Il Libero, il Giusto e il Brutto (II)

Di Theodore Dalrymple

banlieue

Prima parte pubblicata martedì

All’inizio del diciottesimo secolo, Alexander Pope satireggiava i ricchi mercanti, l’alta borghesia e gli aristocratici che, dopo essere stati in Italia, edificavano per sé magioni in uno stile copiato, edifici inadatti al clima. Pope parla di persone,

Orgogliose di raffreddarsi ad una porta veneziana;
Consci di recitare una vera parte palladiana,
E se muoiono di fame, lo fanno a regola d’arte.

Qui Pope prende in giro l’ostentazione. L’oggetto delle sue derisioni, però, non solo aveva buon gusto ma era anche pronto, diversamente da noi, a sacrificare la comodità per l’arte; e arrivava (secondo Pope) a mettere a rischio la propria salute pur di ottenerla. C’era magnificenza e senso civico nel loro attaccamento a ciò che consideravano bello, anche se indubbiamente mescolato al loro desiderio di apparire e impressionare.

Il nostro concetto di appariscenza si basa non sulla bellezza ma sulle dimensioni. I nostri edifici riducono l’uomo alle dimensioni di un insetto. Un esempio è l’impressionante eroe-architetto Howard Roak nel romanzo di Ayn Rand Fountainhead. Secondo la Rand, essa stessa un’adoratrice del potere, dimensioni spropositate significavano maestria: l’ultimo lavoro di Roark è un grattacielo gigante, il più grande di tutti. Le dimensioni garantiscono il valore, sono l’unica caratteristica distintiva che l’autrice del libro riesce a dare al capolavoro del suo eroe.

Se noi oggi temiamo il bello e non osiamo protestare davanti al brutto c’è più di una ragione. È un dato di fatto che le vette artistiche siano state raggiunte da società che erano profondamente diseguali, antidemocratiche, ingiuste e spesso, almeno secondo il nostro giudizio, crudeli. È un fatto incontestabile che la produzione artistica della Firenze medievale e rinascimentale, con una popolazione di appena trentamila abitanti, un quarto di un sobborgo londinese, valesse più di tutta la produzione dell’occidente, che ha una popolazione 7000 volte tanto, negli ultimi settant’anni (se non molti di più). La socialdemocrazia ha fatto qualcosa in termini di comodità, ma è stata disastrosa per l’arte e l’architettura. Ad un dibattito pubblico, rispondendo ad un critico d’arte del giornale conservatore britannico Daily Telegraph, che elogiava il ruolo di Londra come capitale mondiale dell’arte, gli dissi che, nonostante ciò, un solo quadro di Memling valeva più di tutta la produzione artistica londinese, e che non c’era ragione di sperare in un cambiamento. Può darsi che Londra sia la capitale dell’arte, paragonata a tutte le altre, ma questo dimostra solo il declino artistico mondiale. Credo di non esagerare se dico che tutti i presenti, tutte persone istruite, capirono cosa volevo dire.

Poiché la bellezza è spesso chiaramente il prodotto di una società ingiusta, non solo in Europa ma dappertutto, noi ne abbiamo paura. La bellezza è corrotta dall’ingiustizia; e siccome noi oggi valutiamo il giusto, l’equità e l’uguaglianza più di ogni altra cosa, al punto da farne il metro di valutazione, la bellezza ci mette a disagio. Questo non significa che un amante del bello debba aspirare all’ingiustizia: sarebbe un errore logico. Il fatto che si produca bellezza in condizioni di ingiustizia non significa che l’ingiustizia produca bellezza. Esteticamente, i moderni dispotismi producono risultati non meno disastrosi delle socialdemocrazie, spesso più disastrosi, ma hanno tutti gli inconvenienti, a dir poco, dei dispotismi. Il nostro compito artistico è di preservare ciò che resta.

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