Lasciate i Figli in Pace (III)

Di Jay Griffiths

Questo è un estratto modificato di Kith: The Riddle of the Childscape, scritto da Jay Griffiths. Siamo onorati dal fatto che Jay Griffiths ci abbia accordato il permesso di pubblicarlo su C4SS. ~ James Tuttle

Nel 2011 l’Unicef chiese ad un gruppo di giovani cosa avrebbero voluto per essere felici, e le prime tre risposte furono: il tempo (soprattutto con la famiglia), le amicizie e, significativamente, “lo spazio aperto”. Gli studi dimostrano che quando i bambini vengono lasciati giocare liberamente tra la natura, il loro senso di libertà, indipendenza e forza interiore accresce. Quando sono circondati dalla natura i bambini non solo non sono stressati ma hanno una maggiore capacità di riprendersi da eventi stressanti.

Ma lo spazio aperto in cui i bambini possano giocare si riduce costantemente. In Gran Bretagna, i bambini hanno un nono dello spazio aperto che aveva la generazione precedente. Anche il tempo disponibile si è ridotto. Meno del 10% dei bambini passa qualche tempo nei boschi, in campagna o nelle brughiere, contro il 40% di una generazione prima. I bambini più piccoli spesso sono tenuti dentro perché gli adulti temono per loro, mentre quelli più grandi sono tenuti dentro perché gli adulti temono di loro.

In Amazzonia, ho sentito di bambini di cinque anni che maneggiavano il machete con destrezza e precisione. In Igloolik, nell’Artico, ho visto un bambino di otto anni prendere un coltello e macellare un caribù ghiacciato senza incidenti. Nella Papua Occidentale, ho visto ragazzini di dodici o tredici anni con una tale capacità fisica e una tale sicurezza che, quando gli chiesero di fare da messaggeri, percorsero tutto il sentiero tra le montagne in sei ore; roba che io avrei fatto un giorno e mezzo con le guide.

Non è solo una questione di capacità fisiche: la libertà a cui i piccoli Inuit erano tradizionalmente abituati li aveva resi “individui autonomi, generosi e dotati di autocontrollo”, per dirla con uno degli Inuit che mi è capitato di conoscere a Nunavut, in Canada. Questo dava loro coraggio e pazienza.

I piccoli hanno bisogno di tempo libero illimitato, ma questo tempo è scarso per molti, che vivono una vita parcellizzata tra quattro mura, la giornata suddivisa in orari prestabiliti che vanno dalla sveglia al sonno, ogni ora controllata da genitori preoccupati dal fatto che il loro figlio possa restare indietro in quella corsa al successo che è la vita fin dalla culla. I genitori amano i propri figli, non vogliono che siano dei perdenti nella vita, per questo li spingono ad impiegare efficientemente il proprio tempo. La società instilla un’ansia del futuro che può essere calmata solo sacrificando il gioco e la serenità nel presente, e i bambini ne sentono gli effetti sotto forma di affaticamento e depressione.

In molte culture tradizionali, invece, i bambini sono considerati i migliori giudici dei loro bisogni, compreso come passare il tempo. Nella Papua Occidentale un uomo mi raccontò che da bambino “Andavamo a caccia e pesca e tornavamo a casa solo quando sentivamo i grilli.” Nel tipi dei bambini dove James Hightower, un meticcio cherokee, passò grandissima parte della sua fanciullezza, si poteva giocare fino alla quattro del mattino. “I bambini indiani non erano come quelli civilizzati,” rammentò, “che hanno un’ora precisa per mangiare e una per dormire.” (Nella sua bocca, la parola “civilizzati” non è un complimento).

“Quando stiamo lavorando non abbiamo tempo per occuparci dei piccoli,” mi disse una volta Margrethe Vars, una donna Sami che pascola le renne. Si fermò per fare un tiro alla sigaretta, e le sue parole, ad imitazione dei suoi genitori europei, uscirono letteralmente fumanti: “Ti sei lavato le mani. Adesso vai a mangiare.” Fece la faccia triste: per come la vedeva lei, la libertà per un bambino non è solo un diritto ma una vera e propria liberazione. Quando l’estate si allungava fino a diventare una sola lunga giornata, i piccoli Sami prendevano a passare la “notte” svegli, e questo senza che nessuno si preoccupasse perché i genitori erano dell’opinione che fossero i piccoli a decidere come impiegare il tempo. Così nel primo mattino – brillante di sole estivo – vedevi questi piccoli che partivano a manetta con il quad, andavano a controllare le renne, scherzavano o dormivano.

