Molly Flint

Di Enrico Sanna

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È uscito su Amazon il mio nuovo romanzo. Oplà! 380 pagine, 2,99 euro la versione kindle. La versione a stampa la pubblico a breve. Niente protezione DRM. Questo significa che potete leggere l’eBook con qualunque dispositivo in grado di leggere il formato mobi. Altrimenti, potete convertirlo con un’applicazione gratis come calibre e leggerlo dove volete. Potete anche stamparlo.

Tanto per farvi divertire, e se la cosa vi diverte, pubblico qui sotto un capitolo del libro. Non uno dei primi sei capitoli, che potete leggere gratis su Amazon cliccando su leggi l’estratto. Un capitolo interno. Uno di quelli riservati al pubblico pagante.

Prima, però, l’introduzione al libro.

Introduzione

Questa è la miniera di Molly Flint. O, come dice l’autore di questo libro con una delle sue metafore strampalate, un omaso di pietra. Con questo vuole dire un luogo a cui le persone che ci entrano sono costrette ad adattarsi. Ad esempio, chinandosi e addirittura prostrandosi a terra ogni volta che Molly Flint lo richiede. Come? Una peculiarità di questo posto? Oh, no. Per niente. Avviene così anche nelle migliori miniere, sapete? Ciò che non avviene altrove è ciò che avviene in questo libro.

E questi che vedete qua sono i suoi abitanti.

Quei due negri, ad esempio, sono due minatori ciechi. Perché sono qua? Ma per estrarre il carbone, ovviamente. Per cos’altro, sennò?

E quell’altro, quello che guarda da dietro la porta socchiusa, è il soprintendente. Un tipo che vive da chissà quanti anni dentro la miniera. Accanto al soprintendente c’è quel tipo… non so se si vede bene, quello con la piuma blu sul cappello. Ecco, quello è Ormond, il proprietario di Molly Flint.

Quanto a quel giovane di là in fondo, è l’ultimo arrivato. Si chiama Joston, ed è venuto qui a cercare… Oh, lo sa solo lui cosa è venuto a cercare.

Infine c’è Cadalso, che è un bravo messicano, e il negretto Squanto, che fino a qualche tempo fa faceva il cernitore. Era su al reparto cernita assieme a tanti altri come lui. Il fatto, però, è che ha paura di tutto. Anche del rumore delle macchine. Soprattutto di quello. Così il soprintendente l’ha mandato laggiù a fare il portinaio. Apre e chiude le porte di ventilazione. Tenetelo d’occhio. È un tipo interessante.


Niente male, eh?

E adesso il capitolo promesso. Il ventisettesimo. I due personaggi sono un minatore e il suo giovane aiutante. La scena si svolge in una camera di estrazione del fronte di avanzamento in una miniera di carbone. La data e l’ora non hanno importanza.

Capitolo XXVII

Dudley accostò la faccia al fornello finché non cominciò a vederne due. Seduto in equilibrio sui talloni, prese una manciata di carbone impastato con acqua, l’amalgamò laboriosamente tra le mani e la spiaccicò con attenzione sulla bocca del fornello. Gran parte della poltiglia cadde istantaneamente a terra. Dudley si accanì sul poco che era rimasto riempiendolo di pugni. Il suo respiro spezzato filtrava tra i denti stretti. Raccolse un altro po’ di impasto, lo appiccicò sul fornello e diede altri colpi, prima con le nocche, poi con il calcagno della mano, infine con il palmo disteso. Finché non ebbe soddisfazione.

“Silas,” disse, e scrutò profondamente la poltiglia. Giunto a questo punto dell’operazione, difficilmente Dudley staccava gli occhi dal fornello, come se avesse paura di cadere in confusione e scordarne le coordinate.

Anche Silas era seduto in equilibrio sui talloni, come il suo maestro e padrone. Si alzò a comando. Con la schiena contro la volta, aveva l’aria importante di uno che può ribaltare una miniera se gli viene ordinato.

“Signore?”

“Puoi andare, Silas.”

Silas esitò. Un’esitazione professionale, però.

“Tolgo l’ago, Mr. Dudley?”

Dudley prese un altro po’ di pastella cautelativa e la spiaccicò con grande approssimazione sulla bocca del fornello. Il risultato gli apparve artistico. “Adesso puoi anche toglierlo, Silas.” Dudley fece un gesto elegante con la mano.

Silas afferrò l’ago lunghissimo che era conficcato nel fornello e cominciò a tirare con lentezza sacrale. Durante questa fase di estrazione dell’ago entrambi rispettarono l’antica legge mineraria che imponeva il silenzio.

