Eroi Insepolti

Preso da Insàs

eroe

Questa roba qua sotto parla di un quasi eroe. Tutti sanno cosa sono gli eroi. Primo, sono morti. Il decesso è la conditio sine qua non per essere dichiarati eroi. Come per i santi. Morto stecchito. Con certificazione medica. Il terrore dei nominatori di eroi e di santi è che il tipo in questione spunti dal nulla e si metta a parlare.

Prima della storia, però, un breve prologo istruttivo e divertente:

Il tredici… Il diciotto… Il tre… Nel mese di… Il giorno che si festeggiano i morti che sono morti combattendo per la patria. Quelli che è bello morire. Che è un bel festeggiare.

Il sindaco con fascia davanti. I carabinieri sbarbati e vispi. La banda con le note lunghe, bordò, adatte all’occasione. Basso tuba a pompa, ottavini in sordina. Pooo porooom po, pum pum, pooo porooom po, pum pum!

ll pum pum fa un effetto mnemonico. Serve a ricordare agli andati dove hanno perso la gamba, un braccio, il sessanta per cento di una mano. Non in una segheria. Magari.

Il trionfo della piega sui pantaloni. I carabinieri hanno la piega. Il sindaco ha la piega. La banda ha la piega. Tutta la banda. Intera. Uomini e donne. Tutti uniti dalla piega.

Poi il discorso. Scritto e declamato. Scritto, anzi composto, da uno, non si sa chi. Letto, anzi declamato, da un altro. Solitamente, il sindaco. Che non sa mai dove mettere l’enfasi, dove allargare, dove stringere, dove sussurrare. Enfatizza, allarga, stringe e sussurra come viene, un po’ qua e un po’ là.

Ma metti che ti spunta uno di quelli lì. Uno di quelli scolpiti in ordine alfabetico sul lastrone di marmo vagamente venato. Un creduto morto e invece vivo.

Tempo fa trovai questa storia di un eroe che non era morto. L’avevano dimenticato. Avevano cercato di seppellirlo vivo. Ma lui visse insepolto. E disse come era diventato eroe. Certo, la guerra non era sui monti. C’erano i carabinieri ma senza la cartolina precetto. I forconi, non le baionette. Ma il resto è uguale. Salvo il fatto che lui tornò dal mondo dei morti.


Francesco Sitzia era nato a Gonnosfanadiga. Nel 1917 faceva il pastore a San Gavino, per conto di Angelo Cinus. Il ventuno luglio 1932 scrisse una lettera, o piuttosto se la fece scrivere, al podestà Petronio Sanna. Questa lettera inizia così:

“Il ricorrente Sitzia Francesco di Giuseppe e della fu Concas Giulia, nato Gonnosfanadiga, e domiciliato nella Frazione di Selargius (Cagliari) espone alla SV Illma quanto segue.

“Molte volte scrissi a questo Onorevole Municipio, e niente risposero. Ora essendo stato interrogato, dalla RR Carabinieri, di Selargius, dall’Illmo Signor Podestà di Cagliari, dalla Pubblica Sicurezza di Cagliari, la quale non permette di elemosinare entrò Città.”

A questo punto comincia a raccontare la sua storia:

“Quindi il fatto della mia disgrazia è avvenuta in codesto paese, per ordine del Brigadiere Commandante, la Stazione dei RR Carabinieri, di San Gavino Monreale a nome Sig. Vecchio Giuseppe che mi commandava di andare alle aie per dare aiuto allo spegnimento, del fuoco che si era appiccato ai covoni del grano. Io obbedii al commandando le fiamme mi avvolsero, e rimasi orrendamente bruciato in tutta la faccia e orbo agli occhi al punto di niente vedere. Il fatto avvenne nel mese di Lulio 1917 in San Gavino Monreale.”

Citò otto testimoni. Tra questi un usciere comunale e un vigile urbano di cui gli sembrò di ricordare solo il nome: “Certo Egidio”.

Quindi spiegò di aver chiesto un riconoscimento alla regina:

“Siccome si è fatta domanda alla Regina e Mussolini Eccellenza e niente di risultato. Si prega alla S V Ill. onde voglia per opera di carità, indagare in proposito.”

Le lettere del gonnese viaggiarono. Il trenta settembre il prefetto mandò una lettera al podestà di San Gavino.

“Sitzia Francesco ha diretto a S. M. la Regina una supplica per ottenere soccorsi ed ha dichiarato che nel 1917 trovandosi, quale pastore, alle dipendenze di Cinus Angelo in codesto Comune, un mattino del mese di luglio, gli fu ordinato dal Brigadiere dei CC. RR. (carabinieri reali, es) Vecchi Giuseppe, di recarsi nell’aia di certo Don Emanuele, di cui non ricorda il cognome, per cooperare allo spegnimento di un incendio che colà divampava”.

Dopo questo atto di cooperazione comandata, Sitzia fu apparentemente messo da parte e dimenticato:

“[Francesco Sitzia] riferisce inoltre che, dopo le prime cure, fu inviato a Gonnosfanadiga rimanendo in cura per due anni e mezzo senza percepire alcun indennizzo, né ha potuto più dedicarsi a lavoro proficuo.”

Quindi il prefetto propose la segnalazione ad una fondazione americana…

“poiché sembrerebbe, salvo contrarie emergenze, che le circostanze nelle quali il Sitzia avrebbe subito un così grave infortunio lo rendono meritevole di essere segnalato alla Fondazione Carnegie.”

La fondazione Carnegie aveva sede negli Stati Uniti. Il duce era una figura famigliare presso gli yankee.

copertina_insasIl quindici ottobre il podestà rispose al prefetto con una lettera e la testimonianza scritta dei testimoni Enrico Porru, che era guardia comunale, sua moglie, Giacomino Collu, Maria Rita Ennas e Raffaele Cinus. La lettera del podestà dice:

“Dalle informazioni assunte risulta vero che una mattina del luglio 1917, certo Sitzia Francesco di Giuseppe, da Gonnosfanadiga, con grande spirito di abnegazione, si slanciava coraggiosamente a spegnere un incendio che si era sviluppato nell’aia del fu Don Emanuele Orrù, riportando delle gravi ustiosi (sic) al viso con conseguente perdita di ambedue gli occhi ed i denti.

“A tale incendio accorse gran parte di questa popolazione che ricorda ancora l’atto di coraggio e di valore compiuto dal Sitzia.”

Questa la storia, così come raccontata dai documenti che ho trovato nell’archivio storico di San Gavino. Ignoro cosa fece la regina, o Mussolini, in seguito a tale sollecito. La prima partì nel 1946. L’altro dipartì nel 1945. Ignoro anche cosa fece Francesco Sitzia, il pastore diventato mendicante orbo e sfigurato. Tra i documenti c’è una sua fotografia. Non la pubblico.

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