Quanto si Legge

E quanto importa

Di Enrico Sanna

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Gli italiani leggono? Sì. Anzi no. Non lo so. Dipende da cosa si intende per leggere e da cosa si intende per leggere poco o molto. E dall’importanza che ha leggere molto, che pare che sia un imperativo morale. Leggete molto, leggete molto, amici miei cari. “Mio figlio legge molto, sa, mia cara signora. Da grande ne facciamo un avvocato!”

Sarà, ma non mi tornano i conti.

L’Istat ha fatto una ricerca relativa al 2013, a cui ha dato il nome La produzione e la lettura di libri in Italia.

“Nel 2013, oltre 24 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto, nei 12 mesi precedenti l’intervista, almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali.”

Si tratta del 43% della popolazione. L’anno prima la quota di lettori era del 46%. Il 3% non è arrivato neanche a uno.

È molto? È poco? Come si quantifica la lettura? E che profitto ne ricava l’umanità? Perché oggi uno deve leggere per contribuire alla nazione, processo di cui mi sfugge la meccanica.

Le donne leggono più degli uomini. E non di poco.

“Nel corso dell’anno ha letto almeno un libro il 49,3% della popolazione femminile e solo il 36,4% di quella maschile. La differenza di comportamento fra i generi comincia a manifestarsi già in età scolare, a partire dagli 11 anni.”

Perché? La mia risposta a questa domanda è quadruplice: 1) Oddio, gli uomini leggono meno delle donne! 2) Oddio, le donne leggono più degli uomini! 3) Meno male che gli uomini leggono meno delle donne. 4) Meno male che le donne leggono più degli uomini.

In un dato momento della vostra vita potrebbe capitarvi di grugnire una di queste risposte, una loro combinazione, o tutte e quattro assieme. Ma è altrettanto probabile che niente arrivi a turbare la vostra esistenza, e che i fiumi scorrano sempre nella stessa direzione.

Un fatto curioso è che l’età in cui si legge di più è tra gli undici e i quattordici anni. Il 57,2% dei ragazzini legge libri oltre ai soliti testi scolastici. Se li legge in alternativa a questi ultimi, meglio. L’Istat non prova a dare una spiegazione e questo rende ancora più curioso il fatto. Sarà l’età dell’innocenza.

Ancora: un giovane che viene da una famiglia in cui si legge ha più probabilità di essere attirato dalla lettura di uno che viene da una famiglia in cui non si legge. Legge libri il 75% dei giovani tra i sei e i quattordici anni che hanno genitori che leggono. Tra quelli i cui genitori non leggono, la percentuale di lettori è meno della metà: il 35%.

Io ho notato che la stessa cosa succede con il fumo. Chi ha i genitori che fumano ha una probabilità relativamente più alta di iniziare a fumare. Non conosco statistiche. È solo una mia impressione. Vado a naso. A volte succede la stessa cosa con l’alcol, ma non sempre. Mica puoi spiegare ogni fisima in termini ambientali. E poi uno all’odore del fumo ci fa l’abitudine. Alle botte del padre ubriaco mica tanto.

Infine, si legge molto più a nord che a sud: 50% contro 31%.

Perché? Perché i meridionali sono più poveri dei settentrionali? Certo un libro costa. Certo ci sono i libri digitali, che costano poco o niente. In Italia c’è Liber Liber che offre centinaia di libri da scaricare gratis. Ma i libri digitali sono ancora una novità. Magari, tra non molto Amazon regalerà un lettore se acquisti tre libri. Magari. E poi un libro, che sia di carta o di byte, non è un bene essenziale. Ci sono persone che non sanno leggere e scrivere e che campano cent’anni. E vivono felici. E muoiono felici senza aver mai letto neanche uno scontrino.

Ma è poi vero che i poveri leggono meno degli altri?

Non lo so. Però posso fare un confronto tra popolazioni mediamente povere e popolazioni mediamente ricche. In questa mappa ci sono i paesi le cui popolazioni passano più ore settimanali a leggere:

 I primi cinque paesi sono India, Tailandia, Cina, Filippine e Egitto. L’Italia è ventiquattresima, praticamente allo stesso livello degli Stati Uniti. Interessante, vero?

