Il Libero, il Giusto e il Brutto (I)

Di Theodore Dalrymple

banlieue

Di nuovo in Francia di ritorno dalla Germania. Di recente, mi è capitato di sentire una discussione sulle radici ideologiche della bruttezza (apparentemente un soggetto peculiare, se non inesistente). Ancora una volta mi ha colpito l’aspetto semplicemente orribile di Parigi. Non il centro, che rimane la Paris Lumiére, ma la periferia, dove gran parte della popolazione vive e respira. Uno cerca invano qualcosa che non offenda l’occhio: l’orizzonte, e tutto ciò che comprende, è un festival di inumanità architettonica. Tutto quello che è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale non solo non ha alcun valore estetico, ma sta alla bellezza come il male sta al bene. Certo l’effetto è ancora più pauroso se uno lo paragona a quello che appena ha visto in centro. I trente glorieuses, i trent’anni tra il 1945 e il 1974, quando l’economia francese ebbe il tasso di crescita più alto della sua storia, furono, architettonicamente parlando, i trente calamiteuses. Da allora la città non si è più ripresa.

A differenza di Keats, non credo che la verità sia bellezza e la bellezza verità, una pericolosa dottrina romantica che può facilmente abbellire il male. Ma questo non significa che la bellezza non sia cruciale o che non sia compatibile con qualunque altro aspetto cruciale della vita, o che la sua assenza non produca alcun effetto disastroso sulla vita degli umani. In realtà non esistono virtù o qualità d’importanza cruciale; saggezza significa operare giochi di prestigio con le pretese di tutte le varie e incompatibili virtù e qualità necessarie ad una buona esistenza umana.

Riflettendo nel mio piccolo sulla bruttezza, mi sono chiesto se è una semplice assenza di bellezza o qualcosa di più esplicito. Non parlo della Natura, che può manifestarsi con grande bruttezza, ma del prodotto dell’uomo. La domanda rispecchia quella sulla natura del male: è un’assenza o una presenza, è esplicita o nascosta?

Secondo la teoria dell’assenza, senza il bene o il bello gli umani sceglierebbero, per così dire, il male e il brutto. Secondo la teoria della presenza sarebbe il contrario: senza il male e il brutto, nel mondo ci sarebbero solo il bene e il bello. A prescindere dalla correttezza teorica, penso che nel mondo moderno esista una forte tendenza, ben definita e voluta, verso il brutto, qualcosa di relativamente nuovo nell’immenso repertorio della stupidità umana.

Una volta ho chiesto ad uno storico dell’architettura perché, dopo tanti secoli di conquiste in campo architettonico, l’Europa non riesce a costruire una casa esteticamente decente, per non dire di un edificio pubblico elegante. Lui non ha negato la mia premessa, ma ha risposto che la causa era nei materiali da costruzione che gli architetti sono costretti ad usare (prendere o lasciare). In altre parole, è una questione puramente tecnica.

Io non ci credetti allora e non ci credo ancora oggi. Credo però che ci siano ragioni economiche, o paraecononomiche: risparmio, rapidità, facilità, maggiori dimensioni, ecc. La forza irresistibile di questi argomenti fa capire praticamente la priorità dei nostri valori. Non è che non possiamo. È che non vogliamo.

Seconda parte dopodomani

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