La Cultura Zombie (I)

Di Butler Shaffer

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…e ’l rio timore
Delle squallide rive d’Acheronte
Cacciarne affatto; il qual dall’imo fondo
Turba l’umana vita e la contrista,
E sparge il tutto di pallor di morte
~ Lucrezio

Forse è inevitabile che, alla morte di una civiltà, il carattere dei suoi abitanti cambi radicalmente. Non avendo più le aspettative sociali a guidare il loro comportamento, gli uomini assumono i tratti dei morti viventi: corpi che si muovono di riflesso come robot ma senza una loro direzione morale. Quelli la cui identità dipendeva dalle istituzioni ora vivono senza sapere quali sono i loro scopi e se le loro azioni sono giuste. Come tanti scampati alla guerra, o ai campi di prigionia, vagano senza meta, senza riflettere.

Sembra questa la condizione delle moderne società occidentali, soprattutto quella americana. La nostra cultura è dominata da umanoidi adoratori della morte con il cervello di un rettile. Non sorprende che molti film e telefilm riprendano il tema della “notte dei morti viventi” con gli zombie che infestano interi quartieri. Tatuaggi, T-shirt, cartoni animati e giochi per computer sono dominati da espressioni oscure di sentimenti anti-vita. Psicopatici, al governo e altrove, infliggono dolore e morte agli innocenti. Il “nero della morte” è spesso usato come metafora della risposta umana alla morte, che si tratti di un fatto individuale o di cultura. Nel suo libro The End of the World: A History Otto Friedrich indaga questo nesso. La piaga che nel quattordicesimo secolo uccise decine di milioni di europei era conosciuta come “la morte nera”, così come “la mano nera” è il termine adottato da estorsori e terroristi politici. E il nero indica lutto: i parenti del morto indossano una fascia nera, e alla porta della casa in lutto si appende un crespo nero.

Gli swat (squadre di intervento rapido negli Usa, es), così come gli agenti di polizia che hanno il compito di intimorire i dimostranti ad una protesta, indossano uniformi nere. Le loro facce, le loro identità, sono oscurate da caschi e occhiali da sole neri. Anche il personaggio di Guerre Stellari Darth Vader è interamente vestito di nero e nasconde la faccia, e agisce dalla “Stella della Morte”, un satellite nero che nel film è la base operativa del male. La vita invece si manifesta a colori vibranti: i fiori ci attirano perché celebrano la vita. I resti anneriti di una foresta o di un edificio distrutto dalle fiamme non ci attirano. Inutile pubblicare immagini a colori delle città distrutte da un bombardamento: le foto in bianco e nero sono sufficienti ad illustrare il loro carattere anti-vita.

Non è una coincidenza se la nostra moderna cultura zombie si esprime con l’arte e il linguaggio della violenza, della rabbia e della distruzione. Molti concerti rock esaltano il rumore, il fuoco come spettacolo, il trucco pesante e costumi che simboleggiano la morte. La passione per la vita che ispirò la musica di Beethoven, Wagner, Richard Strauss e altri compositori si perde nella frenesia rabbiosa e nel furore di gran parte della musica moderna. Anche le forme più popolari del jazz moderno e tradizionale si basavano sulla celebrazione della vita, non sui suoi aspetti alienanti. E poi ci sono le mostre d’arte moderna, in cui Botticelli o Michelangelo sarebbero fuori luogo.

È facile dire che queste manifestazioni di vampirismo sono colpa del cinema, degli spettacoli televisivi e della musica rock. Questa marcia della morte ha radici molto più profonde, che affondano nelle forze oscure generate dalla collettività. Tra queste l’identificazione e la dipendenza dalle istituzioni, che dominano la nostra vita con il nostro consenso. Ne parlo nel mio libro Calculated Chaos, non c’è bisogno di tornarci. Siamo stati abituati a pensare a noi stessi come appendici di varie astrazioni (oggi stato e grandi aziende prime fra tutte), e ad impostare il nostro benessere sulla base di quello che fanno queste astrazioni. Siamo sempre alla ricerca di una conferma, nei sondaggi di opinione come negli indici di borsa.

