La Mantide

Dal romanzo Molly Flint

tagliacarbone

Questo capitolo fa capire quanto è umanamente difficile il compito del soprintendente di una miniera. È uno spaccato di vita sotterranea. Il soprintendente in questione, Speke, deve risolvere un problema. Una porzione di livello è venuta giù su un minatore. In genere, si scava, si raccoglie quello che avanza del poveraccio e lo si rimanda alla famiglia. Ma il tipo qua è rimasto incastrato. Ci vorrebbe qualcosa che lo estragga.

Ecco perché il soprintendente chiama due tipi inglesi. Questi inglesi girano tra le miniere del romanzo nel tentativo di sbolognare la loro macchina per affettare il carbone. Forse la macchina non affetterà il carbone, pensa il soprintendente, ma può darsi che riesca a cavare un minatore da sotto il livello. Ha ragione?

Ecco, questo è il dialogo preliminare all’azione. Da una parte il soprintendente. Dall’altra i due geniali eroi inglesi.


“Tretherick, Mr. Speke. Il mio nome è Tretherick. A proposito, mi permette di presentarle Mr. Duffryn, Mr. Speke? Mr. Duffryn è il mio socio. Casualmente, si trova qui a fianco a me. Mr. Speke, Mr. Duffryn. Mr. Duffryn, Mr. Speke. Mr. Duffryn e io ci conosciamo dai tempi dell’università, sa? Posso assicurarle, Mr. Speke, che, sebbene non occupi che una porzione esigua della superficie terrestre, il mio socio è capace di una quantità incredibile di amenità.”

Per la prima volta nella loro esistenza, Duffryn e Speke accostarono le loro teste in cenno di saluto.

“Speke,” disse Speke.

“Duffryn,” disse Duffryn.

Tretherick, vagamente legnoso, un’abbronzatura scarlatta, tra i quaranta e i cinquanta, piuttosto verso l’inizio degli ultimi che al termine dei primi, era inglese come uno può essere solo a quell’età e con quell’aspetto di legno scarlatto su di sé.

Avrebbe avuto l’aria di un pacifico viaggiatore se non fosse stato per una singolare e vistosa deformazione della sua fisionomia anglosassone. Presso l’estremità inferiore di una faccia altissima e stretta, due pollici più giù di due labbra inesistenti, con il trascorrere degli anni era cresciuto il mento più affilato dell’oltremanica. Pochi comprendono le ragioni di una parte anatomica come il mento. Quello di Tretherick dava l’idea di un attrezzo adatto a bucare l’aria. Si estendeva prodigiosamente per una certa lunghezza davanti al suo proprietario con imperiosità altezzosa; e sembrava possedere la sorprendente necessità del tagliamare di un brigantino. Miriadi di goliardi avevano espresso infinite poetiche su quei due pollici quadrati di pelle.

Tretherick e Duffryn erano gli inventori di una macchina che estraeva il carbone tagliandolo con lo stesso ingegno di un venditore di angurie a fette.

Per qualche tempo, Duffryn e Tretherick avevano frequentato la zona dell’antracite. Quelli dell’antracite avevano riso di loro. Cosa se ne facevano di una macchina per affettare il carbone, quelli dell’antracite? Così avevano riso della loro invenzione e, per implicazione, dei due inglesi.

L’incontro si era svolto in due fasi. Nella prima fase, quelli dell’antracite avevano voluto sapere come funzionasse la macchina, e i due inglesi avevano dato una spiegazione. Nella seconda fase, quelli dell’antracite avevano riso. Non in maniera esplicita, è vero, ma abbastanza crudelmente.

Per diversi giorni i due inglesi avevano prodotto scaglie di antracite. L’antracite è troppo duro per quella macchina, gli avevano detto quelli della regione dell’antracite. I due allora avevano dimostrato che la macchina poteva essere usata per tante altre cose, ma quelli là dovevano avere il cuore di antracite. Per tutto il tempo in cui erano rimasti nella zona dell’antracite, Duffryn e Tretherick avevano prodotto un’impennata storica rimarchevole dell’umore.

Prima di arrivare a Molly Flint, i due inglesi avevano tenuto un conclave, e un altro l’avevano tenuto poco prima di scendere nel pozzo principale. Entrando, Tretherick aveva fatto alcune considerazioni sulla dimora del soprintendente. Duffryn aveva l’aria di quelli che pensano più spesso dei loro soci.

Se per caso, in un momento qualunque della giornata, avesse improvvisamente abbracciato il suo socio, Tretherick avrebbe potuto incastrare il proprio mento nell’incavo del suo sterno. Non c’era parte del suo corpo che testimoniasse l’esistenza di uno scheletro interno. Come un socio perfetto, Duffryn era in un certo senso complementare alla magrezza di Tretherick.

Tretherick sorrise con soddisfazione a vedere il soprintendente e il suo socio scambiarsi un diafano inchino quale forma di saluto cortese.

“Sa,” disse, “è una questione di principio.”

“Lei è in grado di sgombrare quella roba?” chiese Speke.

Tretherick alzò una mano, e con quella tracciò un grosso geroglifico nell’aria. “Duffryn!” esclamò.

Duffryn si tolse il cappello e lo fece scomparire dietro la schiena, producendosi allo stesso tempo in una discreta piegatura del busto in avanti. “Tretherick?”

“Duffryn,” disse Tretherick, “il soprintendente Speke chiede di sapere se la nostra macchina è in grado di sgombrare una frana.”

Duffryn inspirò una quantità di fiato che sarebbe stata sufficiente a spiegare il moto apparente dei corpi celesti.

“Signore,” disse, “posso assicurarle che il suo Primo Livello Est sarà liberato alla fine di questa stessa giornata. Sebbene…”

Qui Duffryn si fermò e guardò il suo socio. Tretherick fece un gesto con le mani, come se improvvisamente avesse deciso di spostarlo da qualche parte.

