Come Rubare in una Miniera

Dal romanzo La Piccola Miniera

Di Enrico Sanna

Se dovessi organizzare un furto in una miniera non saprei da dove cominciare. Però potrei farmi un’idea di massima. Avendo rubato qualcosa, possiedo un discreto know-how. A livello generico, almeno.

Da piccolo rubai una maschera antigas da uno stabilimento industriale. Va detto che tecnicamente non fu un furto. La trovai per caso nella discarica dietro la fabbrica. Però entrai, anzi potrei dire che ebbi l’ardire di entrare, nello stabilimento passando da uno dei cancelli del retro. Percorsi almeno venti passi in territorio nemico, non ricordo se con o senza la maschera antigas.

Ecco, credo che questi due atti, la scoperta di una maschera antigas e l’ingresso clandestino in uno stabilimento industriale, sommati tra loro, ammontino moralmente ad un furto.

Tra parentesi, è incredibile la sberla di autorità che può darti una maschera antigas quando hai dieci anni. Gli altri arrivarono a considerarmi una sorta di medico cibernetico. A volte, un semplice atto può cambiare la vita di una persona.

Ma torniamo a bomba. Quando stavo scrivendo La Piccola Miniera, mi ritrovai a dover scrivere di un furto in una miniera. Dopo un attimo di smarrimento, mi ricordai del mio furto della maschera. Una miniera è simile ad uno stabilimento industriale. E, dopotutto, si tratta di entrare e prendere qualcosa. Io ho solo aggiunto la notte e una luce accesa. Nel mio originale non c’erano.

In finale, prima di lasciarvi alla seguente chicca della mia produzione letteraria, aggiungo solo che quelli che uno potrebbe incontrare in una situazione simile, ammesso che incontri qualcuno, non sono i proprietari della miniera. Neanche quelli che si possono incontrare in uno stabilimento industriale sono i proprietari dello stabilimento. Questo è di importanza basilare. Fa la differenza tra una miniera e un supermercato di quartiere.


La stradina iniziava in un punto qualunque della strada larga e finiva improvvisamente dopo qualche centinaio di passi. Lungo un lato c’erano degli alberi privi di vita e tutta la stradina affondava nel terreno come una trincea. La costruzione della miniera era sulla destra, a ridosso di una collina. Non c’era un disegno coerente in quella costruzione; era come un villaggio di montagna a forma di piramide. In città avevano detto che avrebbe piovuto. Intanto faceva freddo.

Jakey si disse così:

“Ora, se tu passi da quella parte, da dietro, e fai un giro attorno a quel fosso, alla destra subito dopo quei cespugli, magari fai un giro un po’ lungo, va bene, però poi ti ritrovi pulito pulito dove devi andare senza farti vedere. Te la cavi alla grande, voglio dire. Chiaro, no? E allora, se è chiaro, perché diamine è passato davanti, invece? Può essere più imbecille uno? Alla destra subito dopo quei cespugli. Facevi un giro più lungo, e va bene. Però te la cavavi alla grande. Dio santo!”

Da ogni articolazione della miniera giungeva un rombo continuo, come un rullo di tamburi dell’Africa. Quei tamburi sembravano annunciare l’arrivo di un’offensiva. La luna era grigia, quasi gialla, e c’erano innumerevoli nuvole attorno e questo significava che prima o poi la luna sarebbe andata via. La miniera era nera, con una miriade di luci gialle e insistenti. Stando all’inizio della stradina, non si vedeva altro che una miniera e una luna grigia, quasi gialla.

Ma soprattutto c’erano i tamburi dell’Africa, ed era curioso che ci fosse tutto quel frastuono alla Moonshine mentre gli alberi della stradina non si muovevano affatto.

Presa in un momento qualunque, una miniera sembra un luogo privo di umani, dove le macchine fanno quello che devono fare dopo avere ricevuto istruzioni generiche. Ovviamente non era così. Era chiaro che c’era qualcuno perché una volta un grosso affare di ferro salì lungo tutto il villaggio di montagna e s’infilò dentro una piccola casa, sotto una grande scritta bianca, praticamente entrando dal pavimento. Ci fu uno sferragliare gioioso mentre stava salendo, e alla fine del viaggio suonò una campana. Poi si sentì chiaramente il suono ottuso di un carro che rullava sui binari e un altro rombo improvviso mentre il carbone cadeva in una sorta di grande buca sopra una tramoggia. Allora una voce disse, chiaramente: “Segna questi due, Ted!”

La voce era molto distinta e Jakey si voltò di scatto, come uno punto da una scimitarra.

“Quanto tempo ci mette?” si chiese.

Quando Jakey aveva fermato il camion con le ruote piatte, c’era stato il consueto scambio di banalità prima di un colpo. Jakey aveva pronunciato stupidamente una grande quantità di oh e ehm. Poi Eddie aveva percorso la stradina ed era scomparso, e non appena era scomparso Jakey non aveva più sentito i suoi passi.