Dopo che ebbe riposto l’ago in un luogo che sembrava un tabernacolo, Silas cominciò a dire: “Mr. Dudley…”

Dudley si chinò e sembrò annusare il foro minuscolo lasciato dall’ago. “Un foro perfetto, Silas,” commentò.

Silas sorrise. Dopo il sorriso disse, ancora:

“Stavo dicendo, Mr. Dudley…”

“Dimmi pure.”

“Mr. Dudley, cosa succede se… Ammettiamo che io sto togliendo l’ago e… Voglio dire, cosa succede se…”

“Se si chiude il foro, Silas?”

“Bè… più o meno. Voglio dire, sì.”

copertina_mfPer la prima volta da quando avevano cominciato a preparare la carica, Dudley si voltò e guardò Silas direttamente nel fondo dell’anima. Appoggiò il pollice direttamente sopra un occhio, sospirò, quindi si grattò al centro della fronte che era sotto il cappello. Man mano che grattava, la crosta di carbone venne via e rivelò una pelle miracolosamente bianca.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che il foro della miccia si è chiuso, Silas?”

“Le è successo davvero così, Mr. Dudley?”

Dudley estrasse alcune squame da dietro le orecchie e le osservò con attenzione sul palmo della mano.

“Venticinque anni fa,” disse, con voce sognante. “Ero un aiutante, in quel tempo.”

Silas era confuso. Aveva sempre ritenuto che gli uomini non avessero bisogno di inventarsi le miniere in ere così antiche. L’uomo avrebbe dovuto trovarsi in altre coordinate del mondo, allora; operoso in altre attività; intento all’assassinio di una quantità rispettabile di ottomani, ad esempio.

“Ve… venticinque anni!” esclamò con due atomi di fiato. Poi in qualche modo gli venne spontaneo dire: “Fuu! E… e… e… come… ha… ha… ha… fatto, Mr. Dudley?”

Dudley inspirò profondamente. Prima o poi, tutti i minatori si trovano a vivere una storia di questo genere con i propri aiutanti. Al momento di riassumere quel racconto straordinario della sua vita, però, si accorse che numerose parti importanti erano andate perse, e che tutto quello che restava erano alcuni spezzoni sconnessi, e che quei brani non possedevano neanche l’ombra delle qualità necessarie a fare una storia grande, una che fosse il prodotto di un intaglio sulla carne viva della vita. Poteva riassumerne la sommità dell’insegnamento morale, però.

“Oh, è stata una seccatura, Silas,” disse pertanto Dudley con profondità e vastità. “Una grossa seccatura. Ora, Silas, l’ago l’hai messo al sicuro?”

“Al suo posto, Mr. Dudley. Dentro quello scavo dietro a quella roccia, da quella parte.”

“La polvere?”

“Al suo posto, Mr. Dudley. Dentro quello scavo dietro a quella roccia, da quella parte. Anche la polvere.”

Dudley gorgogliò di soddisfazione.

“Molto bene, Silas. Molto bene.” E agitò un dito educativo davanti agli occhi di Silas. “Ora, Silas, se c’è una cosa importante che bisogna sempre ricordare in miniera è che per prima cosa bisogna mettere al sicuro la polvere. Mettere… al… sicuro… la… polvere.”

“Prima cosa, mettere al sicuro la polvere,” recitò Silas. Poi concluse: “Sempre.”

“Sempre,” confermò Dudley. “Ora, Silas… Sai dove sono le micce?”

Silas allungò un braccio e indicò un pezzo dell’oscurità.

“Qua, signore.”

“Bene, bene. Ora ti faccio una domanda, Silas. Metti che devo andare fuori dalla camera. Se io vado fuori dalla camera, Silas… Ascolta bene. Se io vado fuori dalla camera, è meglio che ci lascio la miccia nel fornello, o che non ce la lascio?”

Silas emise un ronzio di riflessione con il naso. Deglutì. Risposte vaghe e indistinte come nuvole sfiancate volarono sopra la sua testa acerba. “Forse…”

“Niente forse,” disse Dudley. Silas ebbe l’impressione che Mr. Dudley si stesse agitando. “Silas, quante volte ti ho detto che i forse non esistono in una miniera? Secondo te, è meglio che ce la lascio?”

“No, signore.”

“Allora dici che è meglio che la si toglia, Silas?”

“Certo!” disse Silas, mosso da indignazione sincera. Il resto fu una corsa magnifica giù per la collina. “Voglio dire, Mr. Dudley, che la migliore cosa che uno si deve fare è di togliere la miccia dal fornello quando se ne va fuori, cioè voglio dire che non bisogna mai lasciarla nel fornello, perché ammettiamo che delle volte uno…”

“Ottimo, Silas,” disse Dudley. “Ottimo!”

