La Cultura Zombie (II)

Di Butler Shaffer

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Prima parte pubblicata due giorni fa

Considerato che la società umana oggi è dominata dalle aziende e da altre istituzioni, non sorprende la prevalenza di valori e immagini sterili, senza vita. Le aziende sono state dichiarate “persone” con atto politico, ma non sono vive. La “libertà”, la “spontaneità”, la “spiritualità” e le “emozioni” che accendono lo spirito umano sono considerate entropia da tenere sotto controllo con il potere istituzionale, se non da distruggere. La pratica dell’aborto riflette questo affidamento alla guerra contro la vita.

A differenza dell’individuo, ricettacolo unico del futuro dell’umanità, le istituzioni non possono riprodursi: soltanto gli esseri umani, dotati di vita, possono farlo per loro. Chi gestisce un’azienda può generare succursali, ma l’arrivo di queste astrazioni non è accolto con gioia e felicità, come si accoglie la nascita di un figlio. I genitori vedono un figlio come una conferma della vita; le aziende vedono nelle succursali l’equivalente degli esseri umani: risorse aggiuntive da sfruttare per ampliare i vantaggi materiali.

Il rifiuto istituzionale della vita assume tante forme. Le scuole statali non servono a stimolare la curiosità, ad insegnare ad esprimersi creativamente entro i limiti infiniti della propria immaginazione, ma a condizionare gli esseri umani, ad insegnare loro l’obbedienza alle istituzioni. Sono sempre più numerose le chiese – quelle chiese in cui uno va a cercare la spiritualità – che insegnano la fede nella politica e nel militarismo. Molti giornalisti considerano se stessi non come persone che fanno indagini e comunicano informazioni che migliorano la capacità di comprendere dell’individuo, ma come propagandisti che rafforzano il condizionamento iniziato a scuola durante l’infanzia.

L’espressione più depravata e evidente di questa cultura zombie è forse quella di alcuni eventi sportivi, soprattutto di football, in cui i giocatori si presentano camuffati da guerrieri. Attività che un tempo erano considerate gioco, ri-creazione, oggi sono trattate come intrattenimenti da svolgersi in stadi enormi, cosa che ricorda le esibizioni curate minuziosamente di Adolph Hitler. Non importano i “colori della scuola”, sempre più formazioni sportive si presentano in uniforme nera e elmetto. Non bastassero queste dimostrazioni belliche, le divise indossate dai giocatori hanno la bandiera americana, e la partita è preceduta dalla immancabile marcia a centro campo in colori militari e dall’“inno nazionale”, al suono del quale gli spettatori sono tenuti a stare in piedi. E perché l’attenzione non venga distratta dal gioco, vedi numerosi soldati lungo le linee laterali vestiti come se fossero appena tornati dal fronte!

Da tanto tempo lo stato usa questa forma di intrattenimento per mantenere i babbei in condizioni di obbedienza e sottomissione. Da secoli l’arte propagandistica bellica è servita ad instillare nell’umanità la passione per l’odio e la morte. Dallo stadio al cinema alla televisione, l’arte imita la vita. Il fatto che “divertimento” e “guerra” avvengano in teatri, come suggerisce l’espressione “teatro di guerra”, non è una semplice coincidenza linguistica.

Il moderno culto degli zombie, con la sua sequela pressoché infinita di immagini di morte, è prova del fatto che la nostra civiltà è morta. La cultura può anche morire, ma non è detto che dobbiamo morire anche io e voi. Secondo Albert Jay Nock, il collasso di una cultura è accompagnato da quelli che lui chiamava “Scampati”: chi condivide le idee, i valori su cui poter costruire un’altra società.

Quando Richard Weaver diceva che “le idee hanno conseguenze”, esprimeva l’importanza del pensiero astratto nel fornire le basi della comprensione del vivere bene. Ma le idee sono anche il tentativo conscio della nostra mente di rendere a parole un significato più profondo, significato che si trova nell’inconscio e che precede la forma verbale; le intuizioni della filosofia orientale sono incomunicabili; se così non fosse, “a questo punto, ognuno di noi le avrebbe comunicate agli altri.” Non importa la forma o l’accuratezza del ragionamento, le parole, di per sé, non sono sufficienti. L’arte, la poesia e la musica sono alcuni dei mezzi più conosciuti con cui cerchiamo di esprimere il senso più profondo dell’essere.

L’estetica, così come i principi filosofici, conta, e non tanto perché indica una direzione, ma perché riflette ciò che è già dentro. Se sei attratto dai costumi, dalla musica e da altri simboli di guerra e distruzione, è perché la tua vita interiore è conflittuale. Non è forse vero che recitiamo il “lato oscuro” del nostro essere interiore quando, stupidamente e seguendo il branco, celebriamo la morte e i suoi vari strumenti?

Ma ripensando a quello che dice Nock a proposito degli scampati, capiamo che non è nostro destino partecipare a questa cultura vampiresca, non siamo destinati a marciare verso la distruzione come tanti lemming. La vita trova espressione soltanto nell’unicità dell’individuo, e ognuno di noi può trattenere le sue energie, evitare che finiscano nelle mani di quelle forze istituzionali che trattano la vita umana come poco più di una risorsa fungibile da capitalizzare per fini astratti.

Quel potere pacifico che risiede dentro di noi tutti è stato portato alla nostra attenzione da un meraviglioso film del 1997, La Vita è Bella. Un uomo e il suo figlioletto sono prigionieri in un campo di concentramento nazista. L’uomo fa di tutto per proteggere l’inviolabilità dell’innocenza di suo figlio. Come l’ormai classica foto di Wang Weilin, il giovane che nella Piazza Tienanmen sfidò la macchina della morte, questo film esalta la lotta tra lo spirito umano e l’ordine istituzionale.

Anche noi potremmo presto ritrovarci a fronteggiare i carri armati dello stato. Prima che accada, possiamo rifiutare quella cultura dei morti viventi ampiamente celebrata, quella cultura che vediamo alle partite, ai concerti rock e in altre manifestazioni collettive. Per quanto mi riguarda, mentre guido mi piace ascoltare la Nona di Beethoven, Ein Heldenleben di Strauss, Tannhäuser di Wagner e Appalachians Springs di Copland, oppure i grandi del jazz come Count Basie, Dave Brubeck, Ramsey Lewis o la Queen City Jazz Band. Quando suoneranno Sweet Georgia Brown o l’Inno alla Gioia di Beethoven prima di una partita di football, allora forse comprerò un biglietto.

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