Per un attimo, Jakey aveva visto una figura curiosamente gobba stagliarsi contro le luci della miniera, ma non era sicuro che fosse Eddie. Era stata davvero una figura curiosamente gobba, come un bisonte. Si era sollevata dal terreno per meno di un secondo e poi era andata giù in silenzio, come una pacifica creatura satanica.

In seguito gli era sembrato di vedere altre figure. Nessuna satanica come la prima, però.

Ad un certo punto aveva rivisto Eddie. Era immediatamente dopo i cespugli, ma dalla parte sbagliata. Dopo i cespugli sarebbe dovuto passare a destra, e girare attorno al fosso. Lui invece stava andando dritto, esattamente davanti alla miniera. Aveva sfilato di fronte al nemico. Era stato cospicuo. Aveva sfilato come un evaso con la casacca a strisce.

Sembrava che qualcuno avesse acceso tutte quelle luci apposta. Per qualche tempo, Jakey ebbe la convinzione che tutta la miniera fosse segretamente in allarme. La Moonshine gli era sembrata una macchina immensa che meditava il loro annichilimento. L’enorme macchinario stava ronzando con freddo disappunto. Ogni rumore improvviso poteva essere l’annuncio di una risoluzione. In particolare, una luce ronzava in fondo alla radura, come un’alba di concezione innovativa.

Una volta aveva avuto rivelazione del fatto che la miniera possedeva un’anima di qualità superiore.

Jakey arrivò a credere ad un mucchio di fantasie. In realtà c’era solo una miniera di carbone e una baracca con le tavole rosse e Jakey si stava mettendo in testa un sacco di sciocchezze.

“Se girava attorno al fosso, subito dopo i cespugli, col cavolo che si beccava tutta quella luce. Solo perché uno è un ragazzino si crede che non ci fanno niente. Doveva fare un giro più lungo, più lungo, più lungo. Doveva andare da quell’altra parte. Più lungo uno fa il giro e meglio è.”

Il suo concetto di furto era un affare complicato. Jakey non pensava che rubare potesse essere semplice. A quell’età uno acquisisce un concetto del crimine come di una cosa complessa. Sono necessarie infinite pianificazioni in tutti gli strati dell’intelletto, pensava. Tutte le volte che ci aveva riflettuto sopra, aveva concluso con distacco che rubare dovesse essere una cosa troppo complessa. Questo era accaduto qualche volta prima di quella sera.

Jakey non era un vero delinquente. Era arrivato alla delinquenza soltanto da vecchio. In materia di delinquenza, aveva sviluppato razionalità peculiari che un vero delinquente non considera mai in tutta la sua carriera. La ragione per cui i vecchi perseverano nell’onestà è perché ritengono il crimine un affare troppo complesso per le loro giunture.

“Solo perché è un ragazzino si crede che può fare tutto. Quelli c’hanno le pistole, Zio santo, e se ti sparano muori come uno qualunque.”

Ora che ci pensava, Jakey non aveva mai visto un morto regolare in una miniera. Solo una volta, quando c’era stato un incidente in fondo alla Red Eagle, ed erano morti in tre. Ma Jakey non li aveva visti realmente. Per una coincidenza, aveva visto solo la macchina nera che se ne andava, e aveva saputo che dentro c’erano i tre, e quello era stato tutto. C’era stato un certo numero di morti accanto a lui, alla Red Eagle e alla Saint Mary e alla White Glen, e gli uomini ne parlavano per giorni di sopra e di sotto. Ma un morto regolare non l’aveva mai incontrato.

“Dio mio!” si disse Jakey. Un uomo si affacciò da una finestra.

Questo uomo aveva un aspetto affabile mentre parlava con un altro alle sue spalle. La sua faccia, mentre si allungava oltre la finestra, era annullata dall’oscurità, ma alcuni capelli gli spuntavano da dietro le orecchie ed erano luminosi e dello stesso colore sbiadito della paglia.

“Io non lo so se ce la fa,” disse l’uomo alla finestra. “C’ha provato ancora un sacco di volte. Quante volte c’ha provato?”

“Non lo so,” disse l’altro uomo. “Quante volte c’ha provato?”

“Un sacco di volte, c’ha provato,” disse l’uomo alla finestra.

Quello è Zeb Allen, pensò Jakey. Che diavolo ci fa su da quelle parti? Non sapevo che stava lavorando su. Si vede che ce l’hanno messo da poco. Jakey sapeva che Zeb Allen era sempre stato sotto.

“Sembra che se ne va a piovere,” disse Zeb Allen dalla finestra.

“Mettiamo quelle casse dall’altra parte così possiamo passare meglio,” propose l’altro uomo.

“Sicuro,” disse Zeb Allen.

“Così possiamo passare,” disse l’altro uomo.