E che dire della cultura cattolica? Una storia che ho sentito un sacco di volte è che i cattolici leggono meno dei protestanti o dei credenti di altri culti. Certo la statistica qua sopra fa polpette di questa storia. Tra i primi cinque paesi, quattro non sono neanche cristiani. Eppure esisteva, e forse esiste ancora oggi, una spiegazione che suonava più o meno così:

Durante la controriforma cattolica, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, la chiesa, in opposizione ai protestanti, scoraggiò la lettura e l’interpretazione personale della bibbia, sostenendo che il credente doveva attenersi all’interpretazione fatta dal clero. Da qui l’idea che, mossi da zelo eccessivo, i cattolici abbiano cominciato a leggere il meno possibile, che fosse sacro o profano.

Ai tempi dell’università, ci passavamo questo genere di cose. Questo la dice lunga su una certa leggerezza dell’ambiente accademico.

Perché, tanto per cominciare, attribuisce alla chiesa cattolica un potere esagerato sull’individuo. Soprattutto se l’individuo vive in Italia. I cattolici italiani non sono noti per un particolare rispetto del magistero ecclesiastico. Diciamo che questo rispetto diminuisce in rapporto alla distanza tra l’individuo e il Vaticano. In Ecuador è massimo. A Roma è sotto zero.

E poi perché, se è davvero così, allora dovrebbe valere anche per altri paesi cattolici. Ma non è proprio così. Ad esempio, si legge di più, o almeno si dedica più tempo alla lettura (e forse qui sta il trucco), in paesi fortemente cattolici come la Polonia e il Venezuela. E, anche se di poco, anche in Spagna. Mentre in paesi di cultura prevalentemente protestante, come gli Stati Uniti e la Germania, si legge più o meno quanto si legge in Italia. E in Gran Bretagna meno.

A mio parere, più che la povertà o la religione, c’entra il fatto che l’italiano, fino ad un secolo fa, era una lingua sconosciuta a gran parte degli italiani.

Però resta vero che c’è una grossa differenza tra l’Italia meridionale e quella settentrionale. E questo non so spiegarlo. Forse è un fatto di usanze. Si legge poco perché si usa leggere poco.

In fin dei conti, però, che importanza ha quanto si legge? Io leggo molto più della media, ma i libri che mi hanno lasciato qualcosa sono una manciata. Lo faccio per vizio. Di molti libri non ricordo quasi nulla. Di recente ho cominciato a leggere un romanzo e solo quando sono arrivato a metà mi sono accorto di averlo già letto.

E poi leggere molto non è stato sempre una cosa importante.

Prima dell’invenzione della stampa, solo poche persone leggevano. E leggevano pochi libri. Non so se era perché i libri di cui si poteva disporre erano relativamente pochi, ma la lettura era intensiva. Un libro era letto e riletto e studiato a fondo. Quando ero studente, nella biblioteca Riccardiana di Firenze trovai un manoscritto del quattordicesimo secolo pieno zeppo di annotazioni che andavano dalla mano del copista al diciottesimo secolo.

Con l’invenzione della stampa la lettura diventa estensiva. Leggono molte persone e si legge molto. Ma non so se con la stessa dedizione di prima. Tra la seconda metà del Cinquecento e il secolo successivo, in Spagna si stampò un numero impressionante di libri, soprattutto di genere sentimentale e cavalleresco. Credo che la moderna telenovela abbia le sue radici lì. La maggior parte di quei libri è andato perso o si trova in qualche museo del pattume.

Produsse qualcosa? Sì. Gli autori guadagnavano un obolo producendo quello che la massa dei lettori voleva. I lettori avevano quello che desideravano. Gli editori facevano da mezzani. E guadagnavano. Più degli autori.

Ancora oggi è così.

E questo spiega il messaggio: leggete, leggete, leggete. Come se alle istituzioni stesse a cuore la cultura delle persone. Ma bisogna saperlo leggere, questo messaggio. Quando dicono “leggete” non vogliono dire “leggete” ma “comprate”. Oh, allora sì che tornano i conti.

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