Napoli e poi Napoli

Di Enrico Sanna

napolisuore

Avevo ricevuto questa istruzione:

“I soldi nascosti. Non nelle tasche, meno che mai nelle tasche posteriori. Le tasche posteriori lasciale vuote. Non metterci nulla. Se ti vedono il rigonfiamento, vanno a frugare, e se non trovano nulla si incazzano.”

E poi quest’altra, più poetica:

“Quando arrivi, affacciati alla finestra e guarda. Il Vesuvio è lì, praticamente dentro la città. Guarda quel cono nero nero. Guardalo al tramonto. Guarda come scompare poco a poco nel cielo scuro. E anche dopo il tramonto, specie se c’è la luna piena, vedi sempre a Muntagna.”

E io feci così.

Arrivai a Napoli da Roma. Tranne qualche capatina ai Castelli, era la prima volta che andavo a sud di Roma. Uno zaino grande quanto un cammello rinsecchito, e altrettanto informe, e due valigie. E dodicimila lire seppellite da qualche parte nel mio essere.

Scena prima:

Arrivo alla stazione di piazza Garibaldi. Il tassista mi becca subito. “Roma? Bella Roma! A me i romani mi piacciono. Sono simpatici.” “Vengo da Roma ma sono sardo.”

“Uei, che bellezza a Sardegna!”

I tassisti napoletani si adattano a tutto. Mai impreparati.

“Dove andiamo?”

“Corso Novara.”

“Sta qua, o bi! Però facciamo un poco di ggiro pecché ci stanno i sensi unici.”

Prima di salire, contratto:

“Dodicimila lire è tutto quello che ho.”

“Dodicimila? E vabbene dodicimila.”

Così risolsi il primo problema, quello dei soldi da nascondere.

Scena seconda: il Vesuvio.

La mattina dopo mi alzai e andai alla finestra. Palazzi e palazzi. A Muntagna nun ce steva. Vabbè, sarà stata un po’ di foschia. E che, a Napoli un po’ di foschia non ci può stare? Sempre o sole?

Strano, però. Era pieno luglio. Si vedeva un sacco di panorama. Ero all’ultimo piano. Ma nessun Vesuvio. Eppure avrebbe dovuto farsi trovare in mezzo alla città. E quanto è grande questa città?

Alla fine lo trovai. Era sempre stato lì, da quando ero arrivato. Ero io che mi ostinavo a cercarlo dalla finestra sbagliata. Ora, se a Muntagna non va da Enrico, eccetera.

Napoli. Anzi: Napoli! Con l’esclamativo, come allo stadio.

In corso Novara i banchetti che vendevano la pizza. A tutte le ore. E quelli che vendevano il polpo bollito. Una persona che conosco mi ha detto che se ne trovano ancora dalle parti di Porta Capuana.

Il Rettifilo. Che non si chiama così, ma io non ho mai imparato il suo nome. Eravamo io e un mio amico. E la sua Cinquecento. La capote sbracata.

Una ragazza attraversa la strada. Lui si mette in piedi sul sedile, come Paolo Sesto a Cagliari, e comincia a urlare. Complimenti, giura lui. Anni dopo l’ho rifatto a Neumarkt, in provincia di Bolzano. Lì non passi inosservato se fai una cosa del genere.

Un giorno vado a fare degli accertamenti in ospedale. L’ospedale era un vecchio ospedale, in cima a Monte Santo. Si va su con la funicolare. Ci ho fatto una settimana. Oggi l’ospedale non esiste più.

Sembrava tutto tranne un ospedale. In origine era un convento. Non sembrava neanche un convento. E neanche una via di mezzo.

Stiamo in uno stanzone. Io, tre siciliani, un toscano e un napoletano. Niente medici. Niente infermieri. La sera uscivamo e andavamo giù. Attirati dal basso e dal mare. I quartieri spagnoli, la galleria, e anche il lungomare Caracciolo.

Le suore occupavano ancora un’ala del palazzo. Ogni giorno viene una di loro e prepara da mangiare. Fa una cucina semplice e buona, buona e semplice. Noi apparecchiamo. A volte cuciniamo.

C’era una terrazza. Da lì vedi il panorama. Posillipo, Parte Margellina, il porto. Sulla sinistra, il Vesuvio nero nero. Sotto, il centro storico che sobbolle come un ragù.

La mattina senti il concerto di mille campane e il canto dei venditori ambulanti. Era come se tutti questi suoni si coagulassero in un unico inno. Risalivano la collina e arrivavano a noi e ci guardavano negli occhi.

Un giorno la superiora arriva.

“Non è che potete aiutarci? Dobbiamo traslocare alcuni mobili.”

Noi ci guardiamo per un attimo.

“Ragazzi, andiamo a fare il trasloco!”

E siamo andati a traslocare mobilia. A fare quello che a Genova si chiama camallà.

Alla fine, la superiora ci dice:

“Tra una mezz’ora facciamo la messa.”

“Ragazzi, tutti alla messa!”

È stata l’unica volta che ho servito messa.

Alla fine della messa ci chiama e regala ad ognuno di noi una catenina con l’effigie di Gesù Cristo. Ce l’ho ancora. È uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto in vita mia.

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