Lasciate i Figli in Pace (I)

Di Jay Griffiths

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Questo è un estratto modificato di Kith: The Riddle of the Childscape, scritto da Jay Griffiths. Siamo onorati dal fatto che Jay Griffiths ci abbia accordato il permesso di pubblicarlo su C4SS. ~ James Tuttle

E se la cosa migliore che possiamo fare per i nostri figli fosse semplicemente lasciarli in pace? Jay Griffiths spiega perché le attenzioni dei genitori stanno rendendo infelici i nostri figli.

Mi sentivo un complice riluttante di una tortura. L’eco degli strilli della vittima risuonava tra le mura dipinte. La porta, sebbene completamente chiusa, non riusciva a fermare le urla di panico. Un bambino, solo e imprigionato in una culla.

Anche la madre del bambino era visibilmente scossa, pallida e in lacrime. Anche lei era una vittima, preda dei sostenitori del pianto controllato, o metodo Ferber; un metodo spietato, crudele per entrambi.

Pianto. Controllato. Queste parole denunciano l’obiettivo odioso: la prepotenza usata per controllare i sentimenti di un bambino. Alla madre avevano detto il contrario, che era il bambino a cercare di imporre il proprio volere sulla madre, ma tutto quello che potevo vedere era un bambino di un anno che impazziva per l’abbandono. Una madre americana ha scritto significativamente su internet: “Il metodo Ferber vale il mio mal di testa o è che sto veramente torturando mio figlio? Mi sembra una punizione crudele e fuori dall’ordinario.”

L’idea è che ai bambini si può “insegnare” a smettere di piangere lasciandoli piangere da soli. Di quando in quando un genitore va a controllarli, ma senza prenderli in braccio né stare con loro. Con il tempo, il bambino impara che piangere non porta consolazione e smetterà di provarci. I genitori sono incoraggiati a limitare a certi attimi il tempo trascorso a controllare il bambino. Il sistema funziona? Certo. Non è questo il problema. Il problema vero è: perché incoraggiare una cosa del genere? Perché c’è chi la accetta? Cosa rivela riguardo le priorità del mondo moderno? E come fa a fornire risposte al problema dei bambini infelici?

Abbracciati, stretti e serviti, la maggior parte degli infanti, nel corso della maggior parte della storia, hanno conosciuto il mondo lontano dalla solitudine. Tra le popolazioni Maia di lingua Tojolabal del Chiapas, in Messico, durante i primi due anni di vita i bambini stanno sempre vicino alle loro madri, che sono sempre pronte a calmarli con un giocattolo o il latte, perché non si sentano infelici. Tra le popolazioni Aché, nomadi della foresta del Paraguay, i bambini fino ad un anno passano la maggior parte della giornata a contatto fisico con la madre o il padre, e non toccano mai terra né vengono lasciati soli se non per pochi secondi. In India e in molte altre parti del mondo, i bambini possono stare nel letto della madre fino all’età di cinque anni.

Per molti genitori, le ragioni per adottare il pianto controllato possono essere riassunte in una parola: lavoro. I genitori che vogliono una vita di “routine” sono accaniti sostenitori del pianto controllato, dice Gina Ford, britannica, nota sostenitrice del metodo. I bambini che sono stati obbligati alla routine, commenta, si adattano facilmente anche alla routine della scuola e, si presume, saranno più malleabili come forza lavoro.

Eppure, in tutto il tempo che ho trascorso nelle comunità indigene non ho mai sentito gli strilli di paura e rabbia dei bambini sottoposti al pianto controllato. Se un bambino viene saziato spesso, commenta lo scrittore Jean Liedloff, quando sarà un bambino più grande vorrà tornare al contatto materno solo in caso di emergenza. Crescendo, questo bambino acquisirà più fiducia in se stesso, non per la scarsità di contatti durante l’infanzia (come dicono i sostenitori del pianto controllato) ma esattamente per l’opposto: per la loro abbondanza. All’età di circa otto anni, i bambini Aché, che da infanti non sono mai lasciati soli, sono già in grado di trovare la strada tra i sentieri della foresta e riescono ad essere molto indipendenti dai genitori. Nella Papua Occidentale ho visto bambini cresciuti a contatto con la famiglia diventare fieramente e orgogliosamente indipendenti.

Crescendo, il desiderio di libertà dei piccoli sembra diventare insaziabile. Di recente mi è capitato di dare lezioni di scrittura, a Kolkata, a bambini che per qualche tempo erano stati rinchiusi in una scuola in cui erano ben accuditi e generalmente felici. C’era una sola cosa che desideravano ardentemente: la libertà. “Vogliono la libertà che hanno conosciuto nella strada,” ha detto un insegnante, “andare ovunque in qualunque momento.” Nonostante i problemi della strada, come la povertà, i maltrattamenti, la fame e la violenza, i bambini “continuano a fuggire”.

Una volta lasciata l’infanzia, i bambini degli indiani d’America tradizionalmente sono liberi di vagabondare dove vogliono, tra i boschi come sull’acqua. “All’età di cinque anni sono già adulti, raggianti di salute e… affamati di libertà,” scrive Roger P. Buliard in Inuk, parlando della fanciullezza degli Inuit. Più o meno all’età di sette anni, il giovane comincia a maneggiare il coltello, vuole il fucile e la trappola, e da quel momento comincia ad “andare con gli adulti, condividendone il coraggio”.

Una volta trascorsi alcuni giorni a caccia di renne con i Sami, e vidi come i bambini erano liberi non solo quando si trovavano all’esterno, ma anche quando erano dentro la capanna estiva. Frugavano alla ricerca di qualcosa da mangiare, una fettina di renna cotta o un pesce appena pescato o una scatola di gallette, scegliendo cosa prendere; questo evitava quella grossa fonte di conflitti famigliari: l’ora del pasto.

Una delle caratteristiche della fanciullezza in molte società tradizionali sembra essere l’autonomia alimentare. I bambini Alacaluf della Patagonia imparano presto ad arrangiarsi; si servono di una lancia fatta con una conchiglia e a quattro anni sanno già cucinarsi il pasto. I giovanissimi Inuit usano la frusta per catturare le pernici bianche, mozzandone la testa con un guizzo del polso. Viaggiando tra le alture della Papua Occidentale, nel territorio degli Yali, mi capitò spesso di vedere piccoli dei villaggi che partivano in gruppo, carichi di archi e frecce, a caccia di uccelli e rane, che poi arrostivano sul fuoco fatto da loro stessi.

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