“Continua pure, caro Duffryn,” disse Tretherick.

“Sebbene,” riprese Duffryn, riavviandosi, “la macchina che io e il mio socio abbiamo inventato e perfezionato, fin dai primi anni dell’università, e alla quale il mio socio, purtroppo mostrando un interesse molto superficiale verso la mia opinione contraria, ha voluto bizzarramente dare il nome infelice di Mantide…”

“Ah, Duffryn! Duffryn!” esclamò Tretherick. “Duffryn, vecchio mio. Mio caro Duffryn, figlio di una carie! Bisognerebbe impiccare il destino che ha messo la tua testa troppo vicina ai piedi, Duffryn. È così che ad ogni passo le vibrazioni ingarbugliano sempre più il filo delle sue minuscole virtù, Mr. Speke. Vuoi forse negare, caro Duffryn, che sono stato io ad avere l’idea per primo?”

“No, non lo nego,” disse Duffryn. “È proprio come dice il mio socio qui presente, signor soprintendente. Fu lui ad avere per primo l’idea della macchina. E ricordo bene quel momento. Rientravamo entrambi da una festa di compleanno, signore, quando improvvisamente il mio socio perse l’equilibrio e cadde in un fosso.”

“Una fatalità, Mr. Speke, mi creda. Una delle tante fatalità che accadono in qualunque momento della vita,” disse Tretherick, e si dedicò ad unire la punta delle dita della mano destra alle corrispondenti della mano sinistra. “Si dà il caso che misi accidentalmente il piede su qualcosa, come un banale ciottolo di fiume, che improvvisamente rotolò via per la sua strada e mi fece perdere l’equilibrio. Non le sembra una banale fatalità, Mr. Speke?”

“Mise il piede su una bottiglia di rum, signore,” disse Duffryn. “Fosse stata una raffinatezza delle Indie Occidentali, signore! Devo invece testimoniare che si trattava di quello che chiamano succo di doga, ovvero sudore di segatura. Un’acqua stagnante, per essere precisi, che in qualche modo finì per risucchiare gran parte delle linfe che danno alimento alle facoltà intellettive del mio socio. Suppongo che siano stati quegli spiriti ad accendere il fuoco sacro dell’immaginazione nella sua testa. O forse, a dare credito al resoconto che fece lui alla rinascita, fu lo spirito di Archimede a comparirgli durante la permanenza nel fosso. In forma di visione.”

“Ah ah! Duffryn, caro mio, sei proprio un circo a tre piste. Cosa le avevo detto, signor soprintendente? Non è forse sorprendente tutta l’amenità che può contenere questo modesto barile? Io la pregherei di osservare la serietà con cui il mio socio sparge in giro i rottami della sua spassosità. Un vero peccato che non sia sobrio. Deve sapere che è proprio nei rari momenti di sobrietà che l’ingegno del suo spirito si allunga verso il cielo. Come la scala del vecchio Giacobbe. Ah, Duffryn, vecchio osso da gelatina! Figlio di un barone sparagnino! Dovrebbero arare una collina e farne il cimitero di tutti i Duffryn del cosmo.”

“Lasci perdere,” interruppe Speke. “Quella cosa può sgombrare la frana?”

copertina_mfA mo’ di caratterizzazione di queste parole, il soprintendente aveva posato una mano sul tavolo e cominciato a percuotere furiosamente quattro dita. In quel momento esatto, il capo della segreteria afferrò la maniglia della porta dello studio. La sua intenzione era stata di ruotarla, o abbassarla, o torcerla drammaticamente in qualche modo, e fare il suo ingresso nello studio. Il capo della segreteria aveva il bisogno impellente di consegnare qualche notizia futile al capo della miniera. Ma poi ebbe un ripensamento, e la mano scivolò via dalla maniglia, e gli occhi caddero sulla governante. “Ma chi c’è?” La governante scrollò le spalle, finse una riflessione, disse: “Non so. Due inglesi.” Il capo della segreteria considerò la possibilità di scrivere un biglietto per il soprintendente.

Dentro lo studio, Duffryn si stava producendo in un leggero inchino malinconico. “Perfettamente, signore.” Tormentò per qualche istante il risvolto della giacca, dal quale estrasse un piccolo disegno della Mantide.

“Mi permetta di mostrarle la Mantide, signore,” disse Tretherick. “Ora, signor soprintendente, vede questa grossa leva? Ebbene, con questa semplice leva è possibile controllare qualunque operazione della macchina. Ora… ehm… una semplice spinta in questa direzione espande i pistoni a, b, c e d. I quali a loro volta fanno ruotare i cunei numero uno e numero due attorno ai loro rispettivi perni alla base della macchina, esattamente in questo punto qui. Infilando i cunei in altrettanti fornelli, e facendoli ruotare mediante il semplice movimento che ho appena illustrato, otteniamo la rottura del carbone in zolle di dimensioni variabili da… circa uno a circa tre piedi con l’approssimazione di tre ottavi di pollice. Ora, Mr. Speke, se, invece di spingere la leva in questa direzione noi la spingiamo nella direzione contraria, i cunei ruotano di un angolo di novanta gradi esatti attorno al loro perno, alla base della macchina.”

“Quella leva può sgombrare la frana?” chiese il soprintendente.

Ci fu un breve silenzio, poi Tretherick disse: “La pregherei di ascoltare con attenzione quello che le dirà il mio socio, Mr. Speke.”

Duffryn produsse due inchini geometricamente impeccabili. Fu come se volesse dare una rappresentazione umana, dentro le sue forme gelatinose, della collezione di perni, leve, viti, ruote e cunei che formavano il sistema osseo della Mantide.

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