pollici, Mr. Jeffares. L’ho misurato io.”

“Dodici piedi di tacchino. Quella cosa non arriva neanche a metà da giù al pulpito. Neanche a metà arriva. Metti qua. Non arriva neanche a metà. Dodici piedi! Piglia da questa parte, signor dodici piedi!”

“Sei una gnagna,” disse Cowp.

“Eh, mi sembrava,” disse Bret.

“Eh?” disse Jeffares, che odiava farsi dare della gnagna davanti ai mulattieri.

“Uff,” disse Cowp.

“Magari è solo quattro piedi,” disse Bret.

La trave arrivò al pulpito.

“Secondo te come diavolo faccio a inchiodarla?” strillò Jeffares. “Oh, signor dodici piedi!”“Vado io,” disse Cowp.

Speke cominciò ad avvicinarsi. Un passo lento. Il passo del capo. Cowp si arrampicò su una scala inchiodata alla roccia tenendo quattro chiodi tra i denti e un martello nella tasca. Il soprintendente mise le mani sui fianchi, tirò su il petto, rimise le mani dietro la schiena. Guardò in alto, verso la volta che lui non poteva vedere. Lui era il capo della grotta. Anche se non la vedeva.

Accidenti, quest’uomo era anche il capo del pulpito!

L’influsso della sua presenza cominciò ad avere effetto sui tre uomini in fondo alla grotta.

I due armatori continuarono a mandare il giovane mulattiere Bret all’interno dell’oscurità a prendere le tavole. Bret era tipo genericamente preciso nelle misurazioni e profondamente malinconico nelle esecuzioni. Jeffares smise improvvisamente di chiamarlo signor dodici piedi per chiamarlo semplicemente Bret. Una volta a Bret scappò di chiamare Jeffares semplicemente Jeffares e Jeffares, non avendo niente di appropriato da dire, sorrise come un ebete. Dopotutto, c’era un fondo di melma umana depositata nell’animo dei tre. Dopotutto, i due armatori e il giovane mulattiere Bret avevano fatto un voto di portare avanti con serenità tutti quegli affari che solitamente si portano avanti in una miniera quando la missione è tanto usuale quanto la preparazione di un pulpito in una grotta.

Quattro carri attraversarono la grotta da una parte all’altra. Andavano sicuri. Seguivano la loro eterna rotta di ferro. Seguivano un vecchio mulattiere. Così vecchio che non si riusciva a capire come facesse ad essere il più venerabile tra i mulattieri.

“Dice se lo ospitavamo per un paio di giorni, dice,” stava raccontando il vecchio mulattiere. “Dico prego si accomodi. E così sta tre giorni a casa nostra. Tipo normale. Mica vai a pensare chissà cosa. E invece era Gesù. Ora, brava persona, va bene. Però, Gesù. Lo strano è che mica vai a capirlo subito. Pensi che uno per essere il figlio di Dio è… vabbè, quello che è. Invece normale. Normale e basta. E poi dice che aveva il padre che si chiamava José, che magari ti fa pensare. Ma non lì per lì. Ci arrivi dopo.”

“Ah, Mr. Eckley!” esclamò il soprintendente vedendo Eckley.

Curvo come il becco di una teiera, il vecchio fuochista si prese qualche tempo per distogliere la sua mente dal racconto del vecchio mulattiere e rispondere al soprintendente con due occhi che nei tempi antichi erano l’arma alternativa preferita dai sordi. Strani incensi fumavano sopra la sua testa. La fiamma era ora gialla e ora rossa, e qualche volta era verde, e qualche altra volta blu.

Come era consuetudine, in quei momenti che dovevano contenere una solennità incomprensibile, Speke diceva al vecchio Eckley: “Le dispiace mettere in funzione la sua fornace di ventilazione, Mr. Eckley, così che le fiamme possano accendere il cielo sopra la città là in fondo?” Al che, sempre secondo la consuetudine, Eckley rispondeva: “Se mi dispiace? Per niente, signore.” Era semplice. Tutto l’occorrente si riduceva a due frasi, una per ogni parte. Senza quella richiesta del soprintendente, Eckley non sarebbe mai stato in grado di farsi un’idea di quanto solennemente incomprensibile fosse il momento. Speke, d’altro canto, avrebbe avuto le convulsioni se non avesse avuto Eckley a portata di mano nei momenti incomprensibilmente solenni.

Eckley si voltò a guardare il soprintendente e rispose come rispose il capitano della Miguelita al nostromo olandese durante una fase pregna di significato precedente l’affondamento della nave.

“È stato lei a chiamarmi, signore, o è la trombetta che annuncia la mia ultima ora?”

“Mi dica, Mr. Eckley, la fornace di ventilazione è sempre efficiente?”

“Può suonare una polka se mi dà i soldi per comprarle un violino, Mr. Speke.”

“Lei è la persona più arguta che Molly Flint abbia mai posseduto, Mr. Eckley,” disse Speke.

Eckley passò una mano sulla nuca. Anni di fuoco avevano inaridito le sue mani, attivando un processo di concentrazione dei succhi che le aveva rese simili a due bistecche di carne affumicata. I due vecchi erano distanti tra loro, e discorrevano come i capitani di due navi quando si incrociano al largo: con il megafono navale.

“È tutto qui, signore?” urlò il vecchio Eckley.

“No, Mr. Eckley,” urlò Speke, “Volevo solo chiederle, le dispiace mettere in funzione la sua fornace di ventilazione, così che le fiamme possano accendere il cielo sopra la città là in fondo?”

Il vecchio scosse le rughe del viso. Le guance erano due arabeschi di solchi intrecciati che ricordavano due palle di verza. Prima di rimettere il megafono sotto il braccio rispose:

“Per niente, signore.”

“Però mica lo capisci subito che Gesù Cristo ti è arrivato in casa,” stava dicendo il vecchio mulattiere. “Dev’essere una cosa che tu non devi capire subito.”

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