Storia di Fine Estate

Di Enrico Sanna

condor

Oggi condor a pranzo. Lui, il condor, è naturalizzato messicano. Viene da qualche parte che neanche lui sa da dove viene.

Arriva, si siede, quattro parole, qua e là, come va e come non va, e fa fuori tutto.

“Cafferino, Pedro?”

“Vai.”

Cafferino? Cafferino? Cafferino per tutti.

“Ammazzacaffè?”

Il cafferino svirgola dentro il collo tortuoso. Una lambretta nei tornanti. Avete presente la Canazei Pass Pordoi? Prende uno stecchino e pulisce tutto il becco. Qua e là. Elegante. Sciccheria di gesti. Un condor, ma una personcina per bene. Fa un rutto con sottile effetto stereo.

“Ammazza!”

“Vai con l’ammazza,” mi dice.

“Ammazzacaffè?” gli faccio io. “Abbiamo mirto.”

“Fatto in casa?”

“Fatto.”

“Vai,” fa lui. “Buono.”

Gli chiedo della moglie. Dico:

“Pilarín?”

“Casa. Con i piccoli assassini.”

Contesto. I condor non sono assassini.

“Magari,” fa lui. “Almeno avevano qualcosa da fare. Sempre in mezzo al carajo.”

Poveraccio. Appena arrivato in Messico, piglia e va a vivere nello Yucatán. Sapeva un tubo del Messico.

“Che cavolo…”

“Perché me ne sono andato nello Yucatán?” fa lui.

“Eh.”

“E che cavolo dove un caspita me ne dovevo scegliere di andarmene che non ce lo sapevo mica del Messico.”

Sempre così, Pedro, quando parla di quando è arrivato in Messico. Va nel pallone e parla che neanche lui ci capisce un carajo.

“Oh, Pedro,” gli faccio io. “C’è una volta che piglia e mi fa se andavo in Messico a lavorare.”

“Mi fa chi?”

“Una tipa fiamminga.” Mi faccio un mirto. Rutto una mediocre imitazione di Pedro. “Tipa di nome Carla. Carla o Karla, mica ce l’ho mai capito. Piglia e mi dà il numero di questo ristorante. Roba di un italiano. Tipo di Rimini.”

“Ma dai.”

Mi sbatto la mano sul petto tipo settimana santa. Pap! Pap! Pap!

“Giuro,” faccio io. “Chiamo una notte e mi risponde questo tipo. In spagnolo. Spagnolo spagnolo. Mica roba…”

“Mexicanillo.”

Faccio sì con la testa.

“Hola, estoy llamando de Italia. Si dice llamando? Chi cavolo se lo ricordava. Telefoneando, semmai. Boh! Un casino che non parlavo spagnolo.”

Pedro si spancia dalle risate. Giù un altro mirtino.

“E poi?”

“Eh niente,” faccio io. “Dice se vieni qui fai una scelta di vita. Mica vieni e te ne rivai. Mica mi andava di rimanermene lì. Voglio dire, un po’ sì, mi andava, ma mica ero convinto.”

Pedro, Pedrito, Pedritillo diventa filosofico. Un condor. Ma anche un filosofo. Un grande.

“Eeh!”

“Capito la roba, Pedritillo?”

Lui pensa. Guarda il soffitto. Sospira. Rimugina e rimugina. Inghiottisce un rutto con un suono molto elegante. Un signore. Vero messicano. Mica del Messico, ma vero messicano. Gli ci vuole mica molto.

“Dove?”

“Playa del Carmen.”

“Quintana Roo.”

“Tu eri a Quintana Roo, vero?” gli faccio io.

“Campeche.” E canta. Un corrido, credo. “Yo soy de Campecheee. ¡Tu corazón, tu piel y lecheee!”

“Oooh,” faccio io. Faccio finta di essere stupito.

Che cavolo c’è da stupirsi se uno ha abitato a Campeche, mi chiedo. Però si usa così. Uno dice che è di Sprizzo Sprazzo e tu fai:

“Oooh! Sprizzo Sprazzo. Hai capito? Il tipo qua è di Sprizzo Sprazzo. Nientemeno!”

E l’altro socchiude gli occhi e dondola e infierisce:

“Eh, sì. Sprizzo Sprazzo.” Come se l’avesse creato lui, Sprizzo Sprazzo. Come se lui fosse il creatore, il motore primo di tutti gli Sprizzi Sprazzi dell’universo.

Ma poi un giorno Pedro piglia bagagli e bagaglini e va a Oaxaca. Perché non l’ha fatto prima non lo so. Piglia lui, Pilarín e tutti i piccoli assassini che ancora puzzano di uovo.

“Gran bella roba, Oaxaca,” faccio io.

“Eh, sì,” fa Pedro.

“Prendi e vai al mare senza fare quella strada che non ci arrivi più, non ci arrivi, al mare.”

“M’importa un carajo del mare.”

“Vabbè, io dico mare per dire il mare però c’è un sacco di posti da quelle parti.”

Pedro si gratta la panza. È soddisfatto della vita. Anche del cafferino. E dell’ammazzacaffè. Grande amico, Pedritillo.

“Ammazzammazzacaffè?”

“Vai.”

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