Il mio Primo Racconto Politico

Di Enrico Sanna

AvatarChe io mi ricordi, questo è stato il mio primo racconto politico. Che io sappia, è anche l’unico. Non ricordo di averne scritti altri. Dopotutto, non mi piace scrivere racconti di cacca contemporanea. La cacca basta e avanza. Non so cosa mi sia passato per la testa.

Era la fine del 1990 o l’inizio del 1991. Io facevo il pubblicista per un giornale locale. Collaboratore esterno. Scrivevo tutto quello che il direttore mi chiedeva di scrivere. Potevo mica scegliere. Il giornale pubblicava soprattutto roba di cronaca. A livello locale, soprattutto quando dipendi dalle vendite, devi pubblicare quello che vogliono i lettori.

I lettori volevano sapere quelli che in sardo si chiamano “is pirus”, termine che non traduco perché è facile immaginare cosa vuol dire. Noi pubblicavamo “is pirus”, dunque. Con eleganza, con un certo stile, sia ben inteso, come richiedeva l’etichetta giornalistica.

A quei tempi c’era anche la guerra nel Golfo Persico. Il nostro giornale non si occupava di queste cose. Anche perché, al di là di quello che si sentiva in televisione e di quello che si leggeva sui giornali, non c’era altro. Potevi immaginare. Spesso quello che uno poteva immaginare della realtà c’azzeccava con la realtà. Il problema era che la redazione non te lo passava.

Restare a casa era molto più facile e conveniente. Ad esempio, se saltava il tombino della fogna in via Leopardi, potevi andarci di persona, verificare il puzzo per conto dei lettori, constatare l’incavolatura degli abitanti, scattare foto, vedere il capo dell’ufficio tecnico che allargava le braccia. Niente di tutto ciò potevamo fare nel Golfo Persico. Anche se immagino che la scena non sarebbe stata diversa.

Per tornare a bomba (!), un giorno scrissi questo racconto politico. Non che parli di politica. Ma la politica è tutta attorno. Dovete immaginarla. Come dicevo, a quei tempi c’era la guerra nel Golfo Persico. Si parlava delle bombe intelligenti. A ripensarci, era una bufala. Tutte le bombe in realtà sono stupide. Perché? Perché se una bomba avesse un briciolo di intelligenza si sparerebbe, ecco perché. Diciamo allora che era intelligente come i suoi genitori. Piena di tare ereditarie.

Il fatto era che quelli del giornale non avevano un debole per i racconti. Ho già spiegato perché. Allora?

Allora presi il racconto, lo mischiai ad un mazzetto di innocenti articoli di cronaca, e lo lasciai su un tavolo in redazione. Il giorno dopo partii per Firenze, dove stavo preparando la tesi di laurea. Questo era mio tipico. Il racconto uscì mentre facevo il rifugiato giornalistico.


La Bomba Intelligente

Da razzi spronato, tenuto da rapide ali, Dionigi, il tenente Dionigi partiva per la sua missione. Stretto si teneva al manubrio nel saliscendi di una capriola, per niente timoroso di finire come nelle comiche, in uno specchio di lago, in un covone di paglia, a cavalluccio d’un campanile. Ma qui non c’era erba che potesse dar paglia, acqua che facesse più che le pozze, né, ahilui, il cimelio d’un dio famigliare che potesse, quando gli occorreva il bisogno, farsi garante d’uno stornello.

Invece c’era la sabbia. Ma non se n’addava più di tanto, che né lo cingeva la calura, né, quelle volte che s’avventurava la notte, il freddo aveva la forza di fargli tartagliare i denti. Facesse pure quel che gli andava, là fuori, a Nigi (tanto lo chiamavano, i compagni, tra i lazzi delle ore libere) non fregava alcunché. Ché tanto stava là dentro, che di rado gli occorreva, non fosse che i bisogni corporali ve lo spingevano, di venir giù tra la gente. Ma ora volava due volte il proprio boato. Nigi era felice.

Era Nigi uomo di scelte semplici. Stretto al suo manubrio come alla briglia d’una giostra, non gli occorreva molto per dare di diritta e di manca, andare naso in giù o tirare per le stelle. Sebbene gli difettasse l’impossibile freno, la scelta di un ripensamento, foss’anche all’ultimo, come un travaso d’inevase richieste: che fare?

E di tratto in tratto se lo scordava, che fare, salvo poi farsi svegliare, giunto a missione, dalla tivù che s’accendeva. E così fu, anche quella volta. Che di poco gli bastò scostare il ditino e, saldo al manubrio, ordinare il fuoco d’artificio.

Ma la bomba, ch’è intelligente, venne fuori con un raglio, e visto il presto destino, morire di deflagrazione, diede col fianco e tirò a mancina. Non sia mai che, per un po’ che ci si libera, si debba morir subito. Magari inattesa ospite nel bel mezzo d’una cena, col rischio che qualcuno se l’abbia a male, e inveisca sul suo misero coccio.

Dunque era quella, la fine. Per tanto era stata con le compagne, stretta assieme alle altre che starnazzavano per il freddo. Che le era pure venuto, a forze di quelle strizzate, il fianco molle e dolente. E ora, se non avesse avuto la trepida intraprendenza d’una cavallina, se non avesse dato subito di lato, che per poco non le venne giù un rene, che fine magra avrebbe fatto.

Invece fu salva, e frullava il motorino spingendola all’insù, verso un limpido cielo di calamaio. Mai s’era fatta paga, le volte che se ne stava incassettonata con le atre, d’una notte ad ammirare i punticoli bianchi. Né le venne l’uzza, naso in su, di chieder loro cosa e quante fossero. E quando si provò a contarle, non le bastarono tre volte le dita che si stufò ben presto.

—Allora ditemi che siete, fece con voce trilla. E visto che da quelle non veniva bah, si diede lei a rispondere.

—E allora, arringò la taciturna platea, vi dico io che per me siete… —s’arrestò per un colpo di tosse— o bioccoli di fine bambagia, dico, o sparpaglio di farina, da serva maldestra. Oh che è, fece al nero del cielo, ti si è bucato il cappottino? Hi hi.

Era un tratto che così andava ridendosela di tutti, la garrula. Né vi fu astruzzo, per quanto si pensasse salvo, che non si prendesse uno spernacchio. Mai l’estro d’una felice metafora le venne meno, per un di più d’ossigeno che le dava alla testa, e non d’addiede del naso che, ruzzolato il soffitto, s’era diretto a terra. E cadendo sulla terra ne morì.

Ma la gente villana venne fuori e, visto il fuoco d’artificio, fu disposto: sia ringraziato il buon dio, questi son segni divini, si facciano le feste.

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