Storia con due Inizi

Di Enrico Sanna

Questa storia ha due inizi.

Il primo inizio risale a tanti anni fa. Risale a quando io ero molto giovane. È un inizio, come potete immaginare, di genere classico. Uno di quegli inizi che solitamente uno associa alla poltrona a dondolo, all’angolo del caminetto e alle sere d’estate, quando si porta la sedia per strada, gli insetti ronzano attorno al lampione, il geco aspetta sul muro con sacrosanta pazienza, e si spremono due fregnacce con i vicini.

Ai tempi di questo inizio io ero molto giovane. Avevo appena quindici anni. Soltanto anni dopo ho scoperto quanto ero giovane a quindici anni. Allora non mi sembrava mica. Non mi ricordo molti particolari di allora, ma una cosa sì: ero stato promosso a scuola.

“Mi compri il motorino?” chiedo a mio padre.

Mio padre che mi compra il motorino è una chicca. Come un lombrico che balla il tip tap.

“Domani vieni con me che ti compro il motorino,” mi dice lui.

E l’indomani vado con lui. Curioso. Non curioso del motorino. Curioso di curiosità pura. Perché tutto poteva venirne tranne un motorino.

Lui mi porta in comune e poi all’ufficio di collocamento. Timbri. Firme. Il tac tac frrr della Olivetti.

Il mio primo libretto di lavoro. Che anni dopo ho perso. Poi me l’hanno mandato per posta dal Trentino. Poi l’ho riperso. Ora non mi serve più. Tanto il lavoro me lo sono sempre trovato per i cavoli miei.

Poi in conserviera. Un amico di mio padre aveva una conserviera alimentare. Una cinquantina di dipendenti quando c’era il pieno di pomodori. Quasi tutte donne. Quasi tutte giovanissime.

Avrete già capito dove voglio andare a parare.

“Enrico, se ti va domani vieni alle otto e cominci a lavorare.”

E io comincio a lavorare. Ogni mattina in bicicletta. Il motorino ancora nella vetrina del mio futuro.

Poi il primo stipendio. Ti accorgi subito che quei soldi sono diversi. Non sono come gli altri. Sono come l’arietta fresca che ti viene incontro in bicicletta: se la vuoi, devi pedalare.

Li conti. E ti compri una pizza con la birretta che non è la pizza con la birretta di prima.

Perché sono soldi diversi. Con cui compri cose diverse. Soldi che hanno un peso particolare.

A fine stagione arriva Lena. A volte capitava che a fine stagione arrivavano nuove ragazze. Servivano per etichettare e inscatolare.

Lena. Io e lei. Il magazzino. Tra noi e gli impianti, come una muraglia, le cataste di barattoli. Affascinanti barattoli.

Lei metteva una scatola giù. Io mettevo dentro i barattoli da tre chili. Lei incollava. Io mettevo la scatola sopra le altre. Altra scatola. Barattoli. Colla.

E vi sembra nulla?

Lei veniva da una fattoria. Era piccoletta. Timida. No, non timida. Però a volte era impacciata. Impacciata non è esatto ma va meglio.

E io timido. Oh, io sì. Timido per davvero. Così timido che spesso diventavo il contrario. Audace. Audace per un minuto, anche meno.

Questi eravamo noi. Eravamo io, Lena e quindici anni.

L’anno dopo la campagna inizia come sempre. Piena estate. Quattro o cinque uomini. Cinquanta donne. Una nuvola.

E Lena.

“Come va?” “Tu?” “Anche quest’anno?” “Come mai?” “Così.” “Anch’io.”

Quando non è successo nulla all’inizio, è difficile riprendere. È come rimandare un masso su per la collina.

E poi non sai cosa è successo nel frattempo. Pensi che magari si è procurata un ragazzo. Non è vero. O magari è passato tutto.

Lei misteriosa. Lena non era misteriosa affatto. Solo a volte un po’ impacciata. Ma quando uno si mette in testa che una donna è misteriosa, la donna deve diventare misteriosa.

Lei appoggia la sua fronte sulla mia spalla.

“Posso asciugarmi il sudore?”

E scatta la cagnara. Come al Colosseo delle donne. Come quando il tipo parte da centrocampo con la palla.

“Vai, Enrico!” “Ma non te ne accorgi?” “Oh oh!” “Visto cosa ha fatto?” “Eh? Fatto chi? Che cosa?” “Lena. Ha fatto così e ha asciugato il sudore sulla spalla di Enrico.” “Oh Oooh!”

Lei misteriosa. Comunque.

“Di che colore hai gli occhi, Lena?”

“Cangianti.”

“Eh?”

“Cambiano colore. Secondo l’ora del giorno. Ti piacciono?”

Gli occhi che cambiano colore! Pensa tu che roba. Ah, misteriosa, non c’è dubbio.

Poi un pomeriggio, dietro lo stabilimento. Seduti su un muretto, o una fila di blocchetti, non mi ricordo. Io e Lena. Fianco a fianco. Lei con i suoi occhi cangianti. Che si vedono poco perché li strizza. Ma sono lì. E sono cangianti più che mai. E imbarazzati un po’ lo siamo, io e lei.

Io passo il braccio dietro di lei. Lei appoggia il braccio sulle mie spalle. E lì finisce l’imbarazzo.

Il secondo inizio di questa storia è di qualche giorno fa. In bicicletta. Nella zona industriale. C’è una stradetta che piglia e va di lato per le sue. Ad un certo punto incrocia un’altra stradetta, bianca. In fondo ci sono tre capannoni abbandonati.

Io guardo. Non c’è molto da guardare. Ma io guardo comunque.

L’ingresso sul fianco del magazzino è chiuso da chissà quanto. Ed eccolo lì il carroponte che usavamo per caricare le caldaie di sterilizzazione. L’hanno smontato e messo da una parte. E non è neanche tanto arrugginito.

Faccio il giro. Mica vedo nulla. Non è che non vedo perché non vedo. È che non c’è nulla. Neanche le erbacce. Ci sono sempre erbacce in posti del genere. Lì no. Giusto un po’ di erba. Ma non fa erbaccia. È solo erba. Però c’è un alberello che cresce. Poverello. Piccolo. Solo. Così solo che sembra simbolico.

Aspetto. Poi giro la bici. Poi aspetto. Poi vado, ma solo un pochino. Poi me ne vado.

Poi torno. Perché hai visto mai che vedi una cosa che ti sembra un’ombra e invece è una persona? E una persona che conosci. E una che conosci bene. Perché una volta è capitato che ho incontrato un tipo che non vedevo da un sacco di anni e quasi ci passavo davanti senza salutarlo. Senza neanche riconoscerlo. Perché capita a volte che una tipa mi dice Ti ho visto l’altro giorno, mi sei passato davanti ma forse non mi hai visto. Ti ho anche salutato, ma forse non mi hai sentito. Perché mi capita che faccio figure di merda. E con le donne. Con gli uomini passi, ma con le donne… Allora torno indietro. E lì…

Va’ là che è proprio un miraggio. Neanche un’ombra di quelle che io mi credo che è chissà cosa m’immagino. Ma neanche l’ombra dell’ombra. No. Niente. Una roba di fantasia. E io tonto che mi vedo le cose.

Non sono molte le storie che hanno due inizi. A dire il vero sono una rarità. Ma questa li ha.

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