Napoli Ovunque

Di Enrico Sanna

quartieri spagnoli

Napoli. Nell’ottantatré, tre anni dopo il terremoto, nei quartieri spagnoli c’erano le impalcature di legno che sostenevano i palazzi. I vicoli erano stretti e lunghi. Le impalcature andavano da una facciata all’altra. Camminavi sotto queste impalcature che sembravano una scultura di nuova concezione, una nuova forma architettonica ispirata alle miniere. Dopo tre anni, le impalcature erano parte integrante del paesaggio, della gente, delle urla, dell’aglio. Erano, in un certo senso, il completamento dei vicoli. Almeno così sembravano a noi, che non eravamo napoletani e non vivevamo in quei palazzi.

I palazzi avevano i tiranti d’acciaio e le placche sui muri. Non so se si chiamano proprio così. Tiravano un cavo d’acciaio tra una parete e l’altra. Per tenderlo, usavano un bullone di dimensioni impressionanti. Serviva a tenere unito il palazzo. Serviva ad evitare che si aprisse come una melagrana.

Tre anni dopo il terremoto, c’erano ancora le macerie. Le accumulavano di qua e di là, oppure le lasciavano lì, dove un tempo c’era stato qualcosa. La gente ci girava attorno con noncuranza. All’inizio, le guardavamo con curiosità. Poi anche noi cominciammo a girarci attorno con noncuranza. C’erano macerie a Montesanto. Ce n’erano anche alla Vicaria. Noi eravamo alla Vicaria.

Tutto questo incuriosiva quelli come noi, che venivamo dalla Sardegna, dove i terremoti non esistono. Dalle mie parti ogni tanto crolla una casa. A volte resta solo la facciata. Vedi il cielo attraverso le finestre. Ma niente terremoto, no. Solo lardiri. Il lardiri, con l’accento sulla a, è il mattone crudo, quello che nell’America Latina chiamano adobe. Un impasto di fango e paglia asciugato al sole. Dopo quattro o cinque generazioni la casa si buttava giù per ricostruirla. Oggi le leggi impediscono l’abbattimento. Bisogna conservare la memoria storica, dicono. Così la casa cade di sua iniziativa.

La saggezza al potere.

La sera andavamo giù verso la stazione centrale, in piazza Garibaldi. Nelle grandi città, le stazioni sono un ritrovo di stranieri, di quelli che vengono da luoghi lontani. Attirano. Non ne puoi fare a meno, almeno agli inizi. Quando ero a Roma, la stazione Termini era l’ombelico. Tutto era localizzato in relazione alla sua posizione. Le distanze erano relative.

Da piazza Garibaldi giù giù verso la Galleria Umberto. Il più delle volte passando davanti al mare. Qualche volta dal Rettifilo. Raramente, però. Davanti al mare le ragazze camminavano sempre molto lentamente. Spesso erano sedute sul parapetto. Le barche con le vele piegate dormivano poco più in là.

La Galleria Umberto era quello che non ci aspettavamo. Pensavamo che solo Milano avesse diritto ad una galleria monumentale. Ci avevano detto che a Napoli c’erano soltanto i vicarielli dove ti rapinano e ti vuotano il pitale sulla testa, cose incompatibili con una galleria. Avevamo ricevuto istruzioni in questo senso. E invece c’era anche la Galleria Umberto. E piazza Plebiscito. E il Palazzo Reale. Un palazzo reale a Napoli? Sissignore, ce steva pure o Palazzo Reale.

Al ritorno andavamo a mangiare la pizza. In via Pecchia, credo, o da quelle parti. Non ne sono sicuro. Non leggevamo mai i nomi delle strade. Una pizza mille lire. Cinque crocchette a cento lire l’una e una lattina di birra. Compravi la pizza in piedi sul marciapiede. Il bancone dava direttamente sulla strada, come una finestra. Sceglievi: con l’acciuga o senza. A Napoli la pizza, a Firenze il lampredotto, in Nigeria suya. Se volete mangiare bene a Napoli, andate sul marciapiede. Niente locali. Niente sedersi. Marciapiede.

Per arrivarci facevamo il giro attorno ad un cumulo di macerie. Con noncuranza. Ormai ci sentivamo napoletani.

Quando ero a Roma mi sentivo romano. A Firenze davo indicazioni ai turisti come se fossi nato in via Cavour, dove in realtà abitavo. E in Alto Adige avrei voluto parlare il tedesco. Una volta parlavo del kaiserschmarrn con un amico. Lui si blocca come fulminato. “Un sardo che mi parla del kaiserscharrn!”

Quando andate in un posto, non andate nel posto. Andate dalla gente del posto. È diverso. Ci guadagnate.

Se Napoli non vi piace è perché Napoli è una reazione. Una reazione furiosa. Pensate ad un magnifico serpente acciambellato al sole. Pensate all’eleganza di cui è capace. Pensate ai suoi gialli, rossi, verdi, che in Africa ispirano le case, i vestiti, la vita.

Pensate cosa succede se vi viene il capriccio di svegliarlo con una canna.

Un giorno, quando i palazzi del potere saranno soltanto palazzi, tutto il mondo sarà veramente Napoli. Ci sarà Fordongianus dappertutto. Ci sarà la Weinstraße che andrà ovunque. Quel giorno.

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