Le Brutture che ci Uniscono

Di Theodore Dalrymple

sveglia_moschea_rosa

Qualche anno fa a Istanbul, in un lampo di ispirazione, mi venne una di quelle idee che raramente mi vengono: istituire il Museo Nazionale del Kitsch. Avrei potuto collezionare esemplari notevoli di kitsch per poi metterli in mostra in una galleria, offrendo, così immaginavo, un servizio pubblico di una certa rilevanza. Mettendo in mostra il brutto, avrei potuto indicare la direzione che porta al bello.

Purtroppo, in tutta la mia vita non sono mai riuscito a dare seguito ai miei progetti fantasiosi. Sono come i sogni: dopo un po’ li dimentico. Ma c’è qualcos’altro che ostacola il mio progetto. Io posso collezionare oggetti kitsch perché generalmente costano poco, e posso anche chiedere a persone che vogliono disfarsi dei loro odiosi ornamenti di fare una donazione, ma non ho abbastanza soldi per costruire l’enorme edificio necessario ad ospitarli e metterli in mostra. Temo che la collezione crescerebbe fino a raggiungere rapidamente dimensioni enormi, ingestibili.

L’oggetto che mi ha ispirato l’idea era una sveglia di plastica rosa a forma di moschea, con le decorazioni dorate, in vendita per tre euro in una bancarella. L’allarme era il canto di un muezzin. Se non lo spegnevi, il muezzin cambiava versetti e il tono di voce diventava più incalzante. Ad un certo punto, mi sembrò di percepire una nota di disapprovazione morale nel suo canto.

La moschea era disponibile in quattro colori: verde mela, celeste, giallo limone e rosa shocking. Ho scelto quest’ultimo perché era il peggiore, sempre che i concetti di buono e cattivo si possano applicare a questo particolare genere di oggetto. Un vero collezionista, immagino, li avrebbe comprati tutti e quattro.

La moschea-sveglia era fabbricata in Cina. Immagino che si possa dire che un paese con un suo settore manifatturiero ha raggiunto la maturità economica quando subappalta la produzione del kitsch ad un altro paese.

Da allora ho fatto qualche sporadica aggiunta, come una coppia di saliere a forma di coppia araba, uomo e donna, con tanto di copricapo tradizionale, anche questa roba fatta in Cina. Ma sono ben lontano dal mettere su anche soltanto il nucleo di un museo. L’altro giorno, mentre mi trovavo nuovamente in Turchia, ho comprato una di quelle olografie che cambiano secondo l’angolo di osservazione. Si vedono tre Atatürk: un bel giovane al centro, un uomo di mezza età a sinistra, e un vecchio a destra, quest’ultimo abbastanza realistico da farti pensare ad una certa sua passione per il bere. Adesso, mentre sono nella mia stanza gli occhi di Atatürk mi seguono ovunque. Ho pagato tra i sei e i sette euro, senza contrattare, per questo privilegio.

Non vorrei dare l’impressione che la Turchia sia una terra particolarmente dedita al kitsch. Tutt’altro. Semmai, in questo senso è un po’ sotto la media. Il kitsch, in realtà, è il fenomeno artistico più ampiamente distribuito nel mondo. Il gusto per il kitsch unisce l’umanità; immagino che in quest’epoca comunitaria si possa addirittura parlare di una comunità kitsch, di decine di milioni di persone che usano il kitsch per decorare le pareti della casa e il proprio corpo (i tatuaggi sono archetipicamente kitsch), di chi lo produce e di chi lo vende.

Il kitsch non è confinato alle sfere della vita religiosa e politica, anche se queste due sfere sono particolarmente soggette alla sua espressione. Sto male quando penso a tutti i busti di dittatori di gesso o di plastica, a tutti i santi e a tutte le divinità che avrei potuto comprare durante i miei viaggi e non ho comprato. Peggio ancora, non ho mai comprato uno di quei vestiti, un tempo facilissimi da trovare, con su stampato il ritratto di un dittatore, che steatopigiche donne africane, ululanti e danzanti, indossavano per dare il benvenuto al leader del momento. I miei preferiti erano quelli con l’effigie di Sua Eccellenza il Presidente a Vita Dr. H. Kamuzu Banda, del Malawi. A quei tempi erano diffusissimi e non costavano nulla, ma allora non ero abbastanza saggio da capire che un giorno sarebbero diventati rari e sarebbero diventati di grande interesse storico per gli studiosi del kitsch.

Cosa è esattamente il kitsch? Se chiedi ad uno abituato a fare distinzioni, generalmente ti risponde con una variante del detto di Doctor Johnson: della poesia è più facile dire cosa non è che il contrario. Nel caso del kitsch, un discriminatore direbbe che non ha difficoltà a riconoscerlo quando lo vede ma che non riesce ad elencarne le caratteristiche. Il fatto che i discriminatori abbiano difficoltà a definire, però, non mi preoccupa, né mi fa capire che il fenomeno non esiste. Le parole stanno alla nostra esperienza come la retina per le farfalle sta ad una nuvola: sono il modo migliore a nostra disposizione per definire la realtà, ma lasciano sempre una distanza incolmabile tra se stesse e la realtà. Gran parte di noi avrebbe difficoltà a definire un tulipano, ma sappiamo riconoscerne uno quando lo vediamo, e perciò la parola tulipano è sufficiente alla bisogna e non genera dubbi sull’esistenza dei tulipani intesi individualmente o collettivamente.

Il kitsch è importante? Il mio museo avrebbe una qualche utilità a parte stuzzicare il senso di superiorità culturale di quelli che riconoscono il kitsch come kitsch e, paradossalmente, lusingare quelli che lo amano e lo usano per decorare le proprie case? Dopotutto, gran parte delle persone pensa che tutto ciò che viene esibito in pubblico deve avere un suo valore intrinseco, e dunque un museo del kitsch finirebbe per avvalorare il kitsch stesso. E a chi importa se qualcuno fa il tè con una teiera a forma di coniglio o di capanna con il tetto di paglia, se questo è ciò che desidera? E poi, francamente, un mondo esteticamente perfetto sarebbe stancante quanto uno moralmente perfetto. L’uomo non è fatto per la perfezione sublunare.

Qualcuno dice che il kitsch è riprovevole tanto esteticamente quanto moralmente. Certo spesso il kitsch lo ritroviamo nei movimenti politici più abietti. Ma dire che il male è spesso kitsch non è come dire che il kitsch è spesso, figuriamoci poi sempre, un male. Ogni a può diventare b, senza che ogni b diventi a.

Ma se è vero che un mondo senza imperfezioni estetiche sarebbe minaccioso, o anche depresso, questo non significa che, data la condizione estetica attuale del mondo, un miglioramento estetico non sarebbe il benvenuto. Abbiamo molta strada da percorrere prima che il problema della perfezione cominci a tormentarci. Io mantengo l’opinione che il mio museo del kitsch avrebbe compiti educativi.

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