Managerialese

Di Theodore Dalrymple

burocrati

…cose alle quali i matti prestano la lingua e non la testa; sono l’uno o l’altro: o un parlare senza senso, o un parlar che il senso non afferra. ~ Cimbelino, Atto I, Scena V

Ogni medico sa che quando uno dei suoi colleghi passa dall’altra parte, nel senso che diventa un manager, ben presto comincia a parlare un linguaggio che non è né colloquiale, né tecnico né filosofico né letterario né preciso né poetico e neanche umano, per quanto in precedenza sia stata una persona lucida e chiara di mente. Di solito la trasformazione richiede due settimane, dopodiché è completa. L’uomo diventa un robot parlante.

C’è un’enigma. Quello che dice la persona corrisponde a ciò che passa per la sua mente, o deve essere tradotto in questo simulacro linguistico? Non è che un virus entra nel suo cervello sconquassando il centro del linguaggio, come un ictus, anche se in modo più sottile? Qualcuno ha fatto indagini post mortem sul cervello di questi individui in quanto classe a sé stante? E se le parole corrispondono ai suoi pensieri, come è possibile che un uomo così, dotato di educazione e sensibilità, riesca a sopportarne la noia?

Ovviamente i medici manager non sono gli unici a soffrire di questo male. È molto diffuso nel settore pubblico e, per quanto ne so (e sospetto), anche in quello commerciale, almeno in quelle aziende grandi abbastanza da funzionare come burocrazie. È molto probabile, anzi, che l’origine prima di questo male sia proprio nelle grandi aziende, forse nelle scuole per manager, così come l’origine prima dell’aids è nei primati che vivono nelle foreste dell’Africa Centrale. Spesso le infezioni fuggono dal focolaio originario per infettare gli elementi deboli delle popolazioni circostanti. Nel caso dei manager pubblici, si tratta degli elementi resi deboli dalla nozione thatcheriana secondo cui i servizi pubblici possono diventare una sorta di duplicato delle aziende private.

Tornavo a casa in treno dopo aver assistito ad un processo per assassinio a Manchester quando due manager si sedettero di fronte a me e cominciarono a parlare in un fluente managerialese. Volendo leggere, pensai in un primo momento di chiedere loro di abbassare la voce, ma poi decisi di osservare quello che gli scienziati chiamano un esperimento naturale: volevo vedere quanto riuscivano ad andare avanti. Quando, un’ora e mezzo più tardi, scesi dal treno, stavano ancora andando forte. Mi sentii un po’ stordito, ma lieto di essere fuori.

I due erano o inconsapevoli o incuranti dell’effetto che stavano avendo sui vicini. Non sarebbe cambiato nulla se avessi cominciato sfacciatamente a prendere appunti su quello che dicevano. Soprattutto la donna parlava senza posa. Il suo interlocutore maschile, chiaramente inferiore a lei nella scala gerarchica, riusciva a malapena a infilare qua e là qualche parola in un gergo incomprensibile.

Almeno un quarto d’ora prima di apprendere di cosa erano manager, avevo già intuito che erano nel settore pubblico. Il loro lessico, la sintassi, l’intonazione erano inconfondibili, almeno per chi ne aveva già avuto esperienza. Avrebbero potuto essere della sanità pubblica, ma anche di un’amministrazione cittadina, una scuola, la polizia, i servizi sociali: erano fanaticamente attaccati come un’ostrica al loro mondo fatto di cerchie esclusive e castelli in aria.

Lavoravano per il Sindacato Nazionale degli Studenti come burocrati di qualche genere. Non ho remore a rivelarlo perché loro stessi non facevano nulla per nascondere quello che dicevano e la loro identità. Anzi. In breve, era impossibile ignorarli.

Riporto alcune delle loro espressioni. Soprattutto della donna che, credo, doveva essere sulla quarantina perché lavorava nel sindacato dal 1988. Poiché in questi ambienti è importante mostrarsi originali, aveva un anellino al naso.

Lui è quello che concretizza sull’aspetto concreto, non sull’aspetto strategico.

Hai un compito che va sul ritaglio; ci vorrebbe qualcosa un po’ più collaborazionista.

Una delle sfide ricade nel nostro cercare disperatamente di obliterare l’intero procedimento progettuale.

Tutto è stato migliorato al fine di poter erogare la possibilità di erogare.

Quando cerchiamo di responsabilizzare le persone sull’erogare, non siamo al meglio sulle capacità. È necessario fare flessione, ma non abbiamo la cultura della flessione.

Lei è passivo-aggressiva perché sente il sentimento dell’esclusione.

L’aspetto erroneo della cosa era troppo enfatizzata, così siamo riusciti a generare un cambiamento sul lato interpretativo.

Dal punto di vista della gestione della performance, potremmo articolare di più sulla questione dell’impegno.

Io non credo di essere uno che pensa in maniera insolitamente concreta, ma ogni tanto mi piace che le mie parole abbiano qualche riferimento che non sia astratto, qualche legame con il mondo. Dopo aver ascoltato queste cose per mezz’ora, cominciai a provare una sorta di leggerezza mentale, come pensieri in assenza di gravità. Le loro parole erano sospese in un fetore politicamente corretto: di tanto in tanto spuntavano fuori parole come sostenibilità, eguaglianza, liberazione, non-discriminazione e sviluppo.

Mentre mi accingevo a scendere dal treno, mi chiesi se era il caso di dire loro qualcosa. Decisi di no. In effetti, mi facevano un po’ pena. Dovevano essere consapevoli, almeno in parte, del fatto che ciò che dicevano era una ciancia impenetrabile indegna di quella facoltà umana che è il linguaggio. Dev’essere triste sapere che il tuo lavoro dipende dalla capacità di gestire questo eloquio sconnesso e ripetitivo.

Ma forse la mia simpatia era fuori luogo, perché queste persone sono spesso crudeli e ambiziose, mediocri in tutto tranne nella volontà di comandare in qualche minuscolo pollaio ed essere pagati di conseguenza. In cambio devono imparare una nuova lingua il cui esercizio richiede dedizione e capacità. Sono sicuro che se i miei lettori provassero a parlare anche solo per qualche minuto in managerialese lo troverebbero una lingua quasi impossibile, perché il senso continuerebbe ad affiorare qua e là nonostante tutti i tentativi di dire insensatezze. Un medico che diventa manager padroneggia rapidamente il linguaggio perché è già abituato a sentirlo dagli altri.

Il managerialese è sintomo e rafforzamento di una rivoluzione sociale. È la vendetta del mediocre senza scrupoli sul capace guidato dai principi.

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