“Aspetta che ti do una mano,” disse Zeb Allen. La testa con i capelli di paglia scomparve dalla finestra.

“Non sono pesanti,” disse l’altro uomo.

“No, ma sono proprio in mezzo ai piedi,” disse Zeb Allen.

Adesso speriamo che questa storia finisce presto e bene, pensò Jakey. Non me ne frega nulla di sapere dove passa. Basta che finisce bene e buonanotte. Per fortuna è di domenica e a quest’ora di notte non c’è mai nessuno. Basta che si sbriga, però. C’è un freddo che ti stacca le dita dei piedi.

La Moonshine sembrava un rudere abitato da Zeb Allen, il tizio alle sue spalle e un altro di sopra. Ad intervalli regolari c’era questo grosso affare metallico che saliva entusiasticamente fino alla piccola casa, sulla cima del villaggio di montagna. Ma l’enigmatico apparato ronzava in pace, come un convegno di quaccheri.

Proprio allora cominciò a piovere.

Erano ad un quarto di miglio ed era sorprendente come tutto a quella distanza fosse così chiaro, e pacifico, e minaccioso.

Jakey vide molto bene Eddie che veniva via dalla baracca con le tavole rosse. Zeb Allen era appena tornato alla finestra e si stava grattando dietro le orecchie con un dito ad angolo e Eddie stava scappando via dalla baracca con i sacchi impilati sulla gobba.

Jakey riusciva a vedere il suo profilo dorato, la testa terribilmente piegata all’indietro come se qualcuno lo stesse strangolando da dietro le spalle. Eddie attraversò enfaticamente la radura dietro la Moonshine. Miriadi di luci illustrarono il suo procedere. Fu una cosa vistosa.

Jakey mise una mano sulla fronte e per un attimo guardò Eddie e la luce che ronzava in fondo alla radura, e poi corse davanti al camion con le ruote piatte e cominciò ad agitare freneticamente la manovella dell’avviamento. Poi si raddrizzò e riprese a scrutare la radura e Eddie non c’era più.

Ad un certo punto del percorso luminoso Eddie era scomparso. Probabilmente era andato giù da qualche parte. C’erano molti fossi nella radura, ma la luce ci passava sopra come una lamiera e si vedevano solo delle pozzanghere di mistero. Erano scomparsi anche i sacchi.

La luce in fondo alla radura prese a ronzare come un alveare. Jakey girò la manovella e il motore partì. Solo allora Eddie ricomparve e Jakey perse l’equilibrio e andò sul fango con le gambe in avanti e pronunciò le prime imprecazioni che gli passarono per la testa. Eddie stava ridendo con la faccia rivolta alla luce.

Finalmente Eddie raggiunse il camion e lanciò i sacchi davanti a sé e si sdraiò sui sacchi e rise. Jakey non immaginava per quale ragione Eddie fosse saltato dietro e per qualche tempo continuò ad aspettare e a strofinare le mani sul volante. Gli era sembrato ovvio che Eddie salisse davanti e questa strana decisione lo aveva confuso. Ad un certo punto si voltò e disse: “Non vieni davanti?” Ci fu silenzio, poi l’ombra di Eddie si proiettò minacciosamente su Jakey. “Vai, Wilson,” disse Eddie, e strisciò sui sacchi e riprese a ridere e a contorcersi. Jakey non sapeva per quale ragione a Eddie fosse venuta questa risata irritante. Stava piovendo regolarmente.

Le gocce di pioggia erano grandi come semi d’arancia ma si vedevano raramente. Apparivano contro il cielo per un tempo molto breve e sembrava di essere in un vecchio film di Chaplin con i graffi e la polvere che passano continuamente davanti alla scena.

La corsa del camion fu penosa. La strada si allontanava in linea retta e la figura della Moonshine sembrò andare appresso a loro per miglia. Jakey guidò per tutto il rettilineo con la testa fuori dal finestrino. L’acqua veniva giù dal feltro del cappello e gli appiccicava i capelli al cranio.

Dopo tre miglia poteva ancora vedere l’alone della luce ronzante che si riverberava sulla pioggia. Dovette prendere una strada dietro una collina per non vederlo più. Allora tutta la Miniera scomparve, e Jakey fu sollevato e divenne quasi felice. Subito dopo sentì freddo, e paura, e pinte d’acqua che filavano dentro la camicia. In quel momento gli sembrò conveniente avere paura.

Zeb Allen si allontanò dalla finestra e, piuttosto sgarbatamente, disse: “A me in particolare non me ne frega un fico secco di sapere cosa fanno. L’importante è che dopo non vengono a rompermi le scatole, capito?”

“Quella è la cosa più importante, secondo me,” disse l’altro uomo.

“Piove,” informò Zeb Allen.

Per un po’ ci fu silenzio. Più su di questi due uomini, in una piccola casa di legno, un altro uomo stava dicendo:

“Segna questi altri cinque, Ted!”

Annunci

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...