“Qui noi dormiamo quando siamo stanchi e mangiamo quando abbiamo fame,” disse Vars. “In altre società, invece, i piccoli sono molto programmati. Hanno orari per tutto: mangiare, dormire, prendere un appuntamento e vedere un amico…” Rabbrividiva all’idea di una pianificazione dettagliata. Lo stile di vita dei Sami ha dato grandi risultati positivi; non solo ha ridotto i conflitti su questioni meschine, ma ha anche prodotto qualcosa di intangibile e vitale. I piccoli venivano su più autonomi, meno obbedienti alle pressioni dall’esterno.

Le popolazioni Wintu della California hanno un rispetto così profondo per la volontà autonoma che questa si riflette anche nel linguaggio. In inglese, la frase “portare un bambino” da qualche parte implica un senso di costrizione. In lingua Wintu non si dice così: si dice “sono andato assieme al bambino”. “Ho controllato il bambino” diventa “ho controllato con il bambino”. Gli Wintu non riuscirebbero a costringere nessuno neanche se lo volessero: il linguaggio che non glielo permette. Quando un piccolo Wintu chiede “Posso?” non sta chiedendo il permesso ad un genitore ma una delucidazione, vuole sapere se le regole generali permettono di fare una certa cosa, così che non si senta alla mercé di un adulto che impone regole che possono sembrare capricciose e arbitrarie.

Facciamo un passo indietro per un attimo. Cosa significa lasciare che i piccoli facciano a modo loro? E fare tutto quello che vogliono? Non sarebbe un disastro totale? Certo, ma solo se i genitori eseguono la prima metà del trucco. Nel lessico culturale del mondo moderno, l’ostinatezza, la volontà caparbia di fare qualcosa, è spesso interpretata banalmente come comportamento da marmocchio, egoista. Ma volontà non significa egoismo, e gestirsi autonomamente non significa ostilità verso gli altri; al contrario. I piccoli degli Ngarinyin, in Australia, tradizionalmente crescevano senza ordini o coercizioni, ma imparavano a socializzare fin dalla tenera età. Questa è la seconda metà del trucco. La socializzazione dei piccoli serve a stimolare la consapevolezza e il rispetto per la volontà e l’autonomia degli altri; in questo modo, quando con la crescita diventa necessario, imparano a tenere a bada i propri desideri al fine di mantenere buone relazioni. Perché una comunità funzioni, un individuo deve, all’occasione, sentire il bisogno di frenare la propria volontà, ma, è questo è di importanza cruciale, non deve essere qualcun altro ad obbligarlo a fare così.

Inuit e Sami hanno la necessità evidente di fare in modo che i piccoli sappiano regolarsi da soli. Gli adulti si tengono a distanza con tatto e riservatezza. Il bambino “sta imparando da sé” è un’espressione comune tra i Sami. Ai piccoli dei Sami viene insegnato a controllare l’ira, le emozioni, l’aggressività e la vergogna. Gli Inuit insistono, con cauta enfasi, a sostenere che i bambini devono imparare l’autocontrollo. Il piccolo non deve essere controllato da qualcun altro, nessuno deve sovrapporsi al suo volere, ma deve imparare a guidarsi da sé.

La volontà è la forza motrice di un bambino: lo sprona da dentro, al contrario dell’obbedienza che costringe dall’esterno. Per chi vuole dominare la volontà di un bambino “obbedienza” è la parola d’ordine, perché teme la disobbedienza e il disordine e crede che se un bambino non è controllato è il caos. Ma queste sono false contrapposizioni. In verità, contrapposta all’obbedienza non è la disobbedienza ma l’indipendenza. All’ordine non si contrappone il disordine ma la libertà. E l’autocontrollo, non il caos, si contrappone al controllo.

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