Sonia e Rosa

Di Enrico Sanna

poettalia-nocturna

Sonia e Rosa. Ma ci pensate? No, sono sicuro che voi non le conoscete. Col cavolo. Io sì. Io le ho conosciute.

E mi congratulo con il Fato, che a volte ci indovina.

Conosciute anni fa. A Cagliari. Né Sonia né Rosa erano di Cagliari. Neanche erano sarde. È solo che ci trovavamo a Cagliari.

Ora, non mi ricordo dove siamo andati esattamente. Un po’ qua, un po’ là. Sonia davanti, Rosa dietro. La Tipo va per i cavoli suoi.

Sonia e Rosa attaccano questa chiacchierata tra loro due. Dio mio, quanto mi piace sentire le donne che chiacchierano tra loro. Sonia e Rosa che ciarlano fitto!

Mi piace stare lì. È un posto così femminile, così impregnato di femminilità, così donnineo. Di donne.

Di quelle donne che qualcuno chiama lavandaie. O, in sardo, zeraccas. Lavandaie? E davvero esiste qualcuno che pensa che chiamare così una donna possa apparire offensivo? Oh, Signore, fammi rinascere in una lavanderia, di quelle di un tempo, che si potevano sentire da lontano. Esigo, Signore mio bello, che il mio paradiso sia una lavanderia. Anche l’inferno. Sì, anche l’inferno. Dammi qualcosa che sia offensivo per l’umanità che pensa di essere l’umanità.

Tutto, purché ci siano donne. E che siano donne, non cincenciàc di carta patinata. Come dire? Donne tipo Sonia. E Rosa.

Ne parlavo qualche giorno fa con alcuni amici. Io e Antonio abbiamo ripreso una discussione di due settimane prima. Eravamo lì che parlavamo di queste cose, e l’aria era fresca, e il sole era appena tramontato, e lui, sapete, è alto e grande come una nuvola amica di tutti. E insomma eravamo lì quando è arrivato il treno e abbiamo detto Vabbè, poi ne riparliamo. E ci siamo anche risposti Sì, poi con calma…

Non stavamo parlando di Sonia e Rosa. Lui non le conosce. Parlavamo di Sonie e di Rose. Di tante Sonie e di tante Rose che, vedi tu come è strano il mondo, abbiamo incontrato e neanche lo sapevamo. E parlavamo di donne. Ma non di donne donne. Di un universo.

E allora, quando abbiamo ricordato quella sera, che abbiamo ripreso a parlare di Sonia e di Rosa, abbiamo cominciato a fare qualcosa di questo tipo:

Antonio – Una cosa che mi è sempre piaciuta… Adesso io non… Vabbè, adesso sono sposato però… quello che voglio dire…

Enrico – Eh!

Antò – Cosa?

Enri – Ma anche a me piace stare…

Antò – Sì, proprio. Quello che stavo dicendo io…

Enri – …con un sacco di donne.

Antò – Eh, sì sì, proprio così. Da quando ero piccolo.

Enri – Anche io. Mi è sempre piaciuto.

Antò – Sai cosa mi piace di più?

Enri – In mezzo ad un sacco di donne.

Antò – Esatto! Così. Tutte che parlano e tu…

Enri – Tutte che ciarlano.

Antò – E stare lì in mezzo a loro.

Enri – Questo ambiente ciarlone.

Antò – Sì sì. Oh guarda, adesso se mi metto a parlare di queste cose…

Enri – …facciamo notte.

Antò – Facciamo notte, appunto.

Ma poi non abbiamo fatto notte. Ad una certa ora, via. A casa.

Io poi sono tornato a Cagliari, qualche anno prima. Con Sonia e Rosa. Quelle originali.

Loro parlano. Io ascolto. Provo a dire qualcosa. No, più che altro, ascolto. Loro si parlano attraverso il poggiatesta.

E poi:

“Ooh oh!”

Silenzio nella Tipo. Quando ci vuole ci vuole.

“Embè?”

“Stavo dicendo…” comincio, ma va da sé che non stavo dicendo nulla.

“Cosa?”

“Stavo dicendo se magari prendiamo qualcosa.”

Le due tipe si guardano. Rosa incastrata tra i due sedili. Sonia con le mani sul grembo. Me le ricordo ancora. Vedi un po’ com’è bizzarro l’uomo a volte.

“Io un panino caldo.”

“Anche io.”

“Cosa?”

“Quello che vuoi.”

“Da bere?”

“Fanta.”

Vabbò. Piglio e vado in via Dante.

C’era sempre un ambulante, da quelle parti. Non so se esiste ancora. Era sempre di fronte al Biochimico, o tra il Bio e piazza Repu. Di quei furgoni con il finestrone di lato. Di quelli che tu sei giù in basso e ordini qualcosa che ti sembra di ordinarla ad un monumento divino e ti senti un nulla confronto a un paninaro da strada.

Ma quella notte lì non c’era. C’era un’altra notte, che io non avevo soldi e ho chiesto a Rosa di scaracchiarmi pilla per le pata. Ma quella notte no. Io dinero, lui ito.

Allora al Poetto. Che era un Poetto invernale, ma sempre un Poetto e come tale si faceva rispettare. E infatti eccolo lì, il nostro amico. Sembra pure simpatico. Ha la faccia grande che hanno tutti i venditori ambulanti di panini notturni.

Ché, ora che ci penso, anni prima conoscevo due fratelli che facevano gli ambulanti. Uno a Mazzìn (via Dolomiti) e uno a Campitello (via Pent de Serà, a fianco alla Cantinetta). Due marcantoni tanto. Alessandro e Armando. Essendo fiemmani, me li immaginavo mentre prendevano la mucca in grembo per spremere il latte.

Come quando la mammona prende l’angioletto, lo cinge con l’avambraccio, lo sbraghetta e spilla un quartino angelico dal chilli chilli per fargli vedere come si fa.

Stavolta compro panini e fanta sul serio. E che panini! In macchina. Noi tre. Io, Sonia e Rosa. E la mia Tipo tutt’attorno.

A quel punto avrebbero potuto fare di me quello che volevano. Avete presente la spiona soviet quando tira fuori una coscia ch’è un’autostrada siberiana e il gigione yankee è bello che sbarellato? Avrebbero potuto chiedermi di andare a Olbia, prendere la nave e andare tutti quanti allo Speckkeller. Invece Poetto.

Poetto di buio e di luce. Poetto nero e giallo. Poetto sottoaffollato. Poetto e i suoi tre poettanti.

Ad un certo punto, Rosa scende. Io la seguo, poi vedo che scompare. Scompare di sotto. Va giù come per una botola. E Sonia ride.

“Embè?” faccio io.

Lei apre la portiera. Accovacciata per terra, in posa tipica, c’era Rosa. Stava pisciando.

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