Perché È Meglio non Pubblicare da Loro

Di Enrico Sanna

AvatarPrima di tutto, perché è più facile far scomparire un tumore cantando la compilation di Alberto Sordi. Ho mandato dattiloscritti alle case editrici dal 2007 al 2011. Una rogna!

Primo, li vogliono stampati. Non hanno i computer? Il tablet? Uno straccio di lettore a inchiostro elettronico? Un iCoso? Che se ne fanno di tutta quella carta? Ma li leggono? Io una risposta certa ce l’ho soltanto per quest’ultima domanda.

Secondo, la maggior parte degli editori non vuole dattiloscritti né niente. In nessuna forma. Non vogliono neanche sapere che esisti. Passano loro per le case? Ha mica scritto un romanzo? No? Qualche racconto? Neanche? Vabbè, ripassiamo. Quando? Non sarà che lei vuole la vita troppo facile? Lo decidiamo noi quando. Siamo o non siamo editori?

Quando pubblichi con un editore stai pubblicando solo nel senso che da quel momento quello che hai scritto è disponibile al pubblico. A pagamento, s’intende. L’editore ti fa firmare un contratto con il quale tu cedi il 100% dei tuoi diritti d’autore. Questo significa che il libro non è più tuo. C’è il tuo nome. La gente entra in libreria e chiede l’ultimo romanzo di Guido Guidoni Guidi ma tu, il vero Guido Guidoni Guidi, non sei il proprietario di quel libro. Non stai vendendo nulla. Ti sei già venduto. Guardate, un giorno metteranno una targa nella sala parto dove sono nato io. La gente andrà lì a vedere il luogo in cui è nato Enrico Sanna. Magari il primario farà pagare qualcosa. Il biglietto d’ingresso o che so io. Tanto sono ridotti a quello. Ma Enrico Sanna non ne avrà nulla. Se vuole andare a vedere dov’è nato, va e paga. Ecco, pensate al vostro libro come alla mia sala parto.

Secondo, l’editore vi dà una percentuale sul prezzo di copertina. Quanto vi dà dipende da quanto si estende la vostra fama. Se avete una fama come un impero potete grattare qualcosa di più. Sennò ciccia.

Ma prima di allora c’è la macelleria.

Un tipo stanco di esistere vi dice che dovete cambiare il nome del protagonista. E anche tutta la scena iniziale. Oh, anche il finale è da rivedere. Dev’essere più pregnante. Meno sfumato. Più coso. Capito? Già che ci siamo, anche il titolo sarebbe da cambiare. Ve ne appioppano uno così brutto che sembra un rantolo. Non usereste un titolo del genere neanche con la certezza che provoca la morte di Dick Cheney.

Agli editori importa un fischio di voi e del vostro pattume in bianco e nero. Uno s’immagina l’editore in persona con il dattiloscritto in mano. La poltrona di pelle con l’orlo di pizzo. Gli occhiali sulla punta del naso. La lampada in stile rococò. La pendola appesa alla parete. Clìcchiti clòcchiti clìcchiti clòcchiti. Il terranova stravaccato sulle pantofole del Lui.

Invece non gli importa un fischio.

Senti, quella roba la diamo col Panorama in sovrapprezzo così ci rifacciamo un po’ delle spese. Magari lo diamo come rivelazione dell’anno. C’è già un altro? Allora lo diamo come il più qualche cosa. Vedi tu. Poi, visto che il dollaro sta salendo, che ne dici se ce lo sbattiamo in traduzione agli yankee? Ci metti in copertina qualcosa tipo i marines che fanno saltare una moschea (sul vostro romanzo pacifista!). Agli americani gli gasa un casino quella roba lì. Dì, come sta andando lo yen? Sbattici un samurai bello colorato.

Per finire, l’editore mantiene i diritti d’autore sul vostro libro per settant’anni dopo la morte dell’autore. Che sarebbe la morte vostra. Pensate: Hemingway pubblicò il suo primo scritto quasi un secolo fa, ed è morto cinquantadue anni fa. E i figli dei figli dei figli del primo editore incasseranno i diritti d’autore ancora per diciotto anni. Eminguei? Chi è costui?

Oh!

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