Connettere o non Connettere

Di Theodore Dalrymple

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“Solo connessione.” Queste le parole (quasi) famose che chiudono il romanzo di E. M. Forster Howard’s Way. Credo che se Forster fosse ancora vivo e scrivesse ancora, terminerebbe il libro in un altro modo: “Solo sconnessione.”

Oggigiorno è difficile sconnettersi, psicologicamente se non anche fisicamente. Credo che i cosiddetti social media dovrebbero chiamarsi, più precisamente, antisocial media. Chi non si è mai lamentato del tipo a ristorante che sta attaccato al microschermo ignorando gli altri? Io, per dire, non posso dire di essere molto diverso dagli altri uomini moderni. Se sto lontano dal telefono o da internet per più di un paio d’ore divento ansioso, mi sembra di aver perso l’occasione che cambia la mia vita, anche se non penso che la mia vita abbia bisogno di essere cambiata granché.

Oggi è difficile isolarsi, anche se conosco una o due persone ammirevoli che non hanno né internet né il cellulare. Immagino che resistano alla tentazione. O forse non sono mai stati tentati. Questo fa sorgere una questione importante: è più ammirevole essere così perfetti da riuscire ad evitare qualunque tentazione, o essere un po’ meno perfetti, lasciarsi tentare e opporsi alla tentazione?

Sia come sia, io ho quasi dimenticato quanto era bello non stare in contatto con persone che conoscevo (e amavo) per lunghi periodi, a volte per mesi. Dava l’impressione di un lusso: riuscivo a ricavare una sensazione di ricchezza da una certa irresponsabilità; non sentivo lamentele e non dovevo suggerire soluzioni. “Quando due inglesi si incontrano,” dice Doctor Johnson, “parlano subito del tempo.” Quando si incontrano due amici, la prima cosa che fanno è lamentarsi: Quanto era bello quando stavo senza!

Una volta viaggiai in Africa servendosi solo dei mezzi pubblici. Mi ci vollero sei mesi. In molte occasioni, la maggior parte, mi ritrovai completamente solo, lontano dalle persone di mia conoscenza, senza avere la possibilità di chiamare qualcuno per una qualunque ragione. Nel mio piccolo, mi sentivo come Arthur Koestler nella sua cella in Spagna in attesa della morte. Ovvero, mi sentivo libero come non ero mai stato in vita mia.

Mentre mi trovavo nella Guinea Equatoriale, mi eccitava sapere che se qualche autorità avesse saputo che ero uno scrittore (più o meno) avrei potuto essere ucciso, fatto a pezzi e gettato in mare: prima di allora non ero mai stato tanto importante da meritare l’uccisione, e in qualche modo ne ero lusingato. Questo accadde trent’anni fa l’anno prossimo.

L’allora presidente, che è presidente ancora oggi, rovesciò il regime di suo zio, il primo presidente, con un golpe militare. Il primo presidente era conosciuto con il titolo di Il Miracolo Unico. Di sicuro produsse cambiamenti incredibili: un terzo della popolazione scappò o fu uccisa. Tra le varie conquiste, riuscì ad abolire gli occhiali, anche se non la ragione per portarli. Per lui, occhiali significava intellettuali, e intellettuali pericolo, essendo lui stesso un intellettuale fallito. L’errore insito nella sua logica potrebbe spiegare perché fallì come intellettuale.

Essere completamente isolato era divertente. Uno è felice di sopravvivere quando sa che sarebbe possibile il contrario.

Un’altra volta ho attraversato il Chaco tra il Paraguay e la Bolivia in compagnia di contrabbandieri. Il Chaco non è né deserto né foresta ma una via di mezzo: comunque un luogo molto inospitale per l’uomo. Se i contrabbandieri mi avessero ucciso per prendere quello che avevo, adesso sarei un mucchio di ossa rinsecchite, ignorato da tutti in qualche punto irraggiungibile tra i rovi e i cactus. Ero alla loro mercé. Loro furono molto cortesi con me. Dividevano la loro roba da bere e il mangiare. L’isolamento mi insegnò come fidarmi.

All’alba mi lasciarono in un minuscolo centro della Bolivia, non lontano dal confine dove, ovviamente, ero passato illegalmente. Pensai di presentarmi a qualche autorità, ma era troppo presto e attesi per lungo tempo nell’alba luminosissima ma fredda. Finalmente la banda militare cominciò a suonare l’inno nazionale per l’alzabandiera in una vicina caserma, e subito dopo trovai un ufficiale e gli dissi che ero appena arrivato dal Paraguay, con cui, tra l’altro, la Bolivia aveva combattuto una guerra disastrosa cinquant’anni prima. Fu molto gentile. Mise un timbro dall’aspetto indubbiamente ufficiale al mio passaporto, cosa che alcuni giorni dopo, quando ci fu un golpe militare, mi risparmiò tanti problemi. Allora c’era mediamente più di un golpe militare l’anno. C’è molto da dire sugli stati che non funzionano benissimo. In Gran Bretagna non sarei stato trattato con la stessa cortesia, a dir poco.

Oggi quell’ufficiale boliviano avrebbe sicuramente un cellulare, e potrebbe mettersi in contatto con un’autorità superiore. Questo gli direbbe di andare sul sicuro e arrestarmi in attesa di istruzioni, incrementando così le probabilità di ricavare un riscatto dalla mia liberazione. L’assenza di comunicazioni facili diede a questo ufficiale un potere discrezionale maggiore di quello che avrebbe oggi, e visto che era una persona sensibile e gentile, almeno nei rapporti con me, io beneficiai della sua incapacità di connettersi.

Il fatto di non essere mai irraggiungibile significa non essere mai tranquilli nella propria solitudine. Significa stare sospesi tra la paura del disturbo e la paura di non essere cercati. Il disturbo è una seccatura, distrugge la concentrazione. Ma se nessuno ti cerca, ti viene l’ansia e pensi di essere stato dimenticato. Si dice che se una donna non si sposa entro i venticinque non si sposa mai. Così noi ci sentiamo dimenticati se non riceviamo un messaggio per venticinque minuti.

“Sconnetti…” direbbe oggi Forster, “e l’amore umano si mostrerà in tutta la sua grandezza.”

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