Ma per loro natura le istituzioni, così come le altre astrazioni, non sono espressione della vita. Sono prive di vita, zombie o robot. È il nostro pensiero che dà loro la vita, vivono solo finché noi ci crediamo. Le passioni che ci caratterizzano come umani non appartengono a loro; non possono piangere, sognare, aver paura, o esprimere sentimenti di gioia e rabbia, amore e odio, felicità e infelicità; non provano tristezza e simpatia, preoccupazione e risentimento, e sono indifferenti al bello e al brutto; non hanno il senso dell’umorismo né la capacità di scherzare. Al posto della passione per la vita che guida i viventi, queste entità possiedono solo brama di potere. Non hanno valori che possano essere elencati o quantificati. La lunga ricerca della “verità eterna” e dei principi trascendentali che motivano le persone ha ceduto il passo, nel nostro mondo istituzionalizzato, a considerazioni più basse in grado di soddisfare le ambizioni del potere e la ricchezza materiale.

Considerato che la società umana oggi è dominata dalle aziende e da altre istituzioni, non sorprende la prevalenza di valori e immagini sterili, senza vita. Le aziende sono state dichiarate “persone” con atto politico, ma non sono vive. La “libertà”, la “spontaneità”, la “spiritualità” e le “emozioni” che accendono lo spirito umano sono considerate entropia da tenere sotto controllo con il potere istituzionale, se non da distruggere. La pratica dell’aborto riflette questo affidamento alla guerra contro la vita.

A differenza dell’individuo, ricettacolo unico del futuro dell’umanità, le istituzioni non possono riprodursi: soltanto gli esseri umani, dotati di vita, possono farlo per loro. Chi gestisce un’azienda può generare succursali, ma l’arrivo di queste astrazioni non è accolto con gioia e felicità, come si accoglie la nascita di un figlio. I genitori vedono un figlio come una conferma della vita; le aziende vedono nelle succursali l’equivalente degli esseri umani: risorse aggiuntive da sfruttare per ampliare i vantaggi materiali.

Il rifiuto istituzionale della vita assume tante forme. Le scuole statali non servono a stimolare la curiosità, ad insegnare ad esprimersi creativamente entro i limiti infiniti della propria immaginazione, ma a condizionare gli esseri umani, ad insegnare loro l’obbedienza alle istituzioni. Sono sempre più numerose le chiese – quelle chiese in cui uno va a cercare la spiritualità – che insegnano la fede nella politica e nel militarismo. Molti giornalisti considerano se stessi non come persone che fanno indagini e comunicano informazioni che migliorano la capacità di comprendere dell’individuo, ma come propagandisti che rafforzano il condizionamento iniziato a scuola durante l’infanzia.

L’espressione più depravata e evidente di questa cultura zombie è forse quella di alcuni eventi sportivi, soprattutto di football, in cui i giocatori si presentano camuffati da guerrieri. Attività che un tempo erano considerate gioco, ri-creazione, oggi sono trattate come intrattenimenti da svolgersi in stadi enormi, cosa che ricorda le esibizioni curate minuziosamente di Adolph Hitler. Non importano i “colori della scuola”, sempre più formazioni sportive si presentano in uniforme nera e elmetto. Non bastassero queste dimostrazioni belliche, le divise indossate dai giocatori hanno la bandiera americana, e la partita è preceduta dalla immancabile marcia a centro campo in colori militari e dall’“inno nazionale”, al suono del quale gli spettatori sono tenuti a stare in piedi. E perché l’attenzione non venga distratta dal gioco, vedi numerosi soldati lungo le linee laterali vestiti come se fossero appena tornati dal fronte!