Silas si ritrovò improvvisamente a precipitare nella felicità. Aveva appena detto la cosa giusta, Silas. Era stato quadrato. Orizzonti di fraterna complicità si aprirono di colpo di fronte a lui. Quando l’umanità si sarebbe trovata nei guai lui avrebbe semplicemente buttato questa frase: “Io l’avevo detto.” Era stato un moto dell’istinto. Strano che non gli fosse venuto prima.

Disse: “È ovvio, Mr. Dudley.”

Dudley sospirò con la massima serietà. È possibile che ricordi esaltanti della scuola domenicale vivessero una momentanea rifioritura in alcuni luoghi dell’animo del minatore. “Non bisogna mai lasciare la miccia nel fornello, Silas. Mai… lasciare… la… mi… cia… nelfo… rne… lo.”

Secondo Silas, Dudley sarebbe stato capace di produrre saggezza mineraria in quantità incalcolabili se solo ogni mattino le avesse dedicato cinque minuti di impegno casuale.

“Adesso le petanzere, Silas. Dove sono le petanzere?”

Silas stava per rispondere ma si fermò e lasciò passare un attimo.

“Al sicuro, Mr. Dudley,” disse dopo una meditazione. “Dentro quello scavo di prima… dietro… dietro la… la roccia… in fondo.”

“Ti va di andare a prenderle, Silas?”

Silas corse a prendere le pietanziere. Nel tragitto gli capitò di precipitare in una imprudenza giovanile.

“Sono per il fornello, vero?” disse.

Diventò rosso. Aveva detto qualcosa fuori dalle banali ortodossie. Si sentì improvvisamente vulnerabile. Aveva buttato via tutta la sua brillantezza con una banalità. Pensò che se avesse immediatamente cominciato a grattare un puntello o rabboccare una lampada o contare le micce forse sarebbe riuscito a distrarre Dudley.

“No, sono per il pranzo,” disse Dudley, indifferente, dopo una pausa.

Silas andò a prendere le pietanziere.

“Silas!”

“Mr. Dudley?”

“Io dico, Silas… dove vuoi andare con quelle due petanzere?”

“Ma Mr. Dudley, lei ha detto…”

“Certo, Silas. E dico che è una bella giornata. Non hai visto che bella giornata, Silas?”

“Eh, più o meno.”

“Allora oggi mangiamo fuori.”

Silas indicò una località in astratto, oltre la volta della camera. “Fuori dalla miniera, Mr. Dudley?”

“Ma no! Fuori dalla camera,” disse Dudley. “Nella galleria di carreggio, Silas.”

Silas sorrise. Mentre barcollavano verso la galleria di carreggio lasciò andare questa confessione:

“Sa cosa c’è, Mr. Dudley? C’è che non c’avevo pensato.”

Dudley e Silas, in quest’ordine, uscirono dalla camera numero cinque. Ognuno di loro aveva in mano il cestino del pranzo. Gli stivali schiacciavano la polvere con un suono aspro, simile a quello che fa un farmacista quando prepara una pasticca. Non c’era nulla, nella galleria di carreggio, tranne un carro vuoto.

“Strano che c’è silenzio,” osservò Dudley.

Un grosso anello metallico sporgeva dalla base del carro. Un gancio enorme era appeso all’anello, e quattro anelli di una catena, in tono con il gancio, pendevano passivamente dall’occhio del gancio. Tutta la ferramenta era di aspetto massiccio, e giaceva provvisoriamente priva di vita nel rettangolo tra una traversina e l’altra. Serviva semplicemente ad unire due carri. Era incredibile pensare che ci fossero persone disposte a sacrificare tutto quel ferro per una funzione così elementare da sembrare idiota.

Dudley staccò la catena con indifferenza, la calciò sotto il carro e si sedette sull’anello.

“Ehi, io ho trovato posto al ristorante, Silas,” annunciò, e rise. Batté la mano sulla coscia finché tutto il fiato della risata non si ridusse ad un guaito.

Silas si guardò attorno. C’era un altro anello metallico, copia esatta di quello di Dudley, ma era all’estremità opposta del carro, e a Silas seccava dare le spalle a Dudley.

“Torno tra un minuto,” disse.

Silas divenne un semplice profilo nero in una macchia luminosa color miele. Arrivato ad una certa distanza, sembrò addirittura sul punto di dissolversi come una stella cadente. Invece tornò indietro. Aveva un vecchio barile sotto un braccio.

