Le Città Medievali

Di Guglielmo Piombini

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Non è facile intravedere degli spazi di libertà nel sistema feudale basato sull’assoggettamento dei contadini al signore, sulla servitù della gleba, sulla limitatezza degli scambi. Il feudalesimo però presentava due aspetti positivi, che alla lunga hanno favorito l’avvento del capitalismo: innanzitutto la condizione dei servi era di gran lunga migliore di quella degli schiavi della società antica. Sarebbe semplicistico descrivere in termini di pura coercizione il rapporto tra il signore e il servo che lavora la terra. Si trattava invece di un mutuo contratto, in virtù del quale il servo accettava di lavorare per il signore in cambio di servizi di protezione e di giustizia. I termini della relazione non potevano essere modificati dal signore secondo il suo arbitrio, ma erano fissati una volta per tutte dalla consuetudine (la durata ad esempio poteva essere ventinovennale o vitalizia). A parte questo vincolo con la terra, il servo medievale era una persona, che poteva sposarsi, formare una famiglia, trasmettere ai figli in eredità la terra e tutti i suoi beni. Lo schiavo antico invece non aveva il diritto di sposarsi né di fondare una famiglia, né gli era concessa alcuna dignità umana. Era un oggetto che si poteva acquistare o vendere e su cui il potere del padrone era senza limiti.

Il secondo aspetto vantaggioso del feudalesimo fu il suo carattere estremamente decentralizzato. Dopo il 476 d.C. gli invasori barbarici, una volta conquistate le terre dell’impero defunto, non si impossessano della sua macchina amministrativa e fiscale ma la privatizzano. Il re si divide, insieme ai suoi compagni di avventura, il patrimonio statale, le terre e le rendite. Il potere politico quindi si polverizza in migliaia di feudi e unità indipendenti, e nessun tentativo di unificazione imperiale ha successo. In particolare, la lunga Guerra delle Investiture fra potere politico e potere religioso rappresentò un punto di svolta decisivo, perché il movimento comunale non sarebbe riuscito a prendere corpo senza la furiosa lotta fra il Papato e l’Impero. La loro rivalità creò una situazione favorevole all’emancipazione delle città: armi in pugno, in lotte durate anche centinaia d’anni, gli abitanti delle città si sottrassero al dominio signorile, ecclesiastico e imperiale e iniziarono la ricostruzione della società partendo dal basso, governandosi da sé. Si formarono quindi delle isole non-feudali, le città, in mari feudali. Le città medievali furono dunque realtà doppiamente rivoluzionarie, sul piano politico e sul piano economico.

Sul piano politico il comune nasce da un’associazione di cittadini volontaria, privata, basata sul vincolo di un giuramento (la conjuratio). L’iniziativa di questi cittadini si sostituisce piano piano all’autorità del feudatario o del vescovo. La città è anche un’oasi di libertà che permette un grandioso processo di emancipazione degli sfruttati dal dominio feudale. “L’aria delle città rende liberi” era un detto d’origine tedesca molto diffuso nel basso medioevo. La città medievale diventa quindi un irresistibile polo di attrazione per i servi della gleba che vogliono sottrarsi al gioco dei loro padroni, per i mercanti e gli artigiani che vogliono commerciare e produrre liberamente, per i cavalieri decaduti che sperano di migliorare la loro condizione sociale. La città offre protezione, libertà, possibilità di guadagno e un forte senso d’appartenenza cementato dalla lotta permanente contro i signori.

La città fu anche rivoluzionaria sul piano economico. Gli abitanti dei Comuni si orientarono verso l’economia e non verso la politica perché, a differenza degli abitanti delle città-stato antiche, non avevano a disposizione una massa di schiavi da utilizzare quali strumenti di lavoro, né terre da coltivare, dato che queste erano in gran parte proprietà dei signori; furono quindi obbligati a guadagnarsi da vivere con l’attività manifatturiera e con il commercio, dilatando così l’orizzonte dell’economia di mercato rispetto all’angusto mondo feudale. Pare corretta quindi l’osservazione di Adam Smith, Max Weber, Henri Pirenne, Fernand Braudel, Luciano Pellicani e di numerosi altri studiosi che hanno associato il movimento comunale alla nascita del capitalismo. I comuni e le repubbliche marinare furono il “primo motore” dell’economia capitalistica.

La nascita della città medievale rappresentò dunque un fatto di capitale importanza nella storia dell’Europa occidentale. Nulla di simile era mai accaduto, in Europa come nel resto del mondo. Fuori dall’Europa, infatti, le città non avevano alcuna autonomia politica o economica dallo Stato centrale, dove i mercanti e gli artigiani lavoravano solo per soddisfare i bisogni delle élites del potere. Marco Polo rimase colpito dal fatto che le città cinesi, a differenza delle multiformi città europee, fossero tutte uguali e tutte squadrate. Questa struttura infatti favoriva il controllo dal potere centrale sulla città. In Asia il contadino che scappava dalle campagne non aveva nessuna possibilità di ottenere la libertà rifugiandosi in città, come accadeva in Europa, perché le città erano entità burocratiche presidiate dall’esercito imperiale.

Nelle città medievali nasce dunque la borghesia, che avrà un ruolo fondamentale nell’evoluzione storica della società europea. Il borghese medievale è dunque quella figura eroica a cui riesce per la prima volta il miracolo della moltiplicazione della ricchezza: non con i metodi, in auge fin dall’antichità, della guerra, del saccheggio e della pirateria, ma con i mezzi pacifici dell’invenzione, del lavoro, della produzione e dello scambio. A lui si devono le creazioni dei moderni strumenti del capitalismo, come l’impresa, le filiali, il sistema bancario, la contabilità, il credito, la lettera di cambio. L’opulenza e la potenza acquisita dalla classe borghese medievale era tale, che molti uomini d’affari potevano trattare alla pari con i re, e persino con l’Imperatore e il papa. In molte occasioni le monarchie si trovarono alla dipendenza finanziaria delle grandi compagnie, come quando i Bardi e i Peruzzi prestarono un milione e mezzo di fiorini al re d’Inghilterra Edoardo III, sulla garanzia delle entrate reali. Questo è un fatto inaudito, mai visto in nessun’altra civiltà. Vi immaginate un umile mercante egiziano, cinese o indiano che osa trattare da pari a pari le condizioni di un prestito con il Faraone, con l’Imperatore della Cina o con il Gran Mogol indiano?

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