Da tanto tempo lo stato usa questa forma di intrattenimento per mantenere i babbei in condizioni di obbedienza e sottomissione. Da secoli l’arte propagandistica bellica è servita ad instillare nell’umanità la passione per l’odio e la morte. Dallo stadio al cinema alla televisione, l’arte imita la vita. Il fatto che “divertimento” e “guerra” avvengano in teatri, come suggerisce l’espressione “teatro di guerra”, non è una semplice coincidenza linguistica.

Il moderno culto degli zombie, con la sua sequela pressoché infinita di immagini di morte, è prova del fatto che la nostra civiltà è morta. La cultura può anche morire, ma non è detto che dobbiamo morire anche io e voi. Secondo Albert Jay Nock, il collasso di una cultura è accompagnato da quelli che lui chiamava “Scampati”: chi condivide le idee, i valori su cui poter costruire un’altra società.

Quando Richard Weaver diceva che “le idee hanno conseguenze”, esprimeva l’importanza del pensiero astratto nel fornire le basi della comprensione del vivere bene. Ma le idee sono anche il tentativo conscio della nostra mente di rendere a parole un significato più profondo, significato che si trova nell’inconscio e che precede la forma verbale; le intuizioni della filosofia orientale sono incomunicabili; se così non fosse, “a questo punto, ognuno di noi le avrebbe comunicate agli altri.” Non importa la forma o l’accuratezza del ragionamento, le parole, di per sé, non sono sufficienti. L’arte, la poesia e la musica sono alcuni dei mezzi più conosciuti con cui cerchiamo di esprimere il senso più profondo dell’essere.

L’estetica, così come i principi filosofici, conta, e non tanto perché indica una direzione, ma perché riflette ciò che è già dentro. Se sei attratto dai costumi, dalla musica e da altri simboli di guerra e distruzione, è perché la tua vita interiore è conflittuale. Non è forse vero che recitiamo il “lato oscuro” del nostro essere interiore quando, stupidamente e seguendo il branco, celebriamo la morte e i suoi vari strumenti?

Ma ripensando a quello che dice Nock a proposito degli scampati, capiamo che non è nostro destino partecipare a questa cultura vampiresca, non siamo destinati a marciare verso la distruzione come tanti lemming. La vita trova espressione soltanto nell’unicità dell’individuo, e ognuno di noi può trattenere le sue energie, evitare che finiscano nelle mani di quelle forze istituzionali che trattano la vita umana come poco più di una risorsa fungibile da capitalizzare per fini astratti.

Quel potere pacifico che risiede dentro di noi tutti è stato portato alla nostra attenzione da un meraviglioso film del 1997, La Vita è Bella. Un uomo e il suo figlioletto sono prigionieri in un campo di concentramento nazista. L’uomo fa di tutto per proteggere l’inviolabilità dell’innocenza di suo figlio. Come l’ormai classica foto di Wang Weilin, il giovane che nella Piazza Tienanmen sfidò la macchina della morte, questo film esalta la lotta tra lo spirito umano e l’ordine istituzionale.

Anche noi potremmo presto ritrovarci a fronteggiare i carri armati dello stato. Prima che accada, possiamo rifiutare quella cultura dei morti viventi ampiamente celebrata, quella cultura che vediamo alle partite, ai concerti rock e in altre manifestazioni collettive. Per quanto mi riguarda, mentre guido mi piace ascoltare la Nona di Beethoven, Ein Heldenleben di Strauss, Tannhäuser di Wagner e Appalachians Springs di Copland, oppure i grandi del jazz come Count Basie, Dave Brubeck, Ramsey Lewis o la Queen City Jazz Band. Quando suoneranno Sweet Georgia Brown o l’Inno alla Gioia di Beethoven prima di una partita di football, allora forse comprerò un biglietto.

Seconda parte dopodomani

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3 pensieri su “La Cultura Zombie (I)

  1. Pingback: La Cultura Zombie (II) | Enrico Sanna

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