Dudley aprì la pietanziera e cominciò un’ispezione drammatica. “Strano questo silenzio,” commentò.

Silas si sedette sul barile. Dudley infilò tre cucchiai di stufato in bocca e cercò di gestirli con l’aiuto delle mascelle. Le sue guance erano gonfie come quelle di Rolando sui Pirenei.

“Si sta bene qua fuori,” disse Silas.

“Però è strano questo silenzio.”

Silas sorrise.

“Silas!”

“Sì, Mr. Dudley.”

Dudley prese un pezzo di pane e lo nascose da qualche parte sotto la lingua. Silas attese.

“Dicevo, Silas… Ti ricordi quel fornello di ieri? Voglio dire non il primo, e neanche il secondo. Il terzo fornello. Ti ricordi, Silas?”

“Il terzo fornello, Mr. Dudley?”

“Esatto.”

“Sì, lo ricordo bene.”

“Bè, non mi è piaciuto per niente.”

Silas divenne profondamente triste.

Dudley ribaltò la pietanziera sull’orlo delle labbra. Trascorse così qualche tempo. Attese immobile finché anche l’ultimo boccone sul fondo non rovinò nello stomaco. Il pomo d’Adamo di Dudley era una strana sporgenza rossa che ricordava un gomito.

Silas cominciò a scavare un po’ di quella terra grigia che spesso capitava sotto i suoi piedi. Cercava così di capire dove fosse improvvisamente sprofondato l’orizzonte di fraterna complicità. Un crepaccio si era aperto in fondo alla miniera, e un oceano di melassa stava precipitando senza una ragione in una miniera secondaria popolata da anime scarlatte. Forse, pensò, aveva fatto una constatazione di troppo. Gli venne in mente una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora. Dell’acqua gocciolava da qualche parte. Però, farsi fregare in quel modo…

Trascorse qualche tempo.

Dudley aveva ingaggiato una discussione feroce con i resti della pietanziera. Un osso aveva preso a carambolare tra una mandibola e l’altra, suonando la sua ribellione come una bilia di piombo in una scatola di legno. Il pomo d’Adamo andò su e giù, come una bestia in un sacco. Un’immensa concentrazione era negli occhi di Dudley. Poi l’osso capitò tra due molari, ci fu un fracasso cavernoso e tutto finì di colpo.

Silas seguì le evoluzioni passivamente, senza una passione particolare. “Mi dispiace,” disse.

Dudley bevette, e poi sciacquò la bocca a lungo.

“Scherzavo,” disse.

Dudley era molto divertito. Picchiò il pugno su un ginocchio e scoppiò a ridere.

“Oh, Mr. Dudley! Mr. Dudley!”

Silas scuoteva la testa e pigolava il suo disonore, il suo diritto alla rivolta. Era stato giocato, Silas. Dudley batteva il pugno sul ginocchio e rideva. Si sentiva come uno che ha preso la grande china che porta alla felicità e non riesce a fermarsi.

“Andiamo, Silas,” disse Dudley, e prese la pipa dal cestino del pranzo. Passò qualche tempo e poi disse: “Andiamo, Silas.”

“Dire così, però…”

“Stavo pensando, Silas… non sarebbe ora di farsi una fumata, Silas?”

“Mr. Dudley! Uaah! Ehi, è… è una pipa dell’altro mondo. Dove l’ha presa, Mr. Dudley?”

Dudley bilanciò la pipa tra i denti. La sollevò sopra la testa, mostrò la minuscola testa di alce incisa sul fornello, le corna che sembravano ali e le squame minuscole intagliate sul cannello.

“Sembra un serpente vero, Mr. Dudley. Un serpente con la testa di alce. Dove l’ha presa, Mr. Dudley?”

Dudley socchiuse gli occhi. Esibì l’oggetto in bilico sull’angolo destro della bocca e biascicò la sua vanità con l’angolo sinistro.

“U uegalo di uia uoglie.”

Una nuvola azzurra sovrastava la coppia seduta in fondo alla galleria di carreggio.

Dudley si guardò attorno, strofinò le mani sulle ginocchia e sospirò. Risuonò un muggito timido, l’eco dell’eco di lontane esplosioni in qualche profondità intestinale. Risuonavano di quando in quando. Dudley, gli occhi socchiusi come un felino, impegnò una parte considerevole della sua capacità di concentrazione a grattarsi un orecchio. In fondo alla galleria di carreggio, in un minuscolo crepuscolo giallo, due voci rimbalzarono tra le pareti umide.

“Silas!” disse una voce.

“Mr. Dudley?” rispose